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Figlio
di partito. Visti da bambino gli amici di papà
di Alfonso Sciangula
Armando
Siciliano Editore, 2004
€10,00 |
| recensione di
Maria Mazzei |
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Un libro a metà tra l'ingenuo
racconto di un bambino alle prese con cose da grandi
e la lucida accusa ad un intero sistema di potere
questo "Figlio di partito. Visti da bambino
gli amici di papà" di Alfonso Sciangula
(Armando Siciliano Editore). E' il racconto del
figlio appunto di Salvatore Sciangula, importante
uomo politico siciliano che nella sua lunga carriera
ricoprì incarichi nel governo della regione
Siciliana e più tardi di capogruppo all'Assemblea
regionale. Un figlio d'arte insomma Alfonso Sciangula,
anzi di partito; che annovera tra gli eccellenti
parenti anche Giuseppe Sinesio, sottosegretario
in vari ministeri e poi vice presidente del partito
negli anni Settanta. Entrambi ex sindaci di Porto
Empedocle (nell'agrigentino) ed entrambi appartenenti
alla potente Democrazia Cristiana siciliana, alla
corrente andreottiana.
Alfonso Sciangula – cui viene rimproverato
di «sputare nel piatto nel quale ha mangiato»
- ripercorre la sua infanzia scandita dalle visite,
dagli incontri e dai comizi del padre cui assiste
con sorprendente curiosità; troppa curiosità,
fino al punto di venire allontanato da certe riunioni.
Ma l'esclusione non fa che aumentare la voglia di
sapere di capire e di investigare i meccanismi di
una pratica politica della quale il padre era maestro
ed artefice. Politica clientelare, quella vecchio
stile, in cui il cittadino-suddito veniva ascoltato
ed esaudito dal suo padrino politico; in cui i partiti
e i loro vari esponenti locali e nazionali altro
non erano se non portatori di doti, di servizi e
di relazioni. «Una volta - scrive Sciangula
- chiesi a mio padre come si facesse a ricoprire
un incarico di alta responsabilità».
E il padre - il maestro - risponde che conquistare
una poltrona è come «partecipare ad
un'asta in cui ogni partecipante portava qualcosa
da offrire e da porre sul piatto della bilancia
per essere soppesato».
Questa era la politica ai tempi di Sciangula, fino
all'avvento della fantomatica Seconda Repubblica.
Una politica che conosceva bene anche la mafia,
naturalmente. Tanto bene da conoscere alla perfezione
che anche il linguaggio doveva essere uno strumento
ben mediato dell'attività di propaganda:
mai parlare di mafia, di latitanti, e soprattutto
di antimafia. Alla mafia, per Sciangula, in pochi
hanno resistito: resistito «al richiamo dell'accordo
facile, del compromesso spartitorio, che assicurava
favori e protezione da un lato e voti e/o soldi
da riciclare dall'altro». Appare ineluttabile
la scelta di colludere con la mafia, quando l'autore
amaro afferma che «sono pochi, anzi inesistenti,
i partiti che in Sicilia non hanno avuto rapporti
di connivenza con la mafia».
Si tratta di una politica marcia, all'interno e
all'esterno dei partiti. In cui un politico non
deve solo comprarsi i voti del proprio compagno
di squadra, che gli è negato per lotte intestine;
ma talvolta anche quello della squadra avversa,
in un consociativismo cui non erano estranei il
sistema imprenditoriale e quello dell'informazione.
E' il sistema che ben conosciamo, quello di Tangentopoli.
Scoppiato e mai risolto perché – come
sostiene l'autore - la Verità, quella che
ha lasciato dentro le istituzioni e dentro l'amministrazione
pubblica le "talpe" che allora come oggi
assicurano impunità e protezione - fino a
che il cavallo è in sella e poi di nuovo
a disposizione per il novello potente del momento
- sono rimaste al loro posto. E quel sistema, quello
di Tangentopoli, sarebbe caduto non per i colpi
dei moralizzatori, ma per la sua stessa insostenibilità.
E' stato l'enorme debito pubblico che ha scompaginato
le carte, più delle «accuse, delle
indagini, delle condanne e delle reticenze della
stessa magistratura che per anni non era intervenuta,
così come non era intervenuta la Corte dei
COnti, il Tar, il Co.re.co e quant'altrio dovevano
controllare e non hanno controllato».
Una sorta di bestiario moderno in cui gli amici
di papa si muovono sul palcoscenico di un sistema
politico malato che produce malattia. Sono molti
gli “attori” di questa recita tragicomica
in un gioco - quello proposto dall’autore
- di identificazione possibile solo attraverso la
decodifica di soprannomi, linguaggi e vezzi. Come
a dire – chissà se a ragione -: sono
tutti uguali. |
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