Anche Scajola ora ammette
"Un pasticcio su Tano Grasso"
repubblica.it, Liana Milella
 

ROMA - Alla fine ha dovuto ammetterlo pure lui, il ministro dell'Interno Claudio Scajola. La storia del commissario antiracket Tano Grasso è un «pasticcio». Lo ha fatto con onestà, dopo 40 minuti di colloquio con le vittime di pizzo e usura, con gli imprenditori e i commercianti che hanno resistito, denunciato, fatto condannare i mafiosi. «Mi rendo conto che per voi Grasso è un mito - ha detto Scajola dopo aver ascoltato una dozzina di loro -. Questa è una vicenda pasticciata. Sapevo come stavano le cose, ma avendole sentite direttamente ho scoperto che hanno tutt'altro sapore. Non vi prometto che vi darò soddisfazione perché non sarei una persona seria, ma ci rifletterò sopra». Loro, che dalla mattina aveva presidiato il Viminale, non se ne sono andati contenti ma, come dice Lino Busà presidente di Sos Impresa, «convinti che si è aperto uno spiraglio».

Sembra incredibile, ma è proprio così: al Viminale ci sono ben due commissari antiracket, uno "ordinario" (Grasso) nominato in base alla legge del '98 e che scade nel 2003. E un altro "straordinario", il prefettopoliziotto Monaco, scelto una settimana fa dal governo con la scusa che l'incarico era scaduto il 16 agosto. Ma Grasso che tipo di commissario era? In realtà - ed è singolare che l'ufficio di gabinetto diretto dal prefetto Sorge non l'abbia chiarito a Scajola - lui era ed è il primo commissario "ordinario" previsto dalla legge antiracket che superava la straordinarietà dell'incarico sciogliendo quella figura dai giochi politici e dai cambi di governo. Solo per pagargli lo stipendio, non previsto per un errore dalla legge, per Grasso si ricorse dopo la nomina alla legge della presidenza del Consiglio che può far nominare commissari annuali.

Non basta. Il 16 luglio Sorge, con una lettera firmata «per ordine del ministro», ha proposto al presidente del Consiglio di confermare Grasso per altri due anni nella veste straordinaria. Ieri mattina quando, dopo due ore di sitin davanti al Viminale, un nutrito gruppo di "eroi dell'antimafia" è stata ricevuta da Sorge si è sentita dire: «Perché vi agitate? Grasso non è mai stato rimosso dall'incarico di commissario. La definizione, frutto di interpretazione giornalistica, il governo non l'ha mai data». Gli "eroi" - la vedova di Libero Grassi, Rita Spartà, Mario Caniglia, Enzo Lo Sicco, Maria Isernia, Emanuele Alaimo, Busà e altri - non si sono fidati. Hanno detto: «Di qui non ci muoviamo se non parliamo col ministro». E hanno occupato il secondo piano della palazzina che fu di De Gasperi. Fatto mai accaduto prima. Scajola ha fissato l'incontro per le 17 e trenta.

In apertura il ministro che, da coordinatore di Forza Italia ha tenuto Matacena fuori dalle liste dopo una condanna per mafia, ha detto subito: «Non c'è nessun calo di tensione nel contrasto al crimine. Abbiamo nominato un commissario straordinario, Monaco, che è un investigatore esperto e poi c'è Grasso che elargirà i fondi. Questa situazione non l'ho creata io, ma i precedenti governi». Poi ha ascoltato la Spartà («Quando hanno ammazzato mio padre e i miei fratelli è venuto solo Grasso»), Caniglia («Sono vivo per lui»), Lo Sicco («È stato lui a convincermi a denunciarep i Graviano»), la Isernia («Mi avevano distrutto la fabbrica. Ma Tano ha costituito un'associazione antiracket»), Alaimo («Ho testimoniato contro gli usurai perché lui mi ha dato forza»).

E ha deciso di prendere tempo. Ma resta «l'inammissibile pasticcio», come l'ha chiamato il diessino Brutti. A cui Sorge voleva mettere una pezza quando, venerdì scorso, Grasso aveva chiesto di dimettersi dal suo incarico. Ma lui ha risposto di no.

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