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La
lettera di Antonino Caponnetto
Ascolta
l'audio dell'intervento
Antonino Caponnetto è stato uno
degli artefici del "pool antimafia",
che usando metodi di indagine basati sul fatto
che Cosa Nostra è una struttura criminosa
organizzata, ottenne il clamoroso risultato di
istruire il cosiddetto "maxiprocesso"
grazie al quale, per la prima volta, furono condannati
dei boss di Cosa Nostra. La voce che legge questa
lettera è della nipote di Paolo Borsellino.
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maggio 2002
a cura di Enrico Natoli e Maria Mazzei
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Erano
molte le doti naturali che facevano di Giovanni
Falcone un magistrato unico e ineguagliabile. Anzitutto
la sua memoria prodigiosa, nella quale riusciva
indelebilmente ad incasellare uomini e fatti come
in un magico gioco, di cui egli solo conosceva la
chiave.
In secondo luogo aveva una capacità di lavoro
e di resistenza fuori dal comune. Quando non era
fuori Palermo per l'attività istruttoria,
egli era solito passare nel mio ufficio alle nove
precise, sempre con i suoi borsoni pieni di documenti,
dai quali mai si separava, però la sua mattina
era già cominciata da quattro ore.
Le stesse considerazioni peraltro si imponevano
anche per Paolo Borsellino, ma la dote che ho sempre
maggiormente ammirato in Giovanni era la sua incredibile
capacità di essere e di mantenersi, malgrado
le ripetute sconfitte da lui subìte sul piano
professionale e personale, un uomo delle istituzioni.
A questo profondo senso dello Stato, Giovanni era
pronto sempre a sacrificare ogni considerazione
di natura personale e procedurale. L'esempio più
bello lo ritrovo nella vicenda della requisitoria
dei delitti cosiddetti politici: Reina, Mattarella
e La Torre.
Come ho diffusamente raccontato nel libro da me
scritto in collaborazione con Saverio Lodato sulla
mia esperienza personale palermitana, Falcone non
voleva firmare la requisitoria. Egli riteneva infatti
che fosse necessario prima dare sfogo a un'istanza
della famiglia La Torre, costituitasi parte civile
nel procedimento, e con la quale si chiamava in
causa Gladio.
Essendo di ciò venuto a conoscenza dopo che
ero partito da Palermo, telefonai a Giovanni, come
mi accadeva spesso. Egli mi confermò che
a suo avviso era necessario indagare sull'istanza
della parte civile, ma di essersi trovato di fronte
ad un muro di no: quelli del procuratore capo e
dei suoi sostituti.
Per questi motivi Giovanni si adattò a firmare
la requisitoria. Era stanco delle polemiche e si
rendeva conto che negare la sua firma a quella requisitoria
in quel processo avrebbe significato fare sprofondare
il Palazzo di Giustizia di Palermo e non solo in
un'altra estate degli scandali, da cui probabilmente
sarebbero usciti tutti con le ossa rotte.
Così commentò la sua decisione: "Ho
fatto bene a firmare, così me ne vado a Roma".
Egli aveva capito che a Palermo non avrebbe potuto
più svolgere utilmente il suo lavoro, perciò
ho scritto nel mio libro e ribadisco qui che quella
è la prova più alta che Falcone abbia
dato, sacrificando convincimenti personali ed esigenze
istruttorie per la sua fedeltà alle istituzioni. |
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