Antonino Di Matteo

Antonino Di Matteo è Sostituto Procuratore a Palermo.
maggio 2002
a cura di Enrico Natoli e Maria Mazzei
Prendere la parola oggi, dopo la valanga di commemorazioni di vario genere che ci ha sommerso in questi giorni – e letteralmente sommerso - è veramente impresa improba. Per non cadere nella retorica o peggio nella bassa speculazione politica è necessario credo ancorare le proprie riflessioni a circostanze oggettive, a dati di fatto che non devono, non dovrebbero divenire oggetto di mistificazione. Io personalmente ho provato in questi giorni, credetemi, e non sono il solo, un senso di profonda amarezza nel constatare come agitino il vessillo di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino coloro i quali quotidianamente conducono battaglie senza esclusione di colpi in direzione contraria a quello che fu l’operato di Falcone, ai fondamentali principi ispiratori del suo essere magistrato.

Sono le stesse persone che pensavano, che affermavano pubblicamente che Falcone e Borsellino erano giudici malati di protagonismo, che manovravano nelle loro indagini le dichiarazioni dei pentiti, che interrogavano per finalità politiche o di potere. Sono gli stessi soggetti che continuano a pensare e dire le stesse cose nei confronti dei magistrati che pretendono di esercitare il controllo di legalità anche nei confronti dei potenti, perché questo è il problema. Queste persone hanno l’impudenza di far credere di ispirarsi al pensiero di Falcone e Borsellino e con l’ipocrisia che è tipica dei vigliacchi, mortificano ili ricordo di quei giudici uccisi, che diventano purtroppo sempre più delle icone vuote di cui tutti si appropriano strumentalmente.

Ancoriamoci ai dati di fatto, dicevo. Analizziamo i fatti, non le intenzioni manifestate; analizziamo le leggi adottate in questi ultimi anni, studiamo le proposte normative in itinere. Non può che giungersi, se conduciamo questa analisi intermini rigorosi, ad una conclusione che è incontestabile: il pensiero, l’agire, i propositi di politica giudiziaria di Falcone e Borsellino in funzione di una lotta a Cosa Nostra che fosse veramente incisiva sono stati e sono clamorosamente disattesi.

Io vi farò solamente qualche esempio, e voglio rimanere ancorato al titolo di questo convegno “Mafia e potere”; voglio condurre con voi una riflessione, prima analizzando quello che sta accadendo sul fronte politico, sul fronte del potere ufficiale e parallelamente quello che è accaduto e sta accadendo sul fronte mafioso. Sul fronte politico, intanto con la recente normativa sui collaboratori di giustizia si sono create e realizzate le condizioni per inaridire definitivamente quel fenomeno, che pure aveva consentito di rompere il mito della intangibilità e impunità di Cosa Nostra. Con le leggi attuative del giusto processo – questo anche i non tecnici lo devono sapere - si sono previsti tali e tanti inutili appesantimenti processuali da rendere impossibile la rapida celebrazione dei dibattimenti. Con queste stesse leggi si addivenuti ad un sostanziale azzeramento di ogni valenza probatoria di quanto acquisito nel corso delle indagini preliminari; così facendo si rischia, anzi direi si fa dipendere l’esito del processo da condotte di condizionamenti e coartazione dei testi che sono sempre state tipiche dei comportamenti di Cosa Nostra.

I testi e i collaboratori di giustizia vengono condizionati e cottati nella loro volontà perché non confermino in dibattimento quanto hanno magari detto nella fase preliminare. Le proposte di riforma dell’articolo 192 del Codice di Procedura Penale - nessuno ne ha parlato ma credo che sia uno dei punti principali di quello che sta accadendo – vano nella direzione del disconoscimento aprioristico della valenza probatoria delle dichiarazione dei pentiti; realizzano in tal modo, e forse al di là delle concrete speranze che nutrivano gli stessi mafiosi, quello che era l’obiettivo primario di Totò Riina, quello che era il sogno di Cosa Nostra nel momento in cui Cosa Nostra subì i primi danni dell’azione del pentitismo.

Realizzano e realizzerebbero il sogno di vanificare le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Ho visto partecipare alle commemorazioni, e forse fingere di provare commozione, quei soggetti che da anni si battono in Parlamento per una riforma di questo tipo; e non credo che queste cose possano passare inosservate, o possa succedere come è accaduto per la legge sui pentiti per cui solo dopo l’emanazione tutti abbiamo cominciato a capire la portata di quella legge. Riflettiamo prima su quello che sta accedendo e su quello che si sta modificando nel sistema processuale penale.

Ancora, la scandalosa – non trovo in coscienza altre definizioni – legge sul falso in bilancio. La perdurante inosservanza su leggi già promulgate – si parla tanto di appalti, di stazione unica appaltante, non tutti sanno o comunque molti fanno finta di non sapere che già c’è una legge regionale (la numero 10 del ’93) della Regione Sicilia, che prevede la stazione unica appaltante per ciascuna delle province siciliane, ma che è stata costantemente disattesa e mai attuata. Ancora, la palese inadeguatezza delle previsioni sanzionatorie di reati – mi riferisco alla turbativa d’asta e alla corruzione – attraverso i quali Cosa Nostra gestisce il lucroso affare degli appalti pubblici.

Sono tutti esempi, ma se ne potrebbero fare - credetemi – altri di quanto si sta realizzando più complessivamente. Io temo che si stia arrivando alla definizione di un sistema penale e processuale, in cui diventerà quasi impossibile punire i colpevoli, o meglio un certo tipo di colpevoli: quelli che, organici o non organici all’organizzazione, tirano le fila di quei rapporti di contiguità criminale, economica, politica, senza recidere i quali io credo non riusciremo mai a sconfiggere Cosa Nostra. Magari ci illuderemo di averlo fatto, arrestando e condannando i manovali della mafia, ma coltiveremmo una pia illusione.

Questo quadro – che mi rendo essere a tinte fosche – di quanto sta accadendo nell’antimafia, non può essere disgiunto dall’analisi di quanto è parallelamente accaduto in Cosa Nostra. È definitivamente prevalso, almeno in questo periodo storico, il cosiddetto modello Provenzano, che ritengo rappresenti il ritorno della mafia alla sua essenza più antica e tradizionale. La mafia che si esalta nel suo ruolo di mediatrice; la mafia che cerca la connivenza con lo stato e non lo scontro con esso; la mafia che si erge a protettrice degli altri poteri forti e dirige la propria violenza soltanto verso il basso e quando deve neutralizzare il nemico che sta in alto –per esempio il politico o il magistrato – ricorre non alle bombe o alle lupare, ma alle sofisticate armi della calunnia, dell’isolamento, del boicottaggio o, quando ci riesce, del ricatto.

È la mafia – in poche parole – che in ogni caso vuole fare affari, e a tal fine ha necessità di buoni rapporti con il potere ufficiale. Ha bisogno di dissimulare la sua vera essenza prevaricatrice e quindi di contenere al massimo quell’attività delittuosa che può provocare maggiore allarme sociale: in primo luogo, gli omicidi. È quella stessa mafia, che in funzione dell’apparenza della sua sconfitta non esita a lanciare proposte di dissociazione, subdoli messaggi di finta resa, finalizzati ad un ulteriore definitivo allentamento della morsa repressiva. Il passo indietro della politica, rispetto al rigore manifestato nei primi anni Novanta e i mutamenti interni all’organizzazione sono fenomeni che – credo – dobbiamo analizzare congiuntamente, hanno proceduto di pari passo.

Più la mafia si per così dire inabissata, più la politica ha aperto spiragli e prospettive sempre più interessanti per i mafiosi. Io non so – e se lo sapessi, se avessi elementi certamente non li svilupperei certo in questa sede di convegno – io no so se tutto ciò è frutto di patti e ricatti incrociati. O se più semplicemente sia il risultato di scelte politiche poco avvedute. Certo è che si stanno creando, nella obiettività di questo dato, almeno dal mio angolo visuale, si stanno creando le condizione per una sempre più profonda osmosi tra potere e mafia.

Si stanno creando le condizioni per una convivenza indolore in funzione di una gestione degli affari che si indirizzi all’acquisizione di margini di lucro per ciascuno dei protagonisti. Le modifiche ordinamentali sulla magistratura in cantiere realizzando un oggettivo svilimento dell’indipendenza della magistratura nel ruolo e nei poteri del Pubblico Ministero concorrerebbero, ove venissero applicate, al perfezionamento di un sistema nel quale, quello che Giovanni Falcone definiva il “gioco grande del potere”, sarebbe sottratto ad ogni possibilità di effettivo controllo della legalità. Questo spero che sia il messaggio che passa anche in relazione ai motivi veri dello sciopero indetto dalla magistratura associata. Se passano queste modifiche ordinamentali, io credo che si creerebbero questa volta le condizioni ufficiali per far sì che il controllo della legalità non possa essere neppure in teoria esercitato nei confronti dei potenti.

Io credo che il rispetto vero di chi è morto per i suoi principi e ideali di giustizia imponga di indirizzare le nostre parole, di denunciare quello che vi ho detto perché no avvenga questa definitiva simbiosi, osmosi tra potere mafioso e potere istituzionale. In questo senso volevo anche riprendere quello che ha detto il presidente Almerighi all’inizio di questo dibattito: noi abbiamo un grande dovere, no possiamo soltanto denunciare, non possiamo soltanto chiedere l’aiuto importantissimo della cosiddetta società civile. Noi giudici, noi magistrati – pubblici ministeri, in particolare -abbiamo il dovere di non guardare dove spira il vento.

La delega ad indagare sui rapporti illeciti tra mafia e potere, tra mafia e politica, la delega ad indagare sui depistatori di professione non ce l’ha data nessuno e se hanno inteso darcela noi non abbiamo che farcene delle deleghe in bianco degli altri poteri dello stato. E’ la Costituzione che ci impone di farlo, e ci impone di farlo fino a quando sarà in vigore, sia che ci sia un clima favorevole, sia che ci sia un governo favorevole, sia che ci siano condizioni di estrema difficoltà: è la Costituzione che ci impone di continuare a farlo anche quando ciò diventa impopolare e scomodo. È la Costituzione che ce lo impone fino a quando tutti i cittadini saranno veramente uguali di fronte alla legge e fino a quando l’azione penale continuerà ad essere obbligatoria.

Quando modificheranno la Costituzione ciascuno di noi farà le sue scelte che potrebbero anche essere – questo per quanto mi riguarda – quella di non continuare in una professione in cui non crederei più.
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