Franca Imbergamo

Franca imbergamo è Sostituto Procuratore a Palermo, è stata Pubblico Ministero nel processo che ha visto di recente la condanna all'ergastolo per Tano Badalamenti e Vito Palazzolo nel processo per l'omicidio di Giuseppe Impastato.
maggio 2002
a cura di Enrico Natoli e Maria Mazzei
Accetto la provocazione di Luca Tescaroli. Un breve flash sul processo Impastato: io no credo che incredibilmente si vincano i processi; è vero però che siamo riusciti a vincere i processi nei confronti dei vecchi capi mafia e della base militare; diventiamo improvvisamente incapaci quando cerchiamo di affrontare altri livelli; alcune cose non riusciamo neanche a portarle al processo (c’è qui testimone Lo Forte), ci sono delle indagini che, proprio perché sono cambiate le regole durante il gioco, durante l’indagine stessa, non arriveranno neanche ad una richiesta di rinvio a giudizio – mi assumo tutta la responsabilità; tra qualche anno parlerete di Franca Imbergamo di una eccellente insabbiatrice perché sta scrivendo alcune eccellenti richieste di archiviazione.

Ma questi sono i nuovi criteri di valutazione della prova e ne abbiamo dovuto prendere atto. Il processo Impastato si è salvato in uno slalom feroce tra le nuove leggi che subentravano continuamente e siamo riusciti a portare fino alla condanna di Gaetano Badalamenti un processo delicato. Delicato perché affrontava anche il nodo delle collusioni tra la mafia, la mafia di Badalamenti (che è molto simile alla mafia di ora, così silenziosa, attenta agli affari, attenta ai rapporti istituzionali) e le istituzioni, rappresentate dalle forze dell’ordine ma probabilmente – e quasi certamente dalla magistratura -.

Perché il processo si è celebrato solamente nei confronti di Gaetano Badalamenti? Ci sono tutta una serie di ragionamenti tecnici per questo però io vi invito a ragionare anche su altri livelli di responsabilità. In fondo la scommessa che abbiamo voluto affrontare con Guido Lo Forte e con Gian Carlo Caselli quando abbiamo chiesto il rinvio a giudizio per Gaetano Badalamenti, affrontando un processo scomodo che molti non avrebbero voluto in Italia, era quello di portare a galla una serie di responsabilità che non era più possibile probabilmente, quasi certamente, colpire con la sanzione penale ma che avevano un loro peso specifico.

Io credo che esista ancora in questo paese una responsabilità morale oltre che politica in quello che si fa e forse questa è la nostra ultima speranza. Perché nelle parole dei colleghi io noto spesso questo cadere in un corto circuito che non ci aiuta, questo ancorarci solo e soltanto alla verità giudiziaria che ha tempi lunghi, che è una scommessa grande e non è detto che ci si arrivi e magari nel frattempo ti cambiano le regole del gioco. Però vivaddio ci sono altri livelli di responsabilità. Io in questi giorni mi sono tenuta lontana da Palermo, dalle manifestazioni ufficiali; ho accettato con grande soddisfazione gli inviti che mi sono stati rivolti in alcune scuole – e ne sanno qualcosa i ragazzi della tutela che mi accompagnano in giro – per parlare con i ragazzi di Falcone e Borsellino e per cercare anche di informarli fu quello che è successo al di là delle parole, delle polemiche, della retorica, di questo muro di gomma nel quale siamo tutti uguali e Falcone è un patrimonio di tutti. Io condivido perfettamente le parole di Mario Almerighi.

Ho cercato anche di spiegare cosa significa l’apporto, il contributo di Falcone e Borsellino, cercando anche di chiarire perché in questo momento cruciale – poi ne parleranno anche i colleghi – perché in questo momento cruciale per la magistratura ci venga buttato addosso il cadavere di Giovanni Falcone per dire che lui avrebbe voluto quelle riforme contro cui noi oggi vogliamo scioperare!

E’ falso, alcuni di noi hanno criticato con dovizia di argomenti suppongo all’epoca alcune proposte di riforma che Falcone aveva caldeggiato ma che non aveva niente a che vedere con le riforme che oggi ci vengono prospettate in tema di riforma dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura; e mi piacerebbe trovarmi in un contraddittorio tecnico – anche per non annoiarvi troppo – con coloro che sostengono queste cose e poter dimostrare, dati alla mano, che porre ad esempio la carriera dei magistrati ai livelli degli anni Cinquanta è una cosa che Falcone non sognava nemmeno. Quindi vorrei ringraziare gli organizzatori dell’incontro che ci stanno permettendo di fare quello che un tempo, quando io andavo all’università, si chiamava contro-informazione. Cerchiamo di fare contro-informazione; e cerchiamo di ascoltare anche gli stimoli – non tutti positivi – che ci vengono dai racconti dei ragazzi.

Io sono stata a contatto con ragazzi di diversa età in questi giorni e mi sono resa conto che noi abbiamo nei loro confronti un grande dovere di coerenza e di coraggio, e che dobbiamo provare ad affrontare i temi di un antimafia che è difficile è complessa complicata, denunciando le mistificazioni ma guardando anche al nostro interno. E allora ad esempio, in una scuola parlando della solitudine di Giovanni Falcone è giusto affrontare il tema anche “di chi l’ha lasciato solo”. E’ bellissimo il fondo di Giorgio Bocca di qualche giorno fa su Repubblica: “Falcone uomo solo e disperato”.

Ma se qualcuno, un marziano, dovesse scendere oggi su questo pianeta per osservare il dibattito odierno, penserebbe che Falcone è stato lasciato solo da persone che sono oggi tutte morte, defunte, liquidate. Non è così, non è così. E allora, per capire quello che è successo nel ’90-’91-’92 e poi successivamente, dobbiamo che ci sia una sentenza di condanna per tutti, per tutti coloro che a diverso livello hanno creato quel vuoto in cui sono piombati i nostri colleghi? Oppure dobbiamo cominciare – come dire – che sia percorribile, con la coscienza di una società civile che è cresciuta in questi anni, il tema delle responsabilità oltre il tema delle responsabilità giudiziarie. Io non lo so se sto proclamando - forse inconsapevolmente lo faccio – una sorta di confitta della via giudiziaria, ma le sentenze non possono dare risposte e tutto.

Non potete cercare nelle sentenze risposte definitive a quelle cose che invece si sanno e si comprendono perfettamente. Perché i tempi, lo diceva Alfredo Morvillo, una delle poche voci che ho apprezzato in questi giorni, i tempi del codice di procedura penale sono lunghi, ma le responsabilità ci sono lo stesso. La stessa magistratura probabilmente, io dico certamente, non ha saputo fare pulizia al suo interno e non possiamo prendercela sempre con una sola persona, che tra l’altro in questo momento è in pensione, avrà avuto le sue enormi responsabilità e a quelle lo avete inchiodato, lo abbiamo inchiodato, ma quel vuoto deve avere avuto altri attori, almeno di non voler attribuire capacità eccezionali a questa persona e di rammaricarci di averla perduta, allora.

Che cosa è successo in quegl’anni. Io frequentavo da poco il Palazzo di Giustizia perché io sono entrata in magistratura assieme ad Antonio Ingroia nell’87 e ho assistito però al dibattito sulla nomina a Consigliere Istruttore di Giovanni Falcone, Meli-Falcone. Allora io credo che invece di continuare, come dice Gian Carlo Caselli, a gettare il cadavere di Falcone addosso ai vivi perché non possono più continuare a fare il proprio lavoro, esaltando ipocritamente Giovanni Falcone, bisogna cominciare a guardare a quegl’anni e a fare un esercizio della memoria cosciente, critica; probabilmente evitando che si riannodino, come purtroppo si stanno riannodando, alcuni fili di potere.

Palermo è una città complicata, luogo comune ormai, ma è complicata proprio per questa ragione, perché forse la maggior parte di noi aspetto che ci sia una sentenza passata in giudicato per dire un no. Il no bisogna dirlo prima, a prescindere, al di là. Allora io credo che tutto questo lo dobbiamo a quelli che ci chiedono di questa storia del ’92 e delle stragi che sono poi successe perché altrimenti diventerà difficile far crescere nei giovani – che penso siano veramente una buona risorsa, e anche una cartina di tornasole – l’interesse e la consapevolezza di far parte di una storia positiva. La coerenza spietata che hanno i ragazzi forse è l’unica salvezza che ci rimane per cercare di ancorare alcuni percorsi a dei dati possibili. E tornando sempre al processo Impastato, io sono contenta che si è aperto un dibattito, che ne abbia parlato la commissione antimafia che è andata al di là delle mie forze come Pubblico Ministero; non potevamo andare oltre, lo dico non per trascinare in quest’avventura con me chi ha firmato, cioè Gian Carlo Caselli e Guido Lo Forte, non potevamo andare oltre, ma in realtà ci siamo andati.

Ma in realtà ci siamo andati perché quel processo era una scommessa, perché se l’avessimo perso non oso immaginare che cosa sarebbe stato di noi per aver trascinato sul banco degli imputati non soltanto Gaetano Badalamenti ma anche alcuni istituzioni dell’epoca, istituzioni e uomini che non sono affatto scomparsi nel nulla, ma che sono stati addirittura promossi ai vertici delle rispettive istituzioni. Questo lo dico perché penso che abbiano il dovere di affrontare da oggi in poi questa tematica. Non possiamo come magistrati dire “non dateci una delega in bianco” perché non possiamo risolvere tutti i problemi e poi ricadere nel circuito perdente dell’“aspettiamo”. Probabilmente anche questo è un invito che viene da alcune indagini che si stanno svolgendo in altre Procure rispetto a quella dove lavoro io, forse un dibattito più approfondito aiuterebbe non dico a percorrere quelle vie giudiziarie ma ad approfondire quei temi di responsabilità.

Credo che tutto questo eviterebbe di spostare tutto il conflitto e la tematica del conflitto attuale sulle spalle della magistratura, perché è assolutamente evidente ormai a tutti che sulla magistratura, proprio per questa delega, quest’attesa spasmodica della sola verità giudiziaria, si sono riversate in questi anni tutte le contraddizioni di questo paese, in maniera tale che la politica, l’amministrazione e tutti gli altri livelli di responsabilità dello stato stanno là ad aspettare e fino a che non c’è una sentenza passata in giudicato non si muove nessuno (forse non si muove neanche dopo, ma sicuramente prima della sentenza non si muove nessuno).
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