Interviste dal corteo

Duemila persone che partono da via D'Amelio, luogo della strage dove fu ucciso Paolo Borsellino con la sua scorta, fino all'albero Falcone in via Notarbartolo. Duemila persone, dieci anni dopo è quello che rimane: pochi, ma cocciuti. Nessuno si libererà facilmente di loro.
maggio 2002
a cura di Enrico Natoli e Maria Mazzei
Santi, 54 anni, della provincia di Enna

Come mai qui oggi?

Siamo venuti, con mia moglie, perchè pensiamo che essere presenti almeno al decimo anniversario della morte di Falcone sia molto importante per noi due, per sentirci meno insignificanti di fronte a una personalità come quella di Giovanni Falcone.
Poi per testimoniare anche noi l'importanza della continuazione della lotta alla mafia.

Noi veniamo da Roma, per noi il problema non è visibile tutti i giorni. Com'è la situazione qui oggi?
Sta subentrando un po' di rassegnazione all'idea che la mafia è un male che non è facile sradicare. La gente è un po' scettica sulla possibilità di riportare le cose al livello in cui le avevano portate Falcone o Borsellino.
Secondo noi il problema della mafia non è siciliano, ma Italiano.

Cosa possono fare i cittadini delle altre regioni per contribuire alla lotta?

Credo che quello che può fare ogni singolo cittadino è importante. Dover scegliere tra un compromesso e una posizione che non accetta di avere il favore in cambio di un voto o in cambio di un occhio chiuso, per non vedere quello che sta succedendo. E' dovere di tutti i cittadini credere in un'onestà, in una correttezza per potere far sentire ai magistrati che lottano contro la mafia che c'è una base popolare di persone che ancora credono nell'onestà.

Se li ricorda quei due giorni di dieci anni fa?

Noi eravamo a casa nella provincia di Enna e quelle due date sono state per noi veramente una tragedia che non possiamo dimenticare. Quiando hanno ucciso Falcone è stato come per noi sentire che qualcosa si rompeva e non sarebbe stato possibile recuperarlo. Il 19 luglio forse quella sensazione che avevamo avuto è diventata quasi una certezza. Molta, molta tristezza per quello che era successo.

Cosa ci hanno lasciato queste due persone e le tante altre persone che hanno combattuto perdendo la vita?

Ci hanno lasciato un esempio difficile da imitare perchè raggiungere il livello di professionalità e di coraggio che avevano Falcone e Borsellino non è facile per nessuno. Molti magistrati di Palermo, e non solo, come Caselli, hanno provato a seguirne l'esempio e sicuramente sono riusciti a fare tantissimo. Abbiamo una riconoscenza enorme nei confronti di Caselli perchè lui è venuto in Sicilia a rischiare, senza conoscerne la mentalità. Purtroppo adesso si dimentica anche questo e Caselli viene attaccato e si dice che abbia fatto politica, invece lui ha voluto portare avanti ancora il messaggio di Falcone e Borsellino. Quello che per noi rimane adesso è quest'esempio bellissimo che non potrà mai essere cancellato.

Si sente ottimista per il futuro?

Se debbo essere sincero, no. L'ottimismo non è la sensazione principale in questo momento, perchè sento che la classe politica che governa la Sicilia o l'Italia non è esattamente la classe politica che vuole contrastare la mafia. Tutto quello che si sta facendo in questo momento è quasi per demolire quello che i giudici del pool antimafia avevano creato. Purtroppo io credo che in questo momento è difficile essere ottimisti.

Eppure arrivano dei segnali contrastanti dalle istituzioni: se da un lato c'è un ministro che dice che con la mafia bisogna convivere, dall'altro il presidente della commissione antimafia si dice sicuro di catturare Bernardo Provenzano entro la fine dell'anno. Che ne pensa?

Il ministro che ha detto che con la mafia bisogna convivere per qualche motivo ha detto la verità, quella che lui sentiva dentro. Ha fatto un errore che non avrebbe dovuto fare, ma in questo modo ha rivelato quella che è la sua posizione e quindi questo coincide con l'idea che si ha, ossia che non ci sia la volontà da parte delle istituzioni di contrastare veramente la mafia.
Il fatto che vogliano prendere Provenzano lo considero un fatto meramente simbolico. Provenzano è un boss ormai vecchio, penso che abbia già i suoi successori che operano.
Il contrasto alla mafia si fa facendo delle buone leggi, non cambiandole in senso favorevole alla mafia.

La moglie di Santi

Sono nata in Inghilterra, vivo qui da trent'anni, non mi considero siciliana perchè non ho il bagaglio culturale, ma mi sento adottata dalla sicilia, voglio dire che mi sento molto triste oggi. Non solo per la tristezza del ricordo delle morti di Falcone e Borsellino, ma anche per la poca partecipazione delle persone di Palermo. Anche del resto della Sicilia, ma specialmente di Palermo.
Facciamo così poco marciando così, è una cosa che non ci costa niente, non stiamo rischiando la vita, eppure neanche questo riescono a fare. Questo mi fa molta tristezza.
Ma come diceva Santi, questo fa parte della situazione attuale.

In Inghilterra avete combattuto il terrorismo con l'esercito, in Italia il terrorismo è stato sconfitto. Se si individua un gruppo terrorista oggi si può scatenare una guerra come quella in Afghanistan. Perchè con la mafia non si applica questo modello?
Perchè c'è quest'altro aspetto di una cultura che fa da base per la mafia. La cultura di una mancanza di un senso sociale, questo sì, lo sento moltissimo. Io amo la Sicilia e i siciliani, ma la mancanza di un senso sociale è davvero forte. Ognuno fa i propri interessi, magari non in modo egoista perchè magari si sta pensando a un figlio che è senza lavoro... ma non c'è questo senso del sociale. Se possiamo fare una società dove tutti hanno più speranze, è meglio, no?

Quindi la responsabilità di un cambiamento passa anche da noi singoli cittadini?
Certo, questa è l'unica cosa che possiamo fare come individui, ma anche educare verso un maggiore senso sociale, sentire la responsabilità per gli altri.

Andrea, 25 anni, e Simona, 19

Che vuol dire essere qua per voi? Eravate giovanissimi dieci anni fa...

Andrea: Io mi ricordo benissimo quando hanno ammazzato Falcone. Per me ha un significato enorme, è stata una cosa bruttissima.

Cosa hai perso?

Andrea: prima dell'intervista dicevi che a Roma la percezione del problema della mafia è diversa. Ma non è che noi nella nostra vita quotidiana abbiamo molta differenza. Bisogna combattere per le cose che succedono e che fanno andare peggio tutta l'Italia... è la mentalità mafiosa in senso generale, non soltanto quello che succede.
E' la mentalità dell' "amico nostro" (lo pronuncia in siciliano, ndr), dello "zio vasa vasa" (come il Corriere della Sera ha titolato chiamando così Cuffaro... (presidente della regione Sicilia, ndr). E' questa la mentalità che io combatto.

E per te che significa essere qua?

Simona: mah...un significato simbolico, ovviamente. Credo di rappresentare la coscienza di tutta la Sicilia ma non solo, di tutta Italia. Dovremmo essere molti di più in questo momento ed è una vergogna essere così pochi, sinceramente. Perchè tanti anni di storia mafiosa non si dimenticano e non possono essere cancellati. Così da un giorno all'altro. Perchè la mafia c'è, solo che è molto più sotterranea e non se ne parla per questo. Ma questo non significa che non ci sia più mafia.

Tu dove la cogli la mafia, nella cronaca giudiziaria o nella vita, nelle storie che ti raccontano...?
Simona: nella mentalità della gente, come si affrontano le cose di ogni giorno. Nelle cose più piccole, ci si confronta con la tipica mentalità mafiosa che conosciamo.

Cosa si può fare a livello nazionale, qualcosa che sia nelle nostre possibilità?

Simona: Intanto essere qui, credo che sia fondamentale. Poi andare contro questa mentalità mafiosa con cui si viene a contatto ogni giorno e scontrarsi. Avere un po' di coraggio e andare contro.

Ti senti difesa, senti la solidarietà delle persone attorno a te?

SImona: Tanto accompagnata non mi sento.
Andrea: per me è la stessa cosa, è brutto oggi pensare che ci sia meno gente di quella che mi immaginavo. Avevo avuto la sensazione che la gente fosse più sensibilizzata, se ne era parlato molto, anche in tv su La 7... però siamo qua, anche se relativamente poche persone. L'importante è che non muoiano certe idee, come si è ripetuto tante volte.
Simona: l'importante è non lasciarsi scoraggiare.

Secondo voi si divrebbe parlare di più di mafia, o di meno, o diversamente?

Simona: bisognerebbe continuare a parlarne.

Emanuele Villa, responsabile dell'associazione antimafia Palermo Anno Uno.

A distanza di dieci anni, come ti sembra oggi?

Mi sembra un bel clima, credo che c'è un risveglio di partecipazione, dopo un po' di freddezza degli ultimi anni, credo che abbia influito molto questa tendenza a livello nazionale, questi brutti messaggi che arrivano... di convivenza con la mafia, di non risolvere i problemi della giustizia. Credo che queste cose abbiano un po' risvegliato la partecipazione, la gente ha cominciato a pensare "devo continuare a esserci". Oggi mi sembra bello, da questo punto di vista.

A proposito di messaggi istituzionali, come giudichi la distanza tra le affermazioni di chi dice che con la mafia si deve convivere e di chi dice invece che entro la fine dell'anno sarà catturato Bernardo Provenzano?
Questo non lo posso sapere, non so se ci sono dati obiettivi che fanno ritenere che questo arresto sia così vicino oppure è un elemento dato dal momento. Però certò che è possibile, credo che ormai si sia stretto il cordone attorno ad alcuni capi. Solo che poi il problema è: e i mandanti?
E' tutta qua la mafia? E' Riina, Giuffrè, Santapaola, Provenzano? Io non credo.
Allora penso che ci sia tutto un altro lavoro da fare per individuare gli agganci della mafia con la finanza, la politica, a livello internazionale. Qualcosa era iniziato, poi si è bloccato tutto. Su questo punto credo che dobbiamo lavorare ancora molto.

A Roma si vive una realtà diversa, si potrebbe anche ignorare la mafia. Però per noi il problema è nazionale e non solo siciliano, prova ne sia il fatto che lunedì scorso sono state arrestate 46 persone nelle Marche per reati collegati alle attività mafiose. Come cittadini cosa possiamo fare?
Moltissimo. Non tutto, chiaramente, non dipende tutto da noi. Però si può fare moltissimo. Intanto anch'io la mafia non ce l'ho vicino casa, però la avverto. Palermo è una città che ha una cultura mafiosa significativa. Allora noi cosa possiamo fare? Intanto parlare, andare nelle scuole, fare prevenzione, creare occasioni di sviluppo, soprattutto nel mezzogiorno. Poi parlare, parlare, parlare... possiamo fare tantissimo, soprattutto a livello di prevenzione.

Nel nostro sito entrano delle persone che dicono: "io non posso credere che la mafia sia legata alla politica, sarebbe troppo brutto"...

La mafia, per sua natura, è intimamente legata alla politica, non potrebbe essere altrimenti! Sono i rapporti che cambiano di volta in volta, con questo o con quel partito, con quella corrente... però per sua stessa natura la mafia non può fare a meno della politica, cioè di un riferimento che possa portargli delle cose, che si possano creare scambi più o meno intensi.

A parte l'emozione di oggi che comunque è fortissima, sei ottimista per il futuro?
Mah, ti dirò, io sono ottimista per natura. Oggi non sono molto ottimista sul clima generale. Ma non credo che sia tutto rigidamente precostituito, che non ci siano margini di cambiamento, anche a livello nazionale. Secondo me già l'elemento del risveglio è positivo.

Nando Dalla Chiesa, deputato dei DS, figlio del generale ucciso dalla mafia

Che significato ha essere qui oggi come cittadino e come politico?

Beh, anche come familiare di vittima... essere qui perchè vanno ricordate queste persone. E' un debito di gratitudine perchè loro hanno fatto il processo per mio padre, hanno pagato un prezzo altissimo perchè sono stati uccisi anche per questo. Ci mancherebbe che non ci fossi.

A che punto è il contrasto dello Stato nei confronti della mafia? I procuratori ci dicono cose allarmanti, sembra che la risposta delle istituzioni non sia adeguata.
L'atteggiamento si è affievolito come impegno. Questo per molte ragioni, il processo di affievolimento è iniziato qualche anno fa. Uno scarso senso di responsabilità quello di cercare altre cose piuttosto che privilegiare la lotta alla mafia, si è preferito cercare accordi ed equilibri politici, il soddisfacimento degli avvocati nei processi. C'era una cosa più profonda da affrontare, che era la continuità della lotta alla mafia. E questo non è stato fatto.

Anche una parte del suo schieramento politico è stato quindi responsabile di questo affievolimento? Mi riferisco in particolare alla legge sul "giusto processo".

Ma certo, la legge sul "giusto processo" è ineccepibile in termini teorici, come si fa a dire che il processo non deve essere fatto in tempi ragionevoli? Dopo di che tutto questo viene utilizzato per allungarlo all'infinito, per dare la possibilità all'imputato di ottenere la prescrizione o di trovare sempre nuovi pretesti per dilazionar ei motivi della sentenza. Non è che abbiamo davanti a noi persone prive di denaro o prive di appoggi, di capacità di influenza. Queste persone, processualmente, sono state aiutate.

Il procuratore Grasso dice che la legge sul "giusto processo" fa molti più danni di quella sulle rogatorie, o sul falso in bilancio.

Io ne dubito, il "giusto processo" l'ho votato anch'io. Come si fa a dire tra dieci anni "no, io non volevo che il processo fosse celebrato in tempi ragionevoli e le prove verificate"? E' l'applicazione di quell'articolo e il contesto generale - gli attacchi ai magistrati, ai collaboratori di giustizia - il problema. Credo che dal punto di vista legislativo rogatorie e falso in bilancio siano molto più "indifendibili" del "giusto processo"'. In sè, lo ripeto, il giusto processo esprime dei princìpi inattaccabili, ma loro sapevano che cosa coronava, ecco: un'offensiva che andava avanti su un altro terreno.

Forse è una legge perfetta, ma forse fatta per una società più evoluta, più giusta della nostra. Forse anche la filosofia del diritto deve rispondere alle esigenze della società...
Certo, ma infatti sono norme di attuazione. Io sono tra quelli che si sono opposti alla riscrittura dell'articolo sulle testimonianze dei collaboratori di giustizia, si è cercato di dare un colpo di spugna alla possibilità che i collaboratori incidessero sulla formazione delle prove con i loro racconti. Ma credo che lì dovemmo chiedere aiuto alla lega per raccogliere le firme necessarie per votare il provvedimento in aula, sennò lo liquidavano tranquillamente in Commissione.

Siamo in terra di mafia e di antimafia, ma anche una terra che ha visto il successo per sessantuno seggi a zero da parte del centrodestra. Quali sono le risposte che sono mancate da parte del centrosinistra?
La capacità di parlare a tutti. Eh, ma questo riguarda una parte complessa della politica, non si può dire dove hai sbagliato. Anche ad essere coerenti, certe maggioranze non si sarebbero ottenute, il problema è di riuscire a parlare alla società nel suo insieme e riuscire a cogliere anche le pieghe delle trasformazioni sociali, le pieghe migliori. Francamente, poi devo dire che quando si perde elettoralmente ognuno cerca di trovare le ragioni della sconfitta in ciò che lo ha maggiormente infastidito o in ciò che lui ha avversato, quindi potrei tranquillamente dire che uno schieramento più coerente avrebbe avuto la maggioranza. Non mi sento di dirlo.

Ricordo le parole di Orlando quando Falcone lasciò la procura di Palermo, furono parole pesanti che appesantirono il clima (Orlando disse che Falcone lasciava Palermo e andava a Roma per "tenere nei cassetti" le carte che dimostravano l'esistenza di un collegamento tra mafia e politica, ndr). Oggi chi commemora Falcone non dovrebbe chiedere scusa?
A me piacerebbe che lo si facesse. Io negli articoli e nei libri, anche oggi sull'Unità, ho detto che ho dei sensi di colpa per aver taciuto qualche volta di fronte a quelle accuse. Avrei dovuto parlare, ribellarmi. Per non rompere delle amicizie non l'ho fatto e parlavo poi privatamente con Falcone, ma avrei dovuto farlo.

In campagna elettorale non si è parlato di mafia. Come mai?

Mah, io ne parlo sempre.

Intendo i leader dei due schieramenti.

Questo è un problema loro. Mi dispiace questa mancanza di sensibilità, ma io ne parlo sempre.

Dario, 18 anni e Giusto

Dario: questo decennale è importante perchè ci dovrebbe servire per rilanciare una stagione di lotta contro la mafia, non solo lotta di repressione e di politica dall'alto, che serve - ossia una lotta attraverso la magistratura e le istituzioni - ma dovrebbe fare acquisire una coscienza antimafia, una coscienza che rigetti la cultura mafiosa. In Sicilia è molto forte una cultura che agevola la cultura della mafia e mi riferisco alla cultura del favore, alla cultura del clientelismo, è qualcosa su cui la mafia si appoggia. Questa coscienza dovrebbe spazzare via questa cultura per aprire la cultura del diritto, non quella del favore.
Per questo è importante ricordare, ma ricordare da solo non basta. Bisogna proprio costruire una coscienza antimafia.

Perchè vince la cultura del favore rispetto a quella del diritto?

Perchè soprattutto in alcune zone c'è una situazione di profondo disagio. Io lo vedo a Palermo, ma penso che anche in altre città sia così. Le persone non credono spesso nello Stato, anche per sopravvivere e trovare un lavoro si aggrappano a qualsiasi cosa. E a volte questa cosa è la mafia. Alle volte la mafia dà lavoro, ma lo dà in cambio di favori, di corruzione, della perdita della libertà dell'individuo.
Per questo bisogna partire dal creare delle condizioni vivibili nelle periferie, nei posti più disagiati. Se non si devono chiedere più favori, ecco che può partire la cultura del diritto. Avere un lavoro è un diritto, ma finchè ci saranno questi bisogni così forti, così radicati, non si passerà mai a una controffensiva.

Giusto: Sono qui per non dimenticare quello che è successo dieci anni fa, e per far rivivere una nuova stagione di lotta alla mafia. La mafia c'è, è ancora forte, vive nell'invisibile e nel somemrsoe purtroppo ancora strozza il tessuto economico e sociale della Sicilia. Allora oggi per dire che la amfia va combattuta non soltanto come sistema di potere criminale, ma anche come cultura che sta nel tessuto economico e sociale della nostra isola, quindi un modo per rilanciare la lotta alla mafia partendo dalle questioni sociali.

In altre parti d'Italia forse non si avverte così forte il dover scegliere tra cultura del diritto e del favore. Cosa è per te questa possibilità?

E' una costante che inquina tutti gli aspetti della vita pubblica. Vive in modo sommerso perchè la mafia ha cambiato strategia, non uccide più, non spara più. Però in questo senso sembra meno pericolosa, ma lo è di più perchè si insinua in maniera criminale nei gangli della democrazia. In Sicilia manca l'acqua e buona parte dell'acqua viene gestita dalle organizzazioni criminali. Non è che non ci sia l'acqua, ma viene gestita in malo modo, dalla mafia. In questo momento si sta votando in molti comuni della Sicilia e la mafia sta inquinando il voto. Oggi un candidato sindaco di Rifondazione Comunista a Gela ha subìto una minaccia di morte, ha trovato un proiettile nel suo facsimile. E' un modo evidente per inquinare la vita pubblica e per intimidire la rinascita della vita civile.

Tu nella vita quotidiana che fai?

Io faccio quotidianamente antimafia. Per il mio lavoro, perchè insegno in una scuola media palermitana a rischio, e la mia scuola è qui presente a questa manifestazione. E poi lo faccio col mio impegno politico perchè essendo segretario di un partito faccio militanza attiva per fare in modo che la cultura della legalità e dell'antimafia sia presente in ogni atto politico di questa città.

Cosa chiederesti di fare a me?

Di dire ad alta voce che la mafia ed è forte. Perchè il primo modo per sconfiggerla è dimostrare che esiste.

Don Luigi Ciotti, presidente di Libera

Lei ha girato l'Italia più volte con la sua associazione. Che idea ne ricava?

Ci sono tante realtà attente, impegnate con continuità e segno di una attenzione, ma c'è anche tanta tanta distanza. Persone che gridano alla normalità, ma poi intendono normalizzazione, che sono stanche di parole come legalità, giustizia, memoria. Allora siamo qui anche poer riaffermare che questi valori devono appartenere a tutti, che non ci possono essere solo le risposte emotive all'indomani delle grandi tragedie, ma che all'emozione bisogna metterci anche la ragione, che al dolore bisogna rispondere con la politica alta, capace di dare continuità, di fare delle scelte. Dobbiamo gridare mai come in questo momento che la mafia non morirà mai se non cambia un certo modo di fare politica e se i cittadini non si assumono la responsabilità di fare la loro parte. E' compito anche nostro.

Quei due giorni del '92 sono stati l'equivalente italiano dell'11 settembre scorso. L'altra sera vedevo da Vespa in televisione il titolo della puntata dedicata a Falcone: "Un eroe Italiano". Per me lui non è stato un eroe, ma una persona che ha cercato di fare quello in cui credeva. Lei che ne pensa?
Oggi tutti celebrano, ci sono molti riti. Memoria vuol dire tenere i piedi per terra, vuol dire abbracciare i familiari, vuol dire ricordare ma anche non strumentalizzare i contenuti, le parole, le scelte, il coraggio. Vuol dire impegnarci a fare in modo che domani non dovremo dire che ci sono altre vittime, altri eroi. Dobbiamo assumerci le nostre responsabilità. Il cambiamento è possibile se ognuno fa la sua parte, quel di più che è necessario.

Nella vita di tutti i giorni, senza snaturare le nostre vite, cosa si può fare?

Beh, si sta perdendo il senso della legalità nel paese. I problemi sono la corruzione, le forme di usura, lo sfruttamento della prostituzione, il mercato della droga, il doping. Questa è una società che garantisce molte volte i furbi a scapito dei deboli, dove c'è il rischio di fare delle leggi deboli con i forti, e forti con i deboli. Bisogna dare coerenza a tutto questo, sennò che memoria facciamo di Falcone, dei ragazzi della scorta, di Francesca. Solo parole. Ma le parole sono molto stanche, noi abbiamo bisogno di fatti, di concretezza. Abbiam bisogno che ci sia una politica dei quattro pilastri: la risposta giudiziaria, delle forze dell'ordine, la risposta militare - o come si chiama - , questo certamente, ma anche la formazione e lo sviluppo sociale, il problema dei percorsi educativi e della prevenzione, e il quarto pilastro è quello della memoria e dell'impegno. Ma se non si affrontano gli altri pilastri, se si affronta uno e si trascurano gli altri, la casa non può stare in piedi.

E' ottimista per il futuro?

Dipende anche da noi, non facciamoci alibi. Abbiamo una grande responsabilità, quella di esserci. Non solo nelle grandi occasioni, ma nella vita di tutti i giorni. Senza lasciarci prendere dallo scoraggiamento, senza rassegnarci, non solo denunciando le cose che non vanno, ma facendo emergere le cose positive che ci sono. Lo ripeto, dipende anche da noi.
 
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