Guido Lo Forte

Guido Lo Forte è Procuratore Aggiunto a Palermo.
maggio 2002
a cura di Enrico Natoli e Maria Mazzei
Sull’uso dei pentiti, leggo testualmente alcuni brani di articoli pubblicati su autorevoli quotidiani nazionali e autorevoli editorialisti una critica alla magistratura che non ha saputo fare un uso intelligente dei pentiti, che non è stata all’altezza, pentiti che poi vengono definiti testualmente “avanzi di cosca, arnesi processuali di epoche lontane ed oscure”.

Un altro articolo, di un autorevole editorialista: “Nei processi di mafia si è dovuta riscontrare non la grandezza di istruttorie mirate e ricche di prove, ma l’ampollosità di messinscena dimostrative destinate a polverizzarsi sotto i colpi di quel poco che è rimasto dello stato di diritto. Bisogna chiedersi se è stato opportuno seguire questa strada estremamente utile ai fini spettacolari ma dannosa come dimostrano i casi citati. Bisogna chiedersi se è stato utile tramutare un pentito in collaboratore di giustizia di fatto introducendo nel processo penale una figura in contrasto sia col rito che con la costituzione. I comunisti mirano a controllare l’antimafia e appoggiano a spada tratta i magistrati – personaggio. A Palermo c’è un diffuso clima maccartista una gestione monopolistica da parte di alcuni magistrati, un lampante pericolo non solo di condizionamento giuridico ma ancor più di condizionamento politico”.

Vi chiederete a chi si riferiscono questi articoli? Sono articoli tutti pubblicati nel 1987 e si riferiscono tutti al maxi processo e a Falcone e Borsellino. Perché nell’87 cominicia questa campagna che prima è di dura contestazione e poi di aperta delegittimazione, e prosegue nell’89 con le lettere del corvo e così via? Perché, visto che tutto sommato dopo il rinvio a giudizio del maxi uno e l’inizio del primo grande processo alla mafia, tutto lo stato era coeso attorno a questo processo (erano state sostenute anche spese ingenti per consentirne la celebrazione)? I rappresentanti di tutti i Comuni d’Italia erano venuti a partecipare a manifestare la loro presenza e solidarietà nel giorno dell’avvio del dibattimento.

Perché nell’87 improvvisamente questa inversione di tendenza, che badate bene è un’inversione di tendenza che avviene e si sviluppa a livello nazionale, neanche locale? Io mi sono chiesto: che cosa è successo? Ci ho pensato un attimo e mi è venuto in mente: si è pentito Antonino Calderone.

È successo che Buscetta e Contorno, i quali avevano costituito l’impianto originario del maxi processo e che avevano limitato le loro dichiarazioni all’ala militare di Cosa Nostra (Buscetta anche lealmente chiarendone i motivi e i limiti: aveva detto di sapere altro ma di non essere disposto a dirlo perché – disse testualmente a Falcone – “se glielo dicessi e lei lo scrivesse ci prenderebbero per matti”), Calderone invece apre un nuovo capitolo: Calderone è forse il più attendibile di tutti i pentiti di mafia, per unanime riconoscimento di tutte le sentenze di tutte le autorità giudiziarie.

E comincia a parlare per esempio del golpe Borghese, perché Calderone è il primo che rivela il retroscena delle connessioni tra la mafia e il tentativo golpista del principe Borghese; è il primo che parla di contatti tra emissari della mafia – in particolare il fratello – e segmenti deviati delle istituzioni. Nell’87 succede anche qualcos’altro: a seguito di questa svolta anche Buscetta viene sollecitato da Giovanni Falcone alla precisazione delle proprie dichiarazioni sul punto e iniziano anche a delinearsi anche investigativi che sono esattamente quelli di cui parlava Giovanni Falcone nel filmato quando alludeva a inchieste di diverse autorità giudiziarie dalle quali emergono profili di connessione tra la mafia, altre organizzazioni criminali e segmenti deviati delle istituzioni, faceva riferimento ai prodromi delle inchieste sulle reali motivazioni dell’omicidio di Pier Santi Mattarella e dell’omicidio di Pio La Torre.

E quando parlava di altre autorità giudiziarie parlava della magistratura di Roma che indagava sulle connessioni tra logge massoniche, servizi segreti ed eversione nera come retroscena di possibile spiegazione di questi omicidi. Evidentemente è chiaro nella citazione dell’ordinanza del maxi ter ricordata un attimo fa da Caselli che il primo caso in cui Giovanni Falcone in un procedimento giudiziario parla espressamente di concorso esterno in associazione mafiosa, il primo caso in cui appronta in un documento giudiziario non in un’intervista o analisi sociologica il tema del rapporto tra mafia e politica, secondo una scala graduale che va dalla tolleranza, alla coesistenza, alla connivenza, alla complicità: è questo quello che succede nell’87.

Ecco che il maxi processo, da strumento lodevole di repressione della manovalanza di Cosa Nostra, rischia di trasformarsi in quello in cui assolutamente non si doveva trasformare. Sicchè la storia di quell’esperienza è storia tutta di un segno fino all’87 e si capovolge dall’87 in poi. Il maxi processo, come ha ricordato Caselli, si salva per puro miracolo dall’essere smantellato totalmente con tutta una serie di annullamenti; e Cosa Nostra reagirà con le stragi.
Che cosa si è ripetuto esattamente in questo ultimo decennio? Come era sempre accaduto, come in precedenza con l’omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, la strage di via Carini, la strage di via Pipitone Federico, quando fanno saltare in aria con le bombe Rocco Chinnici, e gli omicidi efferati di due valentissimi funzionari di polizia Beppe Montana e Ninni Cassarà (quello stesso Cassarà che fu il primo ad indagare a fondo sui cugini Salvo e sul loro ruolo dominante nell’economia e nella politica siciliana) quelle stragi determinarono una svolta: lo stato è costretto ad una coesione, c’è questa rivoluzionaria svolta determinata dall’organizzazione del pool che adotta per la prima volta la filosofia dell’organizzazione e dell’efficienza.

Però, questa reazione non dura, non può durare perché quando si imbocca una determinata strada alcuni poteri forti reagiscono. Negli anni Novanta è un po’ successa la stessa cosa. Nel dopo stragi anche grazie ad agganci molto favorevoli di tipo legislativo, di tipo organizzativo e soprattutto grazie ad una coesione di tipo istituzionale che se non era voluta era comunque imposta dalla rabbia, dalla ribellione di tutta la gente e dell’opinione pubblica si ottengono straordinari successi. Tutti i capi che erano latitanti da decenni vengono progressivamente arrestati e addirittura nel 1996 Cosa Nostra è alle corde, è convinta di essere stata sconfitta, lo dimostrano due cose: il fatto che i killer arrestati dopo cinque minuti decidevano di collaborare con la giustizia; un altro fatto, i capi di Cosa Nostra invece di promuovere cercano di evitare in tutti i modi l’affiliazione dei loro figli, non vogliono più quello che era un traguardo di prestigio e di potere.

Ma tra il ’96-’97-’98 cambia di nuovo tutto, oggi registriamo due fenomeni esattamente inversi: non più collaboratori, ristrutturazione di Cosa Nostra. Perché non più collaboratori di giustizia? Questi fenomeni non dipendono mai da una legge, da una norma più o meno rigorosa, selettiva. Ci si dissocia, si abbandona un esercito che sta perdendo; non si abbandona un esercito che invece non sta più perdendo ma che forse è capace ancora di vincere.

Si è molto parlato in questi giorni, abbiamo un caso pubblico rivelato dagli ultimi arresti nel mandamento di Brancaccio, dei capi del mandamento e dei soldati che effettuavano decine e decine di estorsioni che Fedele Battaglia, che in primo tempo aveva deciso di collaborare con la giustizia, è stato col metodo della lusinga persuaso a tornare indietro. Evidentemente, a fronte di un programma di protezione che gli offriva lo stato, ha ritenuto più sicuro, più affidabile il programma di protezione che gli veniva da Cosa Nostra. Ci si chiede spesso: perché Cosa Nostra non ha ucciso più i pentiti e non ha sterminato più i familiari, perché è ricorsa al metodo della lusinga?

Semplicissimo, perché qualsiasi tecnico del diritto gli avrà spiegato che in ordinamento giuridico in cui le dichiarazioni rese dai collaboratori, anche se ampiamente riscontrate, diventano totalmente carta straccia se il collaboratore non le conferma integralmente nuovamente al dibattimento – in un ordinamento giuridico in cui l’unico modo per salvare quelle dichiarazioni è renderle irripetibili, cioè proveniente da un soggetto che non può più ripeterle, è chiaro che uccidere il collaboratore significa salvare l’accusa, persuaderlo a recedere significa annientare l’accusa. È un momento di luce e di ombre, ci sono dei momenti positivi e dei segnali negativi, debbo francamente dire il segnale che abbiamo percepito oggi, che è la proroga dell’articolo 41bis, è un segnale certamente positivo.

Ci auguriamo che questo non sia un episodio isolato e che ci sia qualcuno in questo paese che voglia veramente decidere di mettere le forze dell’ordine e della magistratura in condizione di affrontare efficacemente la lotta alla mafia.
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