A Palermo

di Enrico Natoli
maggio 2002
a cura di Enrico Natoli e Maria Mazzei
Sono volti di scout, di bambini e bambine che giocano per strada, di un ragazzo muratore che interrompe il suo lavoro perchè dal corteo gli chiedono di scrivere i suoi pensieri per una città migliore su un cartello.
Di centinaia di occhi che si affacciano dai balconi, che sbirciano dalle tende dietro le finestre, che fanno capolino dall'entrata dei negozi, che scrutano dai volti seri di ragazzi muscolosi e all'ultima moda sul marciapiede.
Passa il corteo antimafia, riporta in vita ancora una volta, sotto gli occhi di una città al lavoro, la consuetudine del ricordo.

Chissà quante volte i palermitani, i siciliani, gli italiani hanno sperato nell'arrivo di un nuovo procuratore, di un giudice combattivo, di un poliziotto scrupoloso, di un prete coraggioso e controcorrente. Chissà quante volte questi cittadini hanno pensato che sì, questa è la volta buona. Che questa volta "loro" dovranno arrendersi, gettare le armi, fermare la prepotenza.

Chissà cosa vedono oggi questi occhi che sbirciano dalle finestre, che vorrebbero ignorare ma che sanno di non poterlo fare. Quanta amarezza, quanta disillusione in quegli occhi, visti dal "continente".
"Le parole sono stanche", gridava Don Luigi Ciotti dal palco a via Notarbartolo, dove era di casa il dottor Falcone e dove ora c'è un albero, davanti all'entrata di un condominio dal quale le persone entrano ed escono di continuo, e che il 23 maggio sbuffano perchè non si passa per via della folla, grazie - o per colpa - della consuetudine del ricordo.
Anche queste parole scritte sono stanche, come il tono di voce di una persona di Palermo che risponde alle mie domande con l'aria di avere di fronte l'ennesimo "continentale" che ci viene a dire cosa dobbiamo fare, perchè lo dobbiamo fare.

Ma cosa vuoi fare? Cosa si deve fare, quando lo sanno pure i sassi di questa terra maledetta e meravigliosa che se vuoi aprire un'attività prima o poi ti viene a bussare alla porta uno di "loro"? Ma che ci vuoi dire, che possiamo farci qualcosa? Cosa devi fare, quando ti scoppia un giudice sotto casa, con la sua scorta, e per giorni ti ritrovi dentro casa i pezzi di quei corpi smembrati? Devi lottare? Ma per chi, per cosa? Per questo Stato? Voi non avete idea. Non avete idea.
Accendo la tv alle otto di sera del 23 maggio 2002. Per il tg2 questa giornata è racchiusa nella presentazione di un francobollo raffigurante i due "mitici eroi" di questa patria, come li definisce un ministro delle Poste che verosimilmente non lascerà traccia alcuna di sè nei libri di storia. Ma quali mitici? Quali eroi? Ma che siamo in un libro di Tolkien? La Palermo che abbiamo vista oggi non è un francobollo, le facce dei cittadini in via Notarbartolo non erano quelle di eroi, nè di miti.
Oggi abbiamo visto persone comuni, ordinarie, ognuna con il suo coraggio e con le sue paure, con qualche speranza, con tanta amarezza. Ma quali eroi...

Dai, troviamo il coraggio di dirci in faccia quello che la maggior parte di noi pensa: al massimo, quei due erano due illusi, due sconsiderati, due Don Chisciotte, se non due che in qualche modo dovevano averci qualcosa a che fare, ma dai sì un po' le mani in pasta ce le dovevano avere... ma sono morti, però, in quel modo così cinematografico che da soli si sono presi tutta la scena, hanno oscurato altre memorie di tempi più lontani, ma anche di quelli più vicini. Perchè di Rocco Chinnici, di Boris Giuliano, di Pio La Torre e Piersanti Mattarella non parla quasi più nessuno, ma sicuramente non parla nessuno - se non pochi pazzi inadeguati - di Federico del Prete, sindacalista campano ucciso nell'era tecnologica, anno 2002, nell'anno dei mondiali di calcio in Giappone e Corea.

Egoisti Falcone e Borsellino, che hanno pensato di farla franca. Che hanno coinvolto giovani vite nei loro folli progetti di fedeltà a queste istituzioni. Che sfuggono al riconoscimento da parte di uno schieramento politico piuttosto che di un altro. Che ci hanno lasciato detto che la mafia non è eterna, e che si può sconfiggere se si vuole farlo. Che hanno dato la vita per non soccombere alla logica delle comodità, dei compromessi, del tutto più facile. Che con la loro morte hanno tappato per sempre la bocca ai loro denigratori, obbligandoli a diventare amici almeno a parole: quanto difficile sarà per taluni dover andare in televisione a dire quant'era bravo quel grandissimo stronzo del dottor Falcone?

Egoisti. Questo è.

Perchè ci hanno tolto la tranquillità del dimenticare tutto, del lasciar perdere, del "chi ce lo fa fare".
Perchè con questa storia di Falcone e Borsellino la gente ogni tanto si risveglia, si ricorda di essere fatta di individui consapevoli prima che di massa, capisce che qualcosa non funziona nelle spiegazioni ufficiali.
Certo, non hanno potuto raccontarci che il dottor Falcone era un pazzo esaltato che si è fatto esplodere con un chilometro di autostrada per una delusione d'amore, ma a distanza di dieci anni la maggior parte non si chiede neanche più chi sia stato a uccidere Falcone. La mafia, certo. Ah, sì, Totò Riina. Fine della storia.

Sono volti di bimbi e bimbe che giocano per strada. E' a loro che sono indirizzati i miei pensieri, perchè non sanno ancora in che razza di mondo sono finiti. Nella speranza che almeno a loro, queste parole stanche, un giorno potranno servire.
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