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Massimo
Russo
Massimo Russo è Sostituto Procuratore a Palermo. |
maggio 2002
a cura di Enrico Natoli e Maria Mazzei
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Non vi tedierò con le mie
conclusioni. Le conclusioni le avete già
viste e sentite dai diretti protagonisti, che finalmente
sono entrati in scena: Giovanni Falcone e Paolo
Borsellino. La storia si ripete, le loro analisi
sono le nostre analisi, come se nulla o poco fosse
cambiato: la mafia cè adesso come cera
ieri; i problemi nei confronti dei magistrati ci
sono oggi come ci sono stati ieri; il problema dellapparato
repressivo ci sono oggi come ieri. Sono quelle le
conclusioni che dobbiamo ascoltare: sono le splendide
parole di Paolo Borsellino,pronunciate alla Biblioteca
Comunale di Palermo dopo la strage di Falcone. Che
cosa dobbiamo fare in questo momento per tentare
di uscire da questa situazione che ci appare una
stasi pericolosa. È la storia che
si ripete, quello che sta accedendo è un
film già visto; mancano i morti, non ci sono
le bombe, potremmo aggiungere, non ci sono ancora.
Lo ha detto Antonio Ingroia ricostruendo i passaggi
della storia di Cosa Nostra questi cicli: probabilmente
siamo in una fase in cui Cosa Nostra è in
una condizione che ci appare di preoccupante e silenziosa
attesa.
Il titolo dellincontro, il tema è difficile
per il quale forse il magistrato non ha le giuste
competenze, è un tema proprio del sociologo,
dello storico. Però il magistrato, che come
dice Husserl, guarda sempre al passato, si imbatte
in vicende che probabilmente lo aiutano a riconsiderare
questi rapporti.
Questi rapporti ci sono, non lo diciamo noi, lo
dice Giovanni Falcone. Lasciamo stare le immagini
geometriche primo, secondo, terzo livello
andiamo alla sostanza delle cose: per certi
delitti, per certe vicende ci sono delle convergenze
tra Cosa Nostra e poteri extra istituzionali, poteri
deviati e devianti. Allora io mi chiedo e vi chiedo:
che cosa deve fare un magistrato il più
neghittoso e accidioso - che si trova sul proprio
tavolo, non se la va a cercare, se la trova sul
proprio tavolo, una notizia di reato, uninformativa,
un verbale di un collaboratore di giustizia che
accenna magari a delle responsabilità per
fatti specifici di tizio, caio, sempronio che può
essere il funzionario di polizia, lufficiale
dei carabinieri, piuttosto che il politico, piuttosto
che il grosso imprenditore? Che deve fare? Cestiniamo?
Vivaddio no, dobbiamo fare il nostro dovere, dobbiamo
istruire i processi, e il termine istruire
è proprio significativo, condurre per mano
quella notizia di reato ad un punto, ricercare le
fonti di prova e poi questo sì, è
un momento di valutazione - capire se quegli elementi
possono essere portati in dibattimento. Ma cosa
deve fare un magistrato, un Pubblico Ministero per
fare il proprio dovere, per non essere iscritto
dufficio Gian Carlo, perdonami - nella
cosca perdente di Violante e di Caselli? Che cosa
deve fare per non essere additato, tacciato per
una toga rossa quando rossa non è
né dentro né fuori? No, le toghe dei
magistrati del distretto di Palermo sono rosse,
rosso sì ma di sangue.
Fino a quando non le laveremo facendo il nostro
dovere, individuando i responsabili, bassi o alti
che siano, ma i responsabili a qualsiasi livello
i padri che hanno messo in fibrillazione non soltanto
le coscienze ma la nostra democrazia. Le bombe di
Capaci, di via DAmelio, di Roma di Milano,
di Firenze hanno sconvolto il nostro vivere civile.
Che cosa dobbiamo fare? Ve lo chiedo perché
mi pare che anche oggi leggendo i giornali cè
un invito ad andare avanti, a ricercare i mandanti,
a capire quello che è successo. E noi lo
vogliamo fare, davvero lo vogliamo fare; però
non lo possiamo più fare in condizioni di
continua delegittimazione. Guardate che la serenità
è una condizione assoluta, non per il magistrato,
per un uomo.
Un uomo che non può essere messo continuamente
sul banco degli imputati solo perché fa il
proprio dovere; solo perché qualcuno si sveglia
una mattina e sono tante le mattine
e comincia a dire che cè una funzione
diversa da quella dellesercizio del potere
giudiziario, cioè si utilizza il potere giudiziario
per finalità politiche. Ma allora: dobbiamo
fare il nostro dovere? se è sì, vi
chiedo come; altrimenti cestiniamo le cose, diamo
fuoco ai nostri fascicoli, facciamo scomparire ogni
cosa, ripiombiamo nel silenzio.
Noi vogliamo fare il nostro dovere. Viene formulato
un invito ad alzare il velo delle responsabilità
ma quando questo viene fatto si scatena lira
di dio. E su questo credo dobbiamo
riflettere. E la risposta non la dobbiamo dare noi
magistrati, noi vorremmo fare non un passo indietro
qui il guaio è che non si fanno nemmeno
quelli in avanti noi vorremmo rimanere
Roberto in Procura, per quello che ci riguarda,
nei tribunali, semplicemente a fare il nostro dovere,
che è lapplicazione dei precetti costituzionali
per primi, applicare la legge che è uguale
per tutti. È questa poi lessenza dei
principi di autonomia e di indipendenza della magistratura:
il magistrato che esegue una missione divina ma
semplicemente fa il proprio dovere, che non cerca
il consenso della gente.
Noi non abbiamo bisogno del vostro consenso, ma
ve lo chiederemo tra poco quando ci renderemo conto
che abbiamo bisogno del vostro appoggio per continuare
ad essere autonomi e indipendenti. Quelli sì,
sono valori che riguardano voi non noi. Voi avete
il diritto di trovarvi di fronte ad un magistrato
autonomo e indipendente che non possa essere tirato
per la giacchetta o peggio per le orecchie come
accadeva negli anni Venti, quando il magistrato
doveva essere gradito o compatibile con il potere.
È normale qualche storico me
lo insegna che questa situazione di conflitto
latente che cè tra potere giudiziario
e potere politico è destinato ad esplodere
quando il potere giudiziario, facendo il proprio
dovere, si imbatte in processi, procedimenti, in
notizie di reato che toccano gli interessi del il
potere politico. Quanti magistrati che dallanonimato
sono diventati loro malgrado dei protagonisti.
Noi stiamo parlando del protagonismo di taluni magistrati
che forse non hanno mai fatto i processi e sono
voluti andati in scena; sto parlando di quei magistrati
che facendo il loro dovere - loro malgrado sono
sono diventati anche dei protagonisti, perché
quando questo conflitto esplode provoca una pubblicità
a volte davvero non voluta.
Cosa dobbiamo fare per continuare a fare il nostro
dovere? Per continuare a garantire le condizioni
di una democrazia di diritto? Questo è il
tema che non riguarda i magistrati, riguarda i cittadini.
Io voglio concludere con un sogno. Paolo Borsellino,
a Marsala, parlando dei rapporti con noi giovani
appena con le funzioni in procura domandavamo dei
rapporti tra la politica e la mafia. Leversore
Borsellino diceva: la mafia è un potere,
lo stato è un potere, due poteri - principi
costituzionali sullo stesso territorio non
possono stare; quindi. O si dichiarano la guerra
o scendono a patti o convivono. Ma siccome Paolo
Borsellino è un eversore, io immagino invece
una terza forma, peraltro una forma che va di moda
in questo periodo, è una forma culturale,
quella della competizione: una logica economica
in cui cè la concorrenza.
Ecco, io mi auguro che ci sia domani un potere politico
in concorrenza davvero con la mafia, che non accetti
la mafia, che non accetti questa presenza sul territorio,
che non accetti la presenza nei collegi elettorali,
che non accetti lintromissione nello svolgimento
delle attività economiche, nelle attività
amministrative e nelle attività politiche.
Entri in concorrenza e si decida finalmente a fornire
ai magistrati, alla polizia, ai carabinieri, alla
guardia di finanza, tutti gli strumenti per distruggere
Cosa Nostra. Questo è un sogno, ma può
divenire realtà se soltanto il corpo elettorale
lo vorrà. |
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Beni
confiscati
la realtà di chi lavora sulla confisca e il riutilizzo
dei beni appartenuti alla mafia |
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Storia
e Memoria
Eventi recenti e meno recenti, persone che non possono essere
dimenticate |
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Testimoni
Persone che hanno affrontato le mafie a viso aperto |
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Cultura
Storici, giornalisti, scrittori, punti di vista a confronto
con le mafie |
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