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Roberto
Scarpinato
Roberto Scarpinato è Procuratore Aggiunto
a Palermo. |
maggio 2002
a cura di Enrico Natoli e Maria Mazzei
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In questi giorni a tratti mi veniva
da pensare che il modo migliore di commemorare le
vittime di Capaci sarebbe stato quello di organizzare
una manifestazione in cui il protagonista assoluto
fosse il silenzio. Immaginavo delle persone che
si riuniscono in un teatro dove la scena e vuota
e dove il pubblico rimane in silenzio non per i
pochi minuti previsti dal cerimoniale, ma per ore,
per quel numero di ore che in genere viene riempito
dalle parole. Vi sono dei casi in cui il silenzio
diventa una forma di etica della comunicazione,
il modo per dire, con lastinenza dalle parole,
quello che le parole non riescono più a dire
o non possono.
Un modo per conservare dei valori, valori importanti
di giustizia, verità e buon senso. In un
intervista ad un giornale in questi giorni Rita
Borsellino ha detto Chi cè oggi
alle manifestazioni, alle commemorazioni? Sono rimasti
quelli delle auto blu, il vestito blu, presenze
obbligate, gente che non vede lora che sia
tutto finito, anche questanno abbiamo ricordato
Falcone e Borsellino; fatto. E proprio ieri
mi diceva: Queste commemorazioni sono diventate
un po come il natale e anneghi nella stessa
tristezza che viene a natale. Questa frase
mi ha fatto riflettere: perché a volte a
natale diventiamo tristi? Per 364 giorni lanno
viviamo la vita in una corsa dominata dallegoismo,
dalla sopraffazione, dalla competitività
che ci spreme come limoni e poi a natale si recita
tutti insieme la commedia falsa del buonismo, degli
abbracci dei baci sotto licona dimenticata
di un gesù bambino, icona comprata e venduta
da vecchi e nuovi mercanti del tempio.
E così, in queste commemorazioni delle stragi
per 364 giorni lanno ci mettiamo sotto i piedi
la cultura della legalità e pi il 23 maggio
e il 19 luglio si pretende di celebrare la cultura
delle legalità; si dicono parole che sono
farse perché incoerenti con la realtà
e con le pratiche di vita. Sì, ha ragione
Rita Borsellino: molti, troppi uomini dalle auto
blu adempiono un rito stanco e la gente sempre più
gente avverte istintivamente il carattere retorico
di queste manifestazioni. Una gincana di parole
al termine della quale veniamo restituiti alla stessa
indecenza. E allora mi veniva da pensare che forse
la via era quella di una manifestazione in cui fosse
protagonista il silenzio, un silenzio che dura ore
e che vuol dire più di mille parole.
Un silenzio che dice ad esempio che le cose più
importanti sono quelle che non vengono dette e non
si possono dire, le cose oscene che restano fuori
dalla scena. La parola osceno significa
fuori dalla scena. Da sempre il potere, il potere
reale, è osceno, vive e si esercita fuori
dalla scena del visibile sulla scena vi è
solo la rappresentazione delle maschere del potere,
dei suoi riti; è nelle segrete stanze, nella
trama sotterranea dei rapporti personali che si
esercita il potere.
Tanto più la democrazia si svuota tanto più
lo spettacolo rappresentato sulla scena è
falso, diventa la versione ufficiale e cloroformizzatala
della realtà autorizzata e filtrata dal potere;
e che il potere reale agisca fuori dalla scena Giovanni
Falcone fu tra i primi a comprenderlo e a viverlo
sulla propria pelle. Quando come è
stato ricordato Tommaso Buscetta gli disse
che di certe cose non si poteva parlare perché
nel paese non vi erano le condizioni politiche e
culturali, devono restare oscene, fuori dalla scena.
E dopo lattentato allAddaura Giovanni
Falcone comprese e misurò che proprio il
potere dellosceno, ciò del potere che
non si manifesta e che agisce oggi con la maschera
dei macellai di Cosa Nostra e ieri dietro la maschera
degli stragisti di destra e domani chissà.
È proprio sul terreno dellosceno che
si giocava la partita della sua vita e della sua
morte allinterno di quello che lui definiva
il gioco grande, il gioco osceno del
potere che inghiotte chiunque voglia metterlo sulla
scena.
E forse proprio per questo motivo che sulla scena
dei processi ieri come oggi finiscono
solo gli esecutori materiali delle stragi e degli
omicidi eccellenti. Dalla strage di Portella della
Ginestra, alla strage di Piazza Fontana, a quella
di Brescia, di Bologna, fino ad arrivare ai nostri
giorni, i mandanti in doppio petto restano sempre
fuori scena. La storia della giurisdizione è
la storia delleterna impotenza e delleterna
sconfitta della giustizia democratica, della giustizia
uguale per tutti, davanti al potere osceno. E se
qualcuno tenta a volte di portare sulla scena il
potere accade che improvvisamente su quella scena
principale cala loscurità, il silenzio
e mille riflettori si accendono improvvisamente
su chi osa indagare sul potere, mettendo lui in
scena come artefice del male.
Questo improvviso cambiamento di scena Falcone fu
costretto a viverlo tante volte. Quanti di quelli
che oggi lo ricordano lo misero in scena, come ammalato
di protagonismo, artefice di oscure trame, fino
al punto di accusarlo di aver utilizzato Contorno
in Sicilia come killer di stato; oppure di avere
utilizzato un falso attentato allAddaura per
fare carriera e risalire la china della notorietà.
E quanti dopo di lui hanno vissuto la stessa sorte,
ostracizzati, spezzati, lasciati soli per viltà,
per opportunismo,per semplice smarrimento della
memoria, ridotti al silenzio.
E per tornare allimmagine di donne e uomini
che restano in silenzio per ore, io credo che quel
silenzio dovrebbe ospitare e dire i tanti silenzi
che in questi anni sono cresciuti. Il silenzio di
chi in questi giorni è costretto ad assistere
impotente ad uno spettacolo in cui la mafia ha messo
in scena il seguente: Cosè la
mafia? Cosè la mafia nel 2002? Una
storia di bassa macelleria criminale, fatta di contadini
semi-illetterati che puzzano ancora di stallatico.
Noi, colletti bianchi, noi brave persone con questa
storia non centriamo nulla, anzi siamo state
vittime tre volte: vittime della violenza mafiosa,
vittime poi delle calunnie dei collaboratori, vittime
infine dei magistrati che, non avendo la professionalità
di Falcone, nel migliore dei casi si sono fatti
abbindolare.
Questa è la storia pacificata che ci andiamo
a raccontare. Una storia oscena, nel senso che lascia
fuori scena il lato ombra, la parte oscura di una
società che non ha la maturità democratica
e culturale per fare i conti al di là delle
responsabilità penali dei singoli, con il
proprio difficile passato e che non esita a strumentalizzare
i morti contro i vivi e a rifugiarsi ogni alibi
o di calare una saracinesca di silenzio su questo
passato. Il ritratto segreto di Dorian Grey resta
dunque in soffitta nel fuori scena, anzi il ritratto
deve essere lacerato perché è falso
perché dipinto da magistrati falsificatori
o pittori della domenica.
Qualcuno ha osservato che la storia non è
mai semplice narrazione di eventi ma rappresentazione
del passato in funzione del potere del presente.
Forse per controllare il presente oggi è
necessario raccontare così la storia della
mafia. E dunque dopo tanti morti, dopo tanto sangue,
dopo tanto dolore, raccontiamocela così questa
storia, come una storia infantile di orchi cattivi
da una parte di bambini innocenti come nella casa
di Hansel e Gretel dallaltra: alla fine lorco
cattivo è stato sconfitto e i bambini possono
mangiarsi la casa di pan di zucchero come meritato
premio. Anzi no, qualcuno deve essere messo in castigo,
quelli che avevano detto che lorco no stava
soltanto fuori dalla casa ma anche dentro,mascherato
da bravo bambino.
E per tornare al silenzio, penso al silenzio di
tutti quei giovani magistrati che dopo le stragi
sono venuti qui da tutte le parti dItalia
e che hanno lavorato in silenzio in questi anni
dando testimonianza di impegno e di testimonianza
e che in questultimo periodo hanno deciso
di ritornare nei luoghi dorigine non perché
la loro missione fosse compiuta ma perché
ogni giorno di più sembrava svuotarsi di
senso, di impegno e di sacrificio quotidiano. E
che dunque con dolore, con sofferenza, hanno scelto
di riprendersi la propria vita e tornare dai propri
cari, dai propri affetti. Quanti magistrati ho visto
andare via così, con le lacrime agli occhi!
Il silenzio di quei magistrati della procura che
sono rimasti e che continuano a lavorare nel chiuso
delle loro stanze, nutrendosi dei ricordi di un
tempo in cui sembrava che lintera società
civile dovesse svoltare definitivamente quella pagina.
I corridoi della Procura la sera sono vuoti, non
perché i magistrati se ne stiano a casa,
ma perché ciascuno di noi si sente solo,
chiuso nella stanza del proprio ufficio e con una
mano costretta a lottare per avere un risultato
e per non essere consegnato ai macellai di Cosa
Nostra. E ancora, il silenzio di coloro che dopo
aver nutrito la speranza di un cambiamento vivono
la cocente delusione delleterno ritorno e
la razione di una realtà che sembra immutabile
che per questo si sono rinchiuse in una rassegnazione
fatalistica che alimenta e dà slancio alla
vecchia cultura dellavversario omertà,unomertà
che si alimenta di sfiducia. Cresce ogni giorno
di più larea del silenzio, del silenzio
dei collaboratori, dei cittadini che come sempre
non hanno visto e non hanno sentito niente e che
se pure si sono lasciati sfuggire qualcosa se lo
rimangiano nel dibattimento; un silenzio che dice
con la concretezza dei fatti la rinnovata forza
del sistema di potere mafioso.
In questi anni ho fatto collezione di lettere piene
di insulti indicibili; e ci ho fatto pure labitudine.
Ma la lettera che più mi ha fatto male è
la lettera di una persona che con toni accorati
mi raccontava come la sua vita fosse stata distrutta
dopo aver deciso di rendere testimonianza, come
fosse stata lasciata sola, abbandonata, ostracizzata
nel lavoro; e questa persona mi implorava di non
alimentare più nelle persone che ascoltavo
lillusione di uno stato forte e presidio di
cittadini senza potere; mi invitava a farmi carico
del dolore che avevo causato e che potevo ancora
causare alimentando quella che questa persona definiva
solo unillusione.
E a questo proposito vi invito a pensare al silenzio
colpevole e vile che circonda lodissea personale
di cittadini, che per aver osato testimoniato contro
potenti sono sottoposti per anni ad una denigrazione
violenta che potrebbe spezzare chiunque, esposti
al linciaggio, violentati nelle loro vite private,
ignorate per una cultura politica che ormai ha occhi
solo (...)
E ancora il silenzio di tutti quelli che hanno perduto
figli, padri, fratelli, nelle stragi che hanno insanguinatoil
nostro paese; i familiari delle vittime delle stragi
si sono perfino stancati di chiedere giustizia,
così come accadeva sino a qualche anno fa.
E del resto, come fai a mantenere la speranza quando
lo stato decide di non rinnovare in questa legislatura
la Commissione Stragi? Come confessare che non solo
sono inadempienti sul piano della giustizia ma che
non possiamo neppure permetterci di fare auto coscienza
in Parlamento.
Evidentemente le cose oscene, che non si possono
dire e che stanno dietro lo stragismo sono talmente
enormi e attuali che lunica via è quella
della rimozione, quella di nascondere la polvere
sotto il tappeto e di nascondere gli scheletri nellarmadio.
Come larmadio nel 1996 fu ritrovato nei corridoi
della Procura Militare di Roma, dove erano appuntati
decine di procedimenti che riguardavano le responsabilità
dei nazi-fascisti autori di stragi efferati, di
centinaia e centinaia di civili. La ragion di stato
imponeva di insabbiare quei processi.
E la via italiana e qui concludo assomiglia
molto a quella sudamericana: in Cile non è
possibile processare Pinochet, in Argentina non
è possibile condannare il generale Videla
e gli altri militari che trucidarono una generazione
di giovani, perché Pinochet, Videla e gli
altri sono la maschera visibile sulla scena, il
braccio armato di borghesie, quella cilena e argentina,
che non hanno esitato a fare stragi e omicidi, non
hanno esitato a ricorrere a una violenza più
brutale pur di difendere il lo sistema di privilegi.
Processare quegli uomini significherebbe dunque
processare una parte della società cilena,
una parte della società argentina determinando
un destabilizzazione politica.
Tutto questo è fuori scena che tutti sanno
ma che nella versione ufficiale della realtà
non può e non deve essere detta; e questo
fuori scena è messo in scena dal silenzio
delle madri, da quelle donne che hanno visto sterminare
i loro figli, i loro nipoti e che da anni ormai
ogni giovedì, sfilano tutte in silenzio nella
Plaza de Mayo di Buenos Aires perché si ricordi
che le ferite sono aperte. Quelle deboli donne ai
tempi della dittatura militare venivano chiamate
le Los locas, le pazze di Piazza de Mayo. Chi non
si accoda alla versione ufficiale del mondo e della
storia ammannita dal potere è condannato
come pazzo e condannato al silenzio. Il silenzio
dunque sembra essere la cifra comune di tutti coloro
che hanno subito la violenza del potere, di un potere
che non si fa processare, che non si fa condannare
o comunque non paga mai le sue colpe.
Ma in Cile, come in Argentina, come in Italia quando
un popolo non ha la maturità democratica
e culturale per fare i conti con il proprio passato
per guardarsi allo specchio ed è costretta
a rimuovere, allora è condannato a non crescere,
a restare immobilizzato, a vivere leterno
ritorno di fascismo e delle mafie. Nellacqua
stagna si forma il veleno, che corrompe la vita
collettiva e quella individuale.
Ho letto recentemente che in Africa esiste una tribù
il cui linguaggio, anno dopo anno si va impoverendo.in
quella tribù esiste una strana tradizione:ogni
volta che un membro della tribù muore viene
interdetto per sempre luso di una parola,
la parola che il morto usava dire più spesso.
Le parole vengono seppellite con le persone. Strana
tradizione, vero? Come si fa ad impoverire una lingua?
Noi civilizzati siamo molto più raffinati:
non interdiciamo luso delle parole, non le
sotterriamo con i morti; noi preferiamo farle morire
a poco a poco, privandole di senso, di significato,
di spessore; facciamo morire le parole non di morte
violenta ma per eutanasia. Eutanasia delle parole
e dei valori che esprimono. No, decisamente noi
non siamo selvaggi: non impoveriamo il nostro linguaggio,
ci limitiamo a impoverire la nostra vita e il senso
del nostro stare insieme. |
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Beni
confiscati
la realtà di chi lavora sulla confisca e il riutilizzo
dei beni appartenuti alla mafia |
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Storia
e Memoria
Eventi recenti e meno recenti, persone che non possono essere
dimenticate |
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Testimoni
Persone che hanno affrontato le mafie a viso aperto |
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Cittadini
attivi
Il problema delle mafie affrontato quotidianamente |
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Cultura
Storici, giornalisti, scrittori, punti di vista a confronto
con le mafie |
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