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Questione
di stile?
Pochi giorni fa, nel processo d'appello che vede
imputato Giulio Andreotti per concorso esterno in
associazione mafiosa, il Pubblico Ministero ha chiesto
una condanna a dieci anni di carcere per il senatore
a vita.
Contemporaneamente, sui quotidiani nazionali, è
apparsa una campagna pubblicitaria che vede protagonista
Giulio Andreotti. Vi spieghiamo perchè questa
campagna pubblicitaria ci rattrista e ci fa vergognare
un po' di vivere in Italia. |
aprile 2002
a cura di Enrico Natoli e Maria Mazzei
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Su Giulio Andreotti è stato
scritto e detto già tutto. Non sarà
certo Cuntrastamu a aggiungere qualcosa di nuovo
alla storia di quest'uomo politico.
Eppure la pubblicità che lo vede protagonista
sulle pagine dei quotidiani nazionali non ci può
lasciare indifferenti.
Veniamo al punto: sul senatore a vita pende un'accusa
di "concorso esterno in associazione mafiosa"
per la quale egli sta affrontando il secondo grado
di giudizio di un processo che, se lo vedesse riconosciuto
colpevole, andrebbe inevitabilmente a condannare
- quantomeno sul piano morale - l'intera classe
politica italiana: la stessa che fino agli anni
settanta poteva dire con relativa tranquillità
che "la mafia non esiste"; la stessa che
non è stata in grado di difendere gli uomini
migliori impegnati in prima linea nella lotta alla
mafia, non ha dato loro gli strumenti necessari
per combattere con efficacia e li ha lasciati in
un isolamento che spesso li ha portati incontro
alla morte.
Dunque sarebbe un bel guaio. E noi ci auguriamo
con tutto il cuore che i giudici non riescano a
provare quello che molti collaboratori di giustizia
hanno raccontato, senza essere smentiti, nel primo
grado del processo (come risulta dalla sentenza
di cui potete leggere il testo scaricandolo dai
documenti
di questa sezione).
Ci auguriamo che il senatore riesca a chiarire davanti
alla corte quei punti (sono una ventina) delle sue
deposizioni in cui le affermazioni sono state giudicate
non veritiere.
Con questo discorso non intendiamo attribuire noi
una qualche colpevolezza ad Andreotti. Non abbiamo
i titoli per farlo: non siamo giudici.
Ma come cittadini abbiamo il diritto di chiedere
al senatore, a chi ha organizzato questa campagna
pubblicitaria, di attendere la fine del processo
di secondo grado - e, se necessario, di terzo grado
- prima di far pubblicare pagine come questa, il
cui messaggio rimanda, ammiccante, alle vicende
giudiziarie di cui Andreotti è tuttora protagonista,
con un tono assolutorio e celebrativo che per noi
è al momento del tutto fuori luogo.
Leggiamo questo testo:
Titolo: "Giulio Andreotti "beccato"
con le mani nel gorgonzola."
Vuole essere simpatico, questo titolo. E un po'
perfino ci riesce. Ma proprio poco. Perchè,
appunto, inizia con questa frase il doppio senso
giocato sui procedimenti giudiziari - che vedono
tuttora imputato Andreotti - e la fotografia della
pubblicità.
Siccome se sarà "beccato" dai giudici
di Palermo, Andreotti sarà "beccato"
per associazione mafiosa, non ci sembra proprio
che nessuno si possa permettere di scherzare su
queste cose. Sarà che gli Italiani hanno
la memoria corta, oppure che il processo di primo
grado ha subìto una repentina rimozione dalla
coscienza collettiva di questo paese. Didascalia:
"Alla fine, anche il Senatore ha ceduto al
gusto dolce e piccante del gorgonzola. Un peccatuccio
di gola che gli perdoniamo volentieri, visto che
ha resistito con stile a più di cinquant'anni
di vita politica."
Che vorrà dire "resistere con stile
a più di cinquant'anni di vita politica"?
Noi sappiamo che il senatore a vita è stato
sette volte Presidente del Consiglio, e otto volte
il Parlamento ha rifiutato la richiesta di "autorizzazione
a procedere" per fatti nei quali il senatore
era stato ritenuto coinvolto. Sappiamo che Aldo
Moro ha scritto pagine tristissime e drastiche su
Andreotti dal posto in cui passò gli ultimi
giorni della sua vita.
A parte la questione dello "stile", ecco
che arriva l'assoluzione tramite pubblicità:
"un peccatuccio di gola che gli perdoniamo
volentieri"... ora, chiunque abbia un po' di
dimestichezza con l'informazione e la comunicazione
pubblicitaria visiva e verbale, non potrà
non tener conto dell'enorme portata comunicativa
di una pagina di questo genere.
Se fossi il PM di Palermo che ha firmato la richiesta
di dieci anni di carcere in secondo grado, mi metterei
le mani nei capelli. Cercare di dimostrare la colpevolezza
di un uomo che viene assolto, più o meno
consciamente, da cinquanta milioni di cittadini,
deve essere impresa assai ardua.
Ed è questo che ci manda su tutte le furie.
Come noi non possiamo permetterci di scrivere "Andreotti
è mafioso" prima che un giudice lo condanni
per questo reato (tra l'altro, veramente preferiremmo
che non lo sia e che non lo sia mai stato), pensiamo
che nessuno abbia il diritto di
far passare il messaggio opposto con così
tanta leggerezza. Lungo la pagina, a
destra, in verticale: "Il senatore Giulio Andreotti
ha devoluto il suo compenso alla fondazione Don
Gnocchi"
E qui, in questa piccola riga laterale, si compie
la "quadratura del cerchio" di questa
pubblicità.
Questa dicitura risponde in pieno alla domanda che
sarebbe potuta venire in mente ai lettori più
smaliziati: "Ma guarda tu, il senatore Andreotti!
Con tutti i soldi che avrà, fa pure le pubblicità!
E chissà quanti altri soldi gli daranno..."
No, cari lettori. Il senatore devolve in beneficenza
e, ovviamente, ci tiene a farlo sapere in giro.
Se non fosse una faccenda tremendamente seria, ci
sarebbe da farci su una risata. Eppure non ci viene
da ridere neanche per un momento quando leggiamo
che Giovanni Brusca, boss mafioso che ora collabora
con la giustizia, afferma che Giovanni Falcone fu
ucciso per screditare Andreotti che stava per essere
eletto Presidente della Repubblica, perchè
la corrente andreottiana della DC non poteva essere
più presa come punto di riferimento dalla
mafia.
Noi vogliamo - nell'interesse di tutti, senatore
a vita compreso - che al più presto si raggiunga
qualcosa che, se non proprio verità, possa
essere definita una ricostruzione approfondita e
veritiera dei fatti che vedono coinvolti Andreotti,
i collaboratori di giustizia, i boss mafiosi. E
anche i giudici che ci hanno rimesso la pelle. Solo
dopo che questa verità - per parziale che
sia - verrà stabilita, potremo ammettere
l'esistenza di messaggi simili a quello della pubblicità.
Nel frattempo proveremo a chiedere alla Fondazione
Don Gnocchi di rinunciare all'entrata economica
derivante da questa pubblicità almeno fino
a quando non sarà stabilita una sentenza
definitiva per quel che riguarda il rapporto tra
il senatore a vita Andreotti e alcuni esponenti
della mafia siciliana.
Proveremo a chiedere ai quotidiani di rinunciare
all'entrata economica derivante da questa pubblcità.
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Beni
confiscati
la realtà di chi lavora sulla confisca e il riutilizzo
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