Ve lo dò io il gorgonzola

"La presunzione di innocenza è un principio sacrosanto, e sarebbe una dialettica suicida quella volta a sostenerne il contrario. Se cosìì è, e se questo nell'articolo si ammette, bisogna avere la coerenza, l'onestà intellettuale ed anche la coscienza civile e giuridica di ammettere anche che Andreotti, alla data della pubblicità, è innocente (o non è mafioso, il che è lo stesso), e se la presunzione di innocenza a qualcuno non bastasse, può soccorrere il giudizio di primo grado, già terminato con la prima assoluzione dell'Andreotti."
aprile 2002
a cura di Davide Bucci
Ha sollevato “sdegno” la pubblicità fatta da Giulio Andreotti in favore del Gorgonzola.

Tale disapprovazione nasce, è bene precisarlo subito, da aspetti prettamente morali, che possono essere quelli di divertente leggerezza del tipo: “con i soldi che ha, gli servono pure quelli della pubblicità?”…
La domanda è presto evasa pensando, ad esempio, ai vari calciatori che pubblicizzano marche di yogurt, di collegamenti ad Internet, di scarpe e quant’altro ancora.. I nomi sono inutili, in quanto ben noti a chi abbia anche una sola volta acceso la TV in questo periodo.

La domanda comunque, benchè legittima, comporta una risposta ovvia: se è vero che “pecunia non olet”, è altrettanto vero che ognuno è libero di guadagnare quanto più è nelle sue possibilità (in quanto legittime e non a danno altrui). Senza possibilità di censure, tantomeno morali.
Il problema principale non è questo, tuttavia, anche perché, come si sa e come è stato detto, l’introito ricavato da Giulio Andreotti da tale pubblicità viene interamente devoluto in beneficenza in favore dell’Associazione di Don Ciotti.

Dunque, la risposta di cui sopra è anche moralmente inattaccabile.
La vera “querelle” è invece relativa al fatto che Giulio Andreotti sia indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, e dunque si contesta la “moralità” di una pubblicità del genere, specie se tale pubblicità, si commenta, rende quasi un’assoluzione piena al testimonial, con messaggi più o meno “subliminali”.
Ci si indigna, insomma, sia perché si è scelto un testimonial indagato per reati gravissimi, sia perché si tenterebbe di farlo apparire come del tutto innocente e praticamente già assolto, questo perlomeno è ciò che vien da intendere leggendo l’articolo.

Sgombriamo subito il campo da questioni giuridiche.

La presunzione di innocenza è un principio sacrosanto, e sarebbe una dialettica suicida quella volta a sostenerne il contrario.
Se così è, e se questo nell’articolo si ammette, bisogna avere la coerenza, l’onestà intellettuale ed anche la coscienza civile e giuridica di ammettere anche che Andreotti, alla data della pubblicità, è innocente (o non è mafioso, il che è lo stesso), e se la presunzione di innocenza a qualcuno non bastasse, può soccorrere il giudizio di primo grado, già terminato con la prima assoluzione dell’Andreotti.
Né possono valere commenti atti a sminuire o contestare la portata della sentenza, proprio perché essa è stata emessa a seguito di un processo durato anni, con prove portate da accusa e difesa, con dubbi, commenti e sospetti, gli stessi che ora si avanzano, che si sono tramutati in prove giudicate inesistenti, insufficienti o inadeguate per poter condannare una persona.

Né si può parlare di collaboratori di giustizia non smentiti, perché a smentirli è stata proprio la sentenza di primo grado, direttamente o, nel minor dei casi, indirettamente a mezzo della decisione assolutoria.
A meno che non si voglia parlare di scarsa od insufficiente attività del Pubblico Ministero, ma ciò mi sembra decisamente fuori luogo e porrebbe sul banco degli imputati una persona che non è Andreotti, ma chi ha svolto le indagini.

Se dunque Andreotti è innocente per la legge, perché lo si vuole colpevole per la morale?
Quali prove ha la morale che la legge non può aver già avuto?
Quale sospetto la legge non ha indagato, studiato, valutato e tentato, sin qui inutilmente, di provare?
Peraltro, la legge sta lì proprio per evitare che una morale, o tante morali, il che è anche peggio, facciano diventare soggettivo ciò che solo oggettivamente, solo con l’applicazione delle leggi e la valutazione delle prove, può diventare censurabile.
Se dunque la morale non regge il confronto con la legge, uscendone drasticamente sconfitta ed imbavagliata, la morale non regge il confronto neppure con se stessa.

Cos’è infatti più morale tra pretendere che Don Ciotti rinunci a beneficenze delle quali ha sicuramente bisogno (e tanto), e con le quali può continuare a svolgere la sua missione, e pretendere che a ciò rinunci sulla base di una presunzione di innocenza, su una sentenza assolutoria, e su una propria morale che confonde con nefasta ira la sacrosanta indignazione per la mafia con l’ingiusta indignazione per un indagato di mafia prima che questi venga riconosciuto colpevole, anzi nel mentre questi vien dichiarato assolto?
E cosa c’è di morale nel pretendere, sulla base della propria morale, che altri ritengano immorale una beneficenza?

E quanto c’è di morale nel pretendere che un cittadino innocente aspetti, in terzo grado, di non essere dichiarato colpevole prima di “potersi mostrare al pubblico”: ciò risponde ad un criterio morale e non giuridico, di pubblica gogna e vergogna che nulla può avere a che vedere con uno Stato di diritto e con una civiltà fondata sul diritto di non vedersi condannati prima della sentenza definitiva.
Resta da discutere sui presunti messaggi “subliminali” che la pubblicità, nel suo complesso, vorrebbe mandare ai teleutenti, tali da far apparire Giulio Andreotti al massimo un semplice “furbacchione” piuttosto che un sospettando pericolosissimo criminale.

Anzi, l’articolo arriva più in là lamentando un’assoluzione già data ad Andreotti grazie a giochi di parole realizzati ad arte.
In realtà, la pubblicità dice esattamente ciò che è la realtà dei fatti, niente di più: con ogni probabilità, chi ha pensato ad Andreotti ha pensato ad un uomo conosciuto da ogni italiano (e non solo) per aver partecipato alla vita politica del paese per cinquant’anni.
Con ogni certezza per chi scrive, chi ha pensato ad Andreotti ha sbagliato, perché non vedo chi lo possa considerare un testimonial che ispira fiducia in quel che propone: e ciò non perché ha un processo in corso ( o certamente non solo per questo), ma soprattutto perché quando si vede Andreotti si pensa automaticamente a tutto quello che lui, insieme a tantissimi altri politici, non ha politicamente fatto per il nostro paese, o ha fatto male.

Se per qualcosa mi devo indignare, è perché mi mostrano ogni giorno Andreotti che ridacchia, e ridacchiando cerca forse di pulirsi la coscienza politica con quattro briciole di pane che offre a Don Ciotti.
Non certo per un processo in corso, che lo vede sin qui innocente, e men che meno per una pubblicità ad un formaggio che comunque darà da mangiare agli affamati di Don Ciotti.

Mi indigno perché preferisco vedere un Vieri che pubblicizza (con un occhio tumefatto) una connessione ADSL, e che accumula il suo miliardo sui miliardi che già ha, piuttosto che un politico che avrà pure “superato con stile cinquant’anni di vita politica” (anche se questo lo dice la pubblicità, bontà sua), ma che non ha in alcun modo superato il giudizio dei cittadini, e men che meno di cinquanta milioni di cittadini, per come ha contribuito a ridurre il paese.

Una pubblicità controproducente, non assolutoria: era meglio chiunque tranne che un politico, si chiami Andreotti o chi altri.
Mi piacerebbe sapere l’opinione del gorgonzola, a patto che non sia anch’esso indagato per danni ambientali.
 
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