Hanno riempito la chiesa. Persone
venute da tutta Italia per dare l'ultimo saluto
ad Antonino Caponnetto. Che hanno ritenuto di dover
omaggiare con la loro presenza un'uomo del quale
forse si sa troppo poco, perchè l'Italia
spesso è un paese senza memoria. Caponnetto
giunse a Palermo per dirigere l'ufficio istruzione
subito dopo l'assassinio di Rocco Chinnici, in un
momento terribile, quando i morti per strada erano
una consuetudine quotidiana e ancora la politica
poteva permettersi di far finta di niente, di girarsi
dall'altra parte. E se non si girava dall'altra
parte, spesso metteva i bastoni tra le ruote a chi
voleva darsi da fare per condurre in Sicilia la
battaglia per la legalità. Caponnetto ha
lavorato tantissimo, ha costituito un gruppo di
magistrati - il pool antimafia - che per la prima
volta conduceva indagini sulla mafia in modo coordinato
e armonico. Un metodo di lavoro che si stava rivelando
vincente, sebbene le critiche verso il pool furono
aspre, spietate e a volte sistematiche.
Ci fu il primo maxiprocesso: per la prima volta
finiva alla sbarra Cosa Nostra come organizzazione
criminale riconosciuta tale dallo Stato, che iniziava
a darsi gli strumenti necessari per combatterla.
Poi ci furono le stragi del '92. Dopo l'uccisione
di Borsellino, Caponnetto ebbe un cedimento. "E'
tutto finito", disse. E chissà, forse
aveva ragione.
Eppure, già in pensione, iniziò a
girare l'Italia per incontrare i ragazzi e le ragazze
nelle scuole, per confrontarsi sperando di infondere
in loro la speranza e la necessità di voler
vivere in un paese più civile.
Queste pagine sono il minimo che Cuntrastamu potesse
fare per ricordare una figura così imponente.
Così imponente che chi stava in quella chiesa
non ha potuto fare a meno di notare la totale assenza
di rappresentanti dello Stato. Almeno gli hanno
risparmiato - ci hanno risparmiato - l'antimafia
di facciata: quella delle parole retoriche, delle
promesse fatte mille volte e mai mantenute, della
politica incapace di guardare al suo interno per
espellere - una volta per tutte - i corpi estranei
della corruzione e dell'illegalità.

Siete
qui per i funerali di Caponnetto?
No, eravamo di passaggio. Abbiamo saputo del funerale
e ci siamo fermati.
Che cosa ricordate di Caponnetto?
Sicuramente il suo impegno nella lotta contro la
mafia e poi anche la sua delusione per quello che
non è andato bene, dopo gli anni di Falcone
e Borsellino e quello che è successo di conseguenza,
dopo gli omicidi di questi due magistrati.
Subito dopo l'omicidio di Borsellino, Caponnetto
disse che era finita, che avevano vinto "loro".
Poi si corresse, affermando che la lotta doveva
andare avanti. Cosa è cambiato, in meglio
o in peggio, in questi ultimi dieci anni?
La mafia si è nascosta, non è più
così visibile quotidianamente come poteva
essere in alcune situazioni. Son convinto che ci
sia, e che ora è più difficile combatterla
perché non è più facilmente
riconoscibile.
Oggi c'è qualcuno che ha il modo di fare
antimafia che fu proprio di Caponnetto?
No. Sebbene non abbia una conoscenza diretta e approfondita,
per quanto ne so io non c'è nessuno di paragonabile.

Siete venuti qui per ricordare Caponnetto:
qual è l'eredità che ci lascia quest'uomo?
Penso che sia una eredità pesante, specialmente
per chi è impegnato nella lotta contro
la mafia in prima linea.
A distanza di dieci anni dalle stragi, è
cambiato qualcosa in meglio o in peggio?
Non lo so. So solo che di arresti ce ne sono sempre
meno, il fenomeno del pentitismo è in flessione,
quindi risulta difficile andare a fare un bilancio.
Sicuramente è una situazione preoccupante
perchè la mafia non è stata sconfitta
e non sono stati neanche eliminati - e non penso
ci siano le condizioni - per eliminare quelli
che portano la cultura mafiosa, la cultura del
delinquere in generale.
Hai figli?
No.
Se ne avessi uno, cosa gli racconteresti di quella
stagione del pool antimafia?
Parlerei di un risveglio che sembrava esserci
nel '92 e '93 perchè io sono della provincia
di Agrigento e all'epoca vivevo in Sicilia. So
cosa vuol dire. Ora forse c'è un appiattimento.
Racconterei che è stata una buona occasione,
non so se è stata persa l'eredità,
se siamo in grado di portarla avanti.
Subito dopo l'omicidio di Borsellino, Caponnetto
disse che era finita, che avevano vinto loro.
Poi si corresse, disse che la lotta doveva andare
avanti. L'impressione è che un po' di ragione
Caponnetto ce l'avesse, che questa mafia ha vinto
la sua battaglia.
Non la porrei in termini di vincere una battaglia,
perdere la guerra, ecc.
La pongo sotto un fatto storico, e cioè
che la mafia è un fenomeno storico. Si
pensava che fosse un modo di pensare, invece tardi
- nel '92 - ci siamo accorti che era anche un
modo di agire malgrado Chinnici, malgrado altri
giudici assassinati prima di Falcone e Borsellino.
Non è una battaglia che iniziava o finiva
lì.
Ci vogliono anche altri strumenti, non solo l'intervento
dei magistrati perchè i magistrati arrestano
e poi danno la palla ai politici. La politica
non ha saputo fare quello che avrebbe dovuto fare,
è questo il punto.
Se poi si va a riconsegnare la Sicilia alla destra
un'altra volta... con questo lassismo, siamo anche
noi siciliani probabilmente che non abbiamo voglia
di continuare a combattere la criminalità,
che non finisce e non inizia da Falcone e Borsellino.
Penso che ci sia un ruolo della politica da valorizzare,
credo questo.
Oggi ci sono dei referenti che potrebbero accogliere
il tuo invito?
Non lo so, spero di sì.

Oggi siete qui per Antonino Caponnetto.
Che eredità ci lascia ques''uomo?
Ci lascia una grande voglia di lottare ancora per
l'affermazione della giustizia, in particolare in
questo momento che mi sembra sia un po' triste nel
nostro paese purtroppo. Dopo la strage
di via D'Amelio Caponnetto ebbe un momento di cedimento.
La sensazione è che un po' avesse ragione
a dire che aveva vinto la mafia.
Sì, anche se non si dovrebbe dire. Però
forse è vero che le cose che sono successe
poi sono state ancora peggiori, inimmaginabili.
Il punto di degrado morale a cui è arrivato
il nostro paese forse non si poteva neanche immaginare
dieci anni fa, nonostante i due delitti efferati
compiuti dalla mafia. Il degrado della vita politica
e culturale in generale. Caponnetto
arrivò a Palermo in un momento deliticassimo
e seppe tessere un lavoro importante. Lei crede
che qualcuno ne abbia raccolto l'eredità
oggi?
Io penso che siano molti i magistrati, a parte i
nomi che tutti conosciamo, anche magistrati giovani
che lavorano in Sicilia o in altre regioni che lavorano
nel silenzio, nell'oscurità, e che hanno
raccolto la sua eredità e il suo messaggio.
Il pericolo è che non potranno più
continuare forse a lavorare in maniera efficace.
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