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Carnevale
assolto, il giorno dopo
31 Ottobre 2002 - Articolo di Enrico Bellavia
su La
Repubblica |
novembre 2002
a cura di Enrico Natoli e Maria Mazzei
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Il
reato, ipotizzabile in astratto, (...) non
è però configurabile nel caso
di Carnevale perché mancano le prove.
Ossia manca la volontà del giudice
di aiutare Cosa nostra. E poiché la
giustizia giudica talvolta anche delle intenzioni,
per farlo ha bisogno di prove. E la prova
della volontà di Carnevale è
mancata. Il fatto cè, però.
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LUI, lex imputato, non perde occasione: «Questi
pm della Dda di Palermo hanno bisogno di lezioni
private, possono venire da me». Poi aggiunge:
«Non chiederò una lira di risarcimento».
Gli altri, quello che lo hanno inquisito e portato
alla condanna, dicono solo che quella sentenza a
Sezioni unite che ha mandato assolto e per sempre
Corrado Carnevale, vogliono leggerla. Vogliono leggerla
e capirla.
Comprendere il come e il perché al palazzaccio
abbiano salvato il reato, il concorso esterno, su
cui si sono cimentati schiere di giuristi, e mandato
assolto il presunto reo. Perché questo è
successo alla Suprema corte quando le toghe di ermellino
si sono trovate a dovere giudicare il loro collega
Corrado Carnevale, imputato di concorso esterno
in associazione mafiosa a nove anni di distanza
dallavviso di garanzia, a uno dalla condanna
a 6 anni inflittagli in appello.
Sostenevano i pm, e poi anche i giudici di secondo
grado, che con le sue condotte, con quel suo garantismo
pernicioso, il giudice aveva contribuito a rafforzare
lorganizzazione, a mantenerla in vita, a darle
una sensibile mano daiuto per perpetuarne
gli scopi. La «massima», la sentenza
in pillole, in attesa della motivazione, che ha
tempi brevi ma non immediati, contiene già
il perché Corrado Carnevale è innocente.
Il reato, ipotizzabile in astratto, comune ad altri
processi eccellenti da DellUtri a Mannino,
non è però configurabile nel caso
di Carnevale perché mancano le prove. Ossia
manca la volontà del giudice di aiutare Cosa
nostra. E poiché la giustizia giudica talvolta
anche delle intenzioni, per farlo ha bisogno di
prove. E la prova della volontà di Carnevale
è mancata. Il fatto cè, però.
Perché le sentenze di Carnevale a Cosa Nostra
fecero un gran bene, tanto da alimentare aspettative
che su quel giudice si trasformarono negli anni
in diffuse certezze allinterno dellorganizzazione.
Ma nessuno, adesso, ha voglia di commentare neppure
questo. Non lo fa Gaetano Paci che insieme con gli
aggiunti Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato portò
Carnevale alla sbarra. Non lo fa Leonardo Agueci,
volato al ministero, che da procuratore generale,
smontò pezzo per pezzo la sentenza del tribunale,
rimise insieme i cocci e convinse i giudici di appello:
«Sono anche ispettore adesso, figuriamoci
se mi metto a commentare».
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Quando
ancora Giovanni Falcone era in vita e quando
Claudio Martelli era ministro di grazia e
giustizia le sentenze della famigerata prima
sezione, quella di Carnevale finirono sotto
la lente di osservazione. Il «monitoraggio»,
come lo chiamarono, gettò grande scompiglio
tra i legali palermitani. |
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In molti hanno sostenuto in questi anni che la vera
sciagura del magistrato non furono neppure i pentiti,
che pure erano in 39, ma gli avvocati, i cassazionisti
di cui amava circondarsi e con i quali si intratteneva
anche nei pomeriggi a casa propria, trovandoseli
di fronte lindomani mattina nelle aule della
Cassazione. Avvocati che forse, in qualche caso,
millantavano di poterlo influenzare e condizionare.
Impiantavano storie improbabili su un sostrato di
verità. Carnevale non ha mai amato i giudici
di Palermo. Non ha mai amato né Falcone,
né Borsellino. Li chiamava «i dioscuri»
e menava un gran vanto di potere demolire con un
colpo di dotta giurisprudenza, spesso creata alloccorrenza,
la più robusta delle sentenze.
Quando ancora Giovanni Falcone era in vita e quando
Claudio Martelli era ministro di grazia e giustizia
le sentenze della famigerata prima sezione, quella
di Carnevale finirono sotto la lente di osservazione.
Il «monitoraggio», come lo chiamarono,
gettò grande scompiglio tra i legali palermitani.
Creò le basi perché si arrivasse al
processo. Suscitò uno scatto di orgoglio
in giudici che al fianco di Carnevale ne avevano
subito la ridondante sapienza, senza avere lardire
di opporsi. Quei giudici trovarono il modo di sfogarsi
con i colleghi che andarono a sentirli e dissero
che cera un «partito», un partito
della prima sezione. Una tribù, un clan,
un club ristretto e selettivo. Un posto dove si
entrava con lergastolo e si usciva galantuomini.
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confiscati
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