La via crucis del gran Pignolo

La Cassazione: "Il fatto non sussiste", a rticolo di Andrea Indelicato su Il Giornale, 31 Ottobre 2002
novembre 2002
a cura di Enrico Natoli e Maria Mazzei

Se dunque egli è stato un "ammazzasentenze", come credendo di denigrarlo lo ha definito certa stampa, forse ispirata, ciò è avvenuto soltanto perchè le sentenze sottoposte al giudizio non soltanto suo, ma della sua sezione, erano giuridicamente sbagliate e quindi non meritavano di sussistere.
Si sarebbe tentati di dire: tutto è bene quel che finisce bene. La Corte di Cassazione a sezioni unite ha pronunciato una parola conclusiva sul "caso Carnevale", dichiarando chiaramente che in tutta la sua carriera egli è stato un magistrato oltre che preparatissimo - forse il più preparato della sua generazione - integerrimo. Se dunque egli è stato un "ammazzasentenze", come credendo di denigrarlo lo ha definito certa stampa, forse ispirata, ciò è avvenuto soltanto perchè le sentenze sottoposte al giudizio non soltanto suo, ma della sua sezione, erano giuridicamente sbagliate e quindi non meritavano di sussistere. Ciò significa che la prima sezione penale, che il magistrato Carnevale presiedeva, non "assolveva" dei criminali, ma soltanto che egli, e con lui, le decine di membri del suo collegio, che stranamente non sono stati processati, cassavano sentenze abnormi, com'è giusto in uno Stato di diritto e com'è proprio della Cassazione. Si comprende che procuratori e giudici che avevano sbagliato nell'applciare i codici non amassero quelle bocciature, che avrebbero potuto evitare se avessero fatto meglio il loro lavoro.

Tutto è bene quel che finisce bene? Ma prima che "finisse bene" un altissimo magistrato ha dovuto percorrere una via crucis decennale, è stato privato delle sue funzioni, è stato insultato da ogni sorta di gazzettieri che non si possono chiamare "giutizialisti" per non lordare la parola giustizia, ha dovuto subire dei processi che costituiscono sempre una pena, tanto più dura e crudele se subita da un innocente. Ma non è il caso umano, per quanto drammatico, che va rilevato qui. Non vogliamo neppur eparlare della stana circostanza di un'assoluzione in primo grado per assoluta mancanza di indizi (salvo le dichiarazioni di qualche pentito che "aveva sentito dire" che Carnevale era "avvicinabile" e senza che nessuno abbia mai datto chi l'avesse "avvicinato" e perchè), seguita da una condanna in appello basata sugli stessi elementi, inesistenti, del primo processo, nonchè per fortuna da una definitiva sentenza della cassazione, che ha costituito un richiamo severo all'applicazione della legge. Di tutto questo si potrà parlare in seguito.

Non osiamo affermare che il "caso Carnevale" sia stato originato dall'intenzione di alcuni membri della magistratura di sbarazzarsi del dovere di rispettare questi principi, ma di fatto, per lunghi anni la conseguenza è stata proprio questa
Ci sono invece altri aspetti che meritano di essere richiamati subito e che dovrebbero essere approfonditi. Il primo riguarda proprio l'attività di quella prima sezione che Carnevale presiedeva. Essa non era amata perchè nelle sue decisioni andava richiamando all'osservanza di alcuni principi che dovrebbero essere considerati fondamentali in ogni Stato civile: il principio che non si può "inventare" un reato non previsto dal codice penale; il principio che le dichiarazioni di uno, due o cento "pentiti" non hanno valore di prova ma possono semmai servire ad indirizzare gli inquirenti verso dei riscontri concreti ed obiettivi che, se esistono, possono essere presi a base di un'accusa seria da portare al vaglio dei guidici; infine il principio sacrosanto che le regole di procedura non sono un di più, un superfluo, delle "vacue formalità", qualcosa di cui si possa fare a meno se ciò: può servire a facilitare una condanna. Non osiamo affermare che il "caso Carnevale" sia stato originato dall'intenzione di alcuni membri della magistratura di sbarazzarsi del dovere di rispettare questi principi, ma di fatto, per lunghi anni la conseguenza è stata proprio questa ed è ben noto con quale vantaggio per una corretta gestione e per la credibilità della giustizia nel nostro paese: condanne non solo di uomini politici, spesso ingiuste e in effetti in molti casi annullate, ricorsi a ripetizione e procedimenti durati inutilmente lunghi anni, speculazioni politiche e convinzione di alcuni operatori del diritto (si chiamano così) di poter svolgere, se non ostacolati da " norme stupidamente formali", un''opera di bonifica non solo giuridica ma anche morale.

Allorquando qualche commentatore critica un provvedimento di procuratori o di giudici, il grido unanime e straziante è: "Ci vogliono delegittimare!" e vengono lanciati appelli alla "società civile" perchè faccia cessare lo scandalo. E' strano che nessuno abbia protestato per il lungo calvario del presidente Carnevale, che nessuno abbia sostenuto che lo si stava "delegittimando". Eppure faceva parte anch'egli della magistratura. Ma evidentemente c'è una parte della magistratura che può essere delegittimata e un'altra parte che ha uno statuto privilegiato. E a decidere chi fa parte dell'una o dell'altra, sono soltanto i membri della seconda. E' sperabile che la strana stagione in cui assurdità del genere potevano avvenire sia veramente sul punto di finire.
Tutto è bene quel che finisce bene. La sentenza della cassazione dice a chiare lettere che per un decennio un uomo giusto, che aveva compiuto con onore il suo dovere per conto dello Stato, è stato schiacciato sotto una mole di accuse infamanti basate sul nulla. Lo Stato e la società che egli ha servito dovrebbero sentire l'obbligo di fargli quantomeno delle scuse solenni e dargli un altro riconoscimento morale.
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