Assolto il giudice ammazza-sentenze.

Articolo di Saverio Lodato su L'Unità, 31 Ottobre 2002
novembre 2002
a cura di Enrico Natoli e Maria Mazzei

"Il fatto non sussiste", ha proclamato la Suprema Corte a Sezioni Unite Carnevale: "Mi aspettavo questa conclusione e non da oggi, ma da quando nel '92 la procura di Palermo avviò l'indagine nei miei confronti, visto che io non ho fatto altro che onorare la magistratura Italiana"
Corrado Carnevale esulta, e ne ha ben donde. "Papà hai vinto", esulta al cellulare la figlia appena conosciuta la buona novella. Il suo processo? Non sarà rifatto. Non sarà riscritto. E' solo da buttare. Niente rinvio. Niente stillicidio che si sarebbe protratto negli anni. "Il fatto non sussiste", ha proclamato la Suprema Corte a Sezioni Unite dopo quasi quattro ore di camera di consiglio. E' una marcia trionfale per "ammazza-sentenze". Commenta Carnevale: "Mi aspettavo questa conclusione e non da oggi, ma da quando nel '92 la procura di palermo avviò l'indagine nei miei confronti, visto che io non, ho fatto altro che onorare la magistratura Italiana". Questa vicenda giudiziaria gli ha prodotto "danni di immagine, alla sua famiglia e alla sua carriera, incalcolabili e irreparabili." Anche se non si rivarrà su chi lo ha indagato, anche se questo processo "dovrà essere vivisezionato". Esultano i suoi avvocati, il professor Giuseppe Gianzi e l'avvocato Salvino mondello, genero dell'ex presidente titolare della prima sezione penale della Cassazione. " Questa sentenza della Suprema Corte - commenta Gianzi - riporta il propcesso nei giusti binari, annullando la sentenza di appello che si era ispirata ad una illogica valutazione della prova".

E il reato di concorso esterno in associazine mafiosa, il cosiddetto 110 più 416bis? Non allarmiamoci. Già da tempo questa ipotesi di reato era diventata un feticcio, una chimera penale meramente teorica. Passato remoto, visto che raffiche di assoluzioni da tempo avevano finito con l'annacquarlo. Archeologia giustizialista. Il de profundis non poteva essere più dirompente. Ma la Cassazione ha voluto salvare la forma: e il concorso esterno resta reato. I supremi giudici affermano infatti che rimane "configurabile" il concorso purché l'apporto abbia una "effettiva rilevanza causale" nel mantenere in vita o rafforzare Cosa Nostra. Non è dunque il caso di Carnevale.

Carnevale annullò quella per la strage dell'Italicus. Annullò quella per il "rapido 904". Annullò due volte le sentenze di condanna per i killer del capitano dei carabinieri di Monreale Emanuele Basile. Annullò a raffica le condanne per l'uccisione del giudice istruttore Rocco Chinnici

Ma c'è molto di più. La parola degli ex colleghi dell'alto magistrato non doveva neanche essere presa in considerazione "perchè il giudice penale ha l''obbligo di astenersi dal deporre, come teste, per quanto riguarda ciò che avviene nelle camere di consiglio quando i magistrati decidono i loro verdetti in assoluta segretezza".
Corrado Carnevale potrà impiegare gli anni della sua pensione per tornare alla carica con le polemiche, con i risentimenti, i giudizi sprezzanti nei confronti dei colleghi che si erano messi in testa di processare uno come lui, proverbiale in Italia per la capacità "tecnico-professionale" di stecchire sentenza, affossare giudizi di condanna, rimettere in libertà ergastolani, stragisti e boss di mafia. Carnevale, con le sue prime dichiarazioni, sembra promettere buona condotta. Si vedrà.

Alla Suprema Corte, quella condanna a sei anni che il 29 giugno 2001 aveva concluso a Palermo il processo d'appello al magistrato chiamato - chissà poi perchè - "ammazza-sentenze", deve essere apparsa densa di vizi di forma, contraddittoria, improponibile e inaccettabile nell'Italia ipergarantista del nuovo millennio.
Non ci furono sentenze "aggiustate". Non ci furono corsie preferenziali per i processi di mafia. L'alto magistrato non era "a disposizione" di Cosa Nostra. Non faceva il sabotatore dei processi su commissione dei diretti interessati. E quelle decine di pentiti che lo tirarono in ballo ora dovrebbero farsi l'esame di coscienza per aver infangato un poveretto. Questo, in sintesi, il verdetto delle Sezioni Unite di Cassazione quando affermano che "il fatto non sussiste".

A uno come Carnevale, sanguigno e supponente, non resterà che vantarsi dei suoi primati olimpionici nel Palazzo di piazza Cavour, autentici successi da maratoneta delle assoluzioni. Qualche cifra può essere utile a capire le dimensioni del "fenomeno Carnevale". Nei sette anni in cui diresse la prima sezione di Cassazione (la più prestigiosa, la più significativa), il magistrato, originario di Licata, paese derelitto del sud Sicilia, indiscutibilmente ferrato in diritto, riuscì ad annullare quattrocento, dicasi quattrocento, sentenze di condanna. Proprio Giovanni Falcone, nella primavera del 1991, appena giunto alla direzione della sezione affari penali del Ministero di Grazia e Giustizia, dispose un "monitoraggio" di quelle assoluzioni che sembravano scaturire da una curiosissima catena di montaggio.

La Corte: "La parola degli ex colleghi dell'alto magistrato non doveva neanche essere presa in considerazione "perchè il giudice penale ha l''obbligo di astenersi dal deporre, come teste, per quanto riguarda ciò che avviene nelle camere di consiglio quando i magistrati decidono i loro verdetti in assoluta segretezza"

Carnevale annullò quella per la strage dell'Italicus. Annullò quella per il "rapido 904". Annullò due volte le sentenze di condanna per i killer del capitano dei carabinieri di Monreale Emanuele Basile. Annullò a raffica le condanne per l'uccisione del giudice istruttore Rocco Chinnici, facendo tirare un bel sospiro di sollievo ai terribili fratelli Michele e Salvatore Greco, il "papa" e il "senatore" di Cosa Nostra, considerati mandanti del delitto. Sono solo alcune delle sue assoluzioni che meriterebbero di essere incorniciate.
E lui "Mi sono sempre limitato ad applicare la legge", si schermiva di fronte a interrogazioni parlamentari, campagne giornalistiche, quando ancora la sua fregola assolutoria non era diventata materia di aule di tribunale. Quelle assoluzioni rappresentavano il pedigree di questo alto, altissimo giureconsulto, che poteva anche concedersi il lusso di qualche volgarità fuori dal comune.

L'Italia restò a bocca aperta quando nel '93 il tg3 mandò in onda alcune intercettazioni telefoniche di polizia che lo riguardavano. Ricordate? Chi era Giovanni Falcone? "E' un cretino". Giovanni Falcone e Paolo Borsellino? "I Dioscuri". Il loro sacrificio? "Non avrei portato a spalla certe bare". Infatti Carnevale diceva di se stesso: "Rispetto certi morti, certi altri no". Infastidito perchè chiamato a giustificarsi, ammise: "E' vero che avevo una stima negativa nei confronti di Falcone e Borsellino, ma nessuno, a parte il Papa, è infallibile e il mio è un giudizio tecnico-professionale". Tecnica, professione, appunto, ma anche cavilli, tantissimi cavilli.


Era finito sotto inchiesta il 28 marzo del 1993, all'indomani dell'esecuzione mafiosa di Salvo Lima, l'eurodeputato dc. E quella, sotto il profilo della lotta alla mafia, era davvero un'altra Italia, capace ancora di indignarsi, tanto era vivo il ricordo delle stragi di Capaci e via D'Amelio. Si era diffusa la consapevolezza che Cosa Nostra ormai andava colpita non solo nei suoi tentacoli militari, ma anche e soprattutto nelle sue coperture politiche e istituzionali.

I pentiti dell'epoca non ebbero tentennamenti: definirono "pacifico" e "assodato" il legame fra Cosa Nostra e il giudice "ammazza-sentenze". A ondate successive si fecero sotto collaboratori di peso: da Francesco Marino Mannoia a Giovanni Brusca, da Gaspare Mutolo a Giuseppe Marchese, da Balduccio Di Maggio a Salvatore Cancemi, da Santo Di Matteo a Pasquale Di Filippo, solo per citarne alcuni. Finirono sotto inchiesta altri giudici di Cassazione, persino cancellieri.

Tutti sospettati di pilotare i processi "difficili" in maniera tale che fossero assegnati puntualmente alla prima sezione, quella dove Carnevale per dirla con le parole dell'ex presidente Vittorio Sgroi, era l'espressione del "partito patriottico" che operava in Cassazione. Venne indicata persino una troika degli "aggiustamenti": Carnevale, am anche Giulio Andreotti, anche Claudio Vitalone. Partito dunque degli andreottiani, che a sua volta si identificava - ovviamente secondo l'accusa - con il "partito patriottico". Finirono agli atti telefonate registrate alla vigilia della sentenza di Cassazioneche si apprestava a pronunciarsi nel merito del primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Andreotti, nel frattempo, veniva assolto.

Ci fu persecuzione nei confronti di Carnevale? Difficile dirlo. Fatto che il 3 aprile del 1995, la stessa Procura di palermo che lo aveva messo sotto inchiesta, chiese ed ottenne dal gip, due giorni dopo, l'archiviazione della sua posizione. Ma il caso venne riaperto il 26 aprile dello stesso anno per iniziativa della procura romana che inviò a Palermo altri altti, altre dichiarazioni dei pentiti e il 29 aprile il nome di "ammazza-sentenze" finì per la seconda volta nel registro degli indagati.
L'8 giugno del 2000, il processo di primo grado si concluse con l'assoluzione - dovuta, secondo la sentenza, a "elementi insufficienti, testi inattendibili, dichiarazioni contraddittorie" mentre si stigmatizzarono le deposizioni dei pentiti i quali "avevano parlato de relato". Un verdetto letteralmente capovolto il 29 giugno del 2001: condanna a sei anni di carcere, l'impianto accusatorio aveva retto.

La Corte: "La parola degli ex colleghi dell'alto magistrato non doveva neanche essere presa in considerazione "perchè il giudice penale ha l''obbligo di astenersi dal deporre, come teste, per quanto riguarda ciò che avviene nelle camere di consiglio quando i magistrati decidono i loro verdetti in assoluta segretezza"

Ed è cronaca di ieri.
Poteva addirittura essere rinviato a giudizio per mafia, più che per concorso esterno: questa, in sintesi, la motivazione che Vincenzo Siniscalchi, Procuratore Generale di cassazione, aveva espresso nella sua requisitoria: "C'è stata una disponibilità non occasionale e protratta nel tempo in favore di chiunque appartenesse a Cosa Nostra". Al punto - aveva proseguito il pg - che "bisogna chiedersi se la sua non sia stata addirittura partecipazione all'associazione mafiosa e non concorso". Aveva deifinito " pienamente credibili" Antonio Manfredi La Penna, consigliere della prima sezione penale, il quale aveva rivelato in processo di essere stato chiamato da Carnevale nel suo studio. Dove aveva trovato - raccontò - una persona vestita da "massaro" che si informava sulle sorti del processo del 1991 che si sarebbe risolto con la scarcerazione dei boss per decorrenza dei termini (proprio grazie alla successiva sentenza di Carnevale).

Opposto il punto di vista dell'avvocato Giuseppe Gianzi, uno dei difensori di Carnevale: "il mio assistito non faceva parte dell'associazione mafiosa, lo dicono anche i giudici che hanno formulato i capi di imputazione a suo carico".
E aveva chiesto l'annullamento senza rinvio della condanna a sei anni, "sia nel caso in cui non si ritenga configurabile il concorso esterno, sia che la corte decida diversamente". Secondo Gianzi i 22 coimputati di reati connessi avevano "rilasciato dichiarazioni non univoche a proposito del coinvolgimento di Carnevale, senza che i riscontri fossero precisi e concordi".

E la testimonianza di La Penna? "Un vizio logico aver creduto a lui e non alle testimonianze degli altri consiglieri". Infine, l'altro difensore, Salvinio Mondello, si era a lungo soffermato a sottolinearte le contraddizioni delle dichiarazioni provenienti dai pentiti.

Alle 18, 54 di ieri, 330 ottobre 2002, la Corte demoliva definitivamente qualsiasi impianto accusatorio. Un fatto è certo: teorizzando l'impossibilità per i colleghi di Carnevale di deporre in processo, la Cassazione ha dilatato in maneira assai considerevole l'area del "segreto" della camera di Consiglio. Scelta impegnativa. Il fatto è che alcuni di quei giudici erano andati in processo per denunciare pressioni, anomalie, pesantissime interferenze. Bocca chiusa, dice ora la cassazione. Cane non mangia cane.
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