Dopo il primo e il secondo
grado di giudizio


Due articoli tratti da La Padania successivamente alle sentenze di primo e secondo grado
novembre 2002
a cura di Enrico Natoli e Maria Mazzei

«Sono un impumone», e spiega di avere coniato un neologismo che significa imputato-testimone. Poi si avvale della facoltà di non rispondere.
9 giugno 2000
Mafia: dopo Andreotti, è innocente anche Carnevale


Palermo, assolto dall’accusa di “concorso esterno”
l’ex presidente della prima sezione della Cassazione

Palermo
- Corrado Carnevale, l’ex presidente della prima sezione della Cassazione, passato alle cronache per esser stato definito “il giudice ammazzasentenze”, è stato assolto ieri dall’accusa di concorso esterno in Cosa Nostra. Il proscioglimento è stato pronunciato con la stessa formula del processo Andreotti, con riferimento cioè all’articolo 530 cp, secondo comma, (quello che ha sostituito l’assoluzione per insufficienza di prove) per non avere commesso il fatto.

Il pubblico ministero aveva chiesto 8 anni di reclusione. Il verdetto è stato letto al termine di una camera di consiglio durata 30 ore. Carnevale ha atteso la decisione a casa, a Roma. è stato informato dai sui legali, Raffaele Bonsignore e Salvino Mondello.

«Si è resa giustiza - ha commentato l’avvocato Raffaele Bonsignore - non soltanto al presidente Carnevale, ma a tutti quei magistrati che hanno formato i collegi che la procura ha ritenuto di potere sindacare per le loro decisioni». «Carnevale - prosegue il legale - ha sempre fatto onore alla magistratura.
Secondo il teorema dell’accusa avrebbe invece imposto una sorta di egemonia sui colleghi componenti delle camere di consiglio. Le decisioni sono e restano collegiali». «Ci aspettavamo l’assoluzione - ha concluso Bonsignore -; la fase dibattimentale aveva dimostrato l’estraneità ai fatti del presidente Carnevale».

L’inchiesta a carico dell’ex presidente della prima sezione della Cassazione Corrado Carnevale è durata 7 anni e si è svolta in due tempi. L’indagine della Procura inizia nel 1993, contestualmente a quelle su Giulio Andreotti, ma si chiude nel ’95 con un’archiviazione, l’accusa ritiene di non avere elementi per il processo. Assieme a Carnevale vengono indagati per l’ipotesi di abuso d’ufficio aggravato altri tre magistrati della prima sezione, Paolo Dell’Anno, Aldo Grassi, Stanislao Sibilia. Nel febbraio del ’97, la procura chiede l’archiviazione anche di queste tre posizioni. L’indagine viene riaperta pochi mesi dopo, sulla scorta delle dichiarazioni di nuovi pentiti alle procure di Roma e Firenze. Il 14 luglio del ’97 Palermo chiede il rinvio a giudizio del giudice che molti definiscono “ammazasentenze” per concorso in associazione mafiosa, con una memoria di 600 pagine. Il 7 aprile del '98 il gip Bruno Fasciana dispone il rinvio a giudizio del magistrato. Carnevale replica: «Sono esterrefatto - dice - per le accuse che mi vengono mosse».

Citato come imputato di reato connesso al processo contro Andreotti, il primo ottobre del' 97, Carnevale esordisce con una battuta: «Sono un impumone», e spiega di avere coniato un neologismo che significa imputato-testimone. Poi si avvale della facoltà di non rispondere. Il dibattimento si apre il 22 giugno del ’98 davanti ai giudici della sesta sezione del Tribunale presieduta da Giuseppe Rizzo. L’accusa, sostenuta dai pm Roberto Scarpinato e Gaetano Paci, sostiene che Carnevale costituiva per i boss un «sicuro punto di riferimento». Il ruolo del magistrato viene ricostruito con le dichiarazioni di 39 pentiti, le testimonianze di giudici dello stesso collegio e intercettazioni telefoniche e ambientali. Ieri sera l’assoluzione.

Per l’accusa, «c'è la consapevolezza in Cosa nostra dell’esistenza in Cassazione di un personaggio in grado di favorire gli interessi dell’organizzazione, una persona che non faceva parte di Cosa nostra ma che era corruttibile e in grado di operare per la mafia».
16 maggio 2001
Chiesti otto anni per Carnevale

Il magistrato, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa,
era stato assolto in primo grado
Secondo il sostituto procuratore generale di Palermo i pentiti sono attendibili


Palermo
Otto anni di reclusione: è questa la richiesta del Sostituto Procuratore Generale Leonardo Agueci, l’ex presidente della prima sezione penale della Cassazione, Corrado Carnevale.
Gli otto anni per Carnevale sono stati chiesti ieri al processo d’appello. Il magistrato, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, era stato assolto in primo grado dall’accusa, perchè i giudici non avevano ritenuto attendibili le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Di diverso parere il sostituto procuratore generale di Palermo, Leonardo Agueci, secondo il quale i pentiti sarebbero, invece, attendibili.

Il pg ha chiesto al presidente della sezione promiscua d’Appello, Vincenzo Oliveri, l'accoglimento dell’Appello e “l'affermazione di responsabilità per l'ipotesi di reato contestata”. Le prossime due udienze saranno dedicate alle arringhe difensive, e già entro maggio, potrebbe essere emessa la sentenza. Il magistrato, assolto in primo grado è, fra l’altro, attualmente al primo posto in graduatoria per l’incarico di primo presidente della Corte di Cassazione. L’aggettivazione “giudice ammazza sentenze” riferita a Corrado Carnevale è azzeccata», ha esordito il sostituto procuratore generale di Palermo, Leonardo Agueci, nel corso della sua requisitoria per il processo d’appello a carico dell’ex presidente della prima sezione penale di Cassazione, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e assolto nel processo di primo grado.

Il pg ha formulato ieri, alla fine dell’udienza, la richiesta di condanna al presidente della sezione promiscua d’appello, Vincenzo Oliveri. «Questo è un processo diverso da quelli che si celebrano abitualmente - ha sostenuto il rappresentante dell’accusa - e non tanto per la notorietà dell’imputato ma per il ruolo che ha ricoperto. Carnevale è imputato di fatti che sono connessi alle modalità dell’attività che svolgeva nelle funzioni di presidente di Cassazione».
Il pg ha poi tracciato il profilo caratteriale dell’imputato. «L'immagine che dà l’imputato di sè -ha detto - è di supponenza e di disprezzo verso coloro che lo circondano. Ma noi non ci lasciamo condizionare da questa figura».
Ne ha descritto, però, anche i lati positivi.

«Carnevale è modello di impegno e di laboriosità e di grande preparazione». Nel corso della requisitoria ha ripercorso, quindi, gli anni trascorsi da Corrado Carnevale alla presidenza della prima sezione penale della Corte suprema.
Secondo il racconto di alcuni pentiti di mafia, il magistrato avrebbe favorito l'organizzazione criminale nell’annullare sentenze di condanna di primo e secondo grado. Agueci ha parlato di «sfruttamento del suo prestigio per arrivare all’intento» e di «presidio continuo a favore delle necessità dell’organizzazione mafiosa». Secondo il rappresentante dell’accusa, «dentro Cosa nostra c'era l’assoluta certezza che nella Cassazione si potevano aggiustare i processi», e parla di «attuazione di comportamenti concreti che nascevano da questa certezza».

Così ha ricordato le dichiarazioni dei pentiti Francesco Marino Mannoia, Gaspare Mutolo, Angelo Siino, Giuseppe Marchese e Giovanni Brusca. Non risparmia qualche critica all’indirizzo dei giudici di primo grado che avevano assolto il magistrato, ritenendo inattendibili le dichiarazioni dei pentiti.
«Secondo Siino - ha detto Agueci- le sentenze venivano cassate in maniera massiva». E ha ricordato ancora un episodio raccontato dal pentito Giovanni Brusca. Brusca venne incaricato da Totò Riina di contattare Ignazio Salvo per intervenire per la buona sorte del maxiprocesso. Ma Salvo ha posto subito delle difficoltà perchè come ha detto lui stesso, il momento politico non era favorevole. Questa circostanza è stata considerata dai giudici di primo grado come fatto che smentirebbe l’intervento di Carnevale in Cassazione».

Secondo Agueci, «è il contrario. Quello che emerge dalle dichiarazioni è che soltanto quella volta il canale Salvo inspiegabilmente non funzionava». Per l’accusa, «c'è la consapevolezza in Cosa nostra dell’esistenza in Cassazione di un personaggio in grado di favorire gli interessi dell’organizzazione, una persona che non faceva parte di Cosa nostra ma che era corruttibile e in grado di operare per la mafia». E ricorda che «l'omicidio Salvo Lima è stata una ritorsione per l’esito negativo del maxi processo».
 
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