Sandokan, storia di camorra e d'Italia.

Intervista a Antonio Catania, in scena con il testo di Balestrini
Intervista di Maria Mazzei, febbraio 2007
 
Ho sentito il bisogno di raccontare questa storia perché penso che un attore deve scegliere di dire delle cose serie a questo Paese

Uno spettacolo per raccontare la mafia dei casalesi, il clan dei Bardellino, Jovine e Schiavone a partire da una storia minore, di provincia. La voce di un ragazzo che racconta un pezzo d'Italia criminale.

Abbiamo incontrato Antonio Catania alle prese con Sandokan, tratto dal romanzo di Nanni Balestrini, in scena in questi giorni all'Ambra Jovinelli di Roma. La regia è di Nello Correale, le musiche di Peppe D'Argenzio.

Catania, che riscontro di pubblico ha avuto il suo Sandokan?

Poche persone, solo quelli davvero interessati al tema. Spero che a Milano ci sarà una risposta migliore. Per me vale certamente la pena fare questo spettacolo. Ho sentito il bisogno di raccontare questa storia perché penso che un attore deve scegliere di dire delle cose serie a questo Paese. Si fanno film, fiction ma poi avevo bisogno di fare qualcosa di più. Questo spettacolo racconta in modo sobrio - anche con l'aiuto della musica - la realtà del Paese. Se non hai orecchie che ascoltano rimani però deluso. Per me era una necessità espressiva, da artista. Io mi riconosco in questo modo, scarno, senza compiacimenti di raccontare il nostro Paese.

Perché questo disinteresse attorno ad un tema che riveste ancora grande attualità?

Questo è un argomento che si dà per scontato, sembra inutile qualsiasi presa di posizione; oppure si pensa che sia una cosa che non ci riguarda, che è meglio non immischiarsi. Nello spettacolo faccio i nomi veri dei personaggi. Nel casertano c'è una compagnia che fa lo stesso spettacolo ma omette i nomi. Sandokan - ovvero Francesco Schiavone - diventa "la tigre della Malesia". Per me invece questa è Storia, è la nostra storia. Questi nomi, queste persone nel bene e nel male hanno caratterizzato un'epoca. Un certo Giuseppe ... ha fatto l'Unità d'Italia; e qui non dovresti fare i nomi per paura?

In altre interviste parlava di un nesso autobiografico. Com'era la Sicilia che lasciò tanti anni fa? C'era la mafia?

Ero molto piccolo allora. Più tardi, riflettendo sulle cose, ho capito che nella vita ho ottenuto delle cose che non avrei raggiunto se fossi rimasto lì. In Calabria, dove pure ho vissuto, ho visto la violenza, quella animale, brutale, che ricordo con orrore. Lì sì. Ma per fortuna non ho mai avuto un rapporto diretto; ho orecchiato, ho intravisto. Oggi comunque, se vuoi ottenere delle cose, devi abbandonare il posto dove sei nato perché il lavoro è da un'altra parte.

Quanta di questa mafia, intesa come mentalità, ha ritrovato nel suo mondo del lavoro?

Ci sono delle regole che sono certamente mafiose. Per esempio: io ti faccio un favore se tu lo fai a me; non è uno scambio di cortesie. Nel mondo dello spettacolo è così, alle donne si chiede una cosa: io ti faccio lavorare e tu in cambio ... Le compagnie teatrali girano perchè ci sono degli accordi sotto-banco; io vado qui e tu vai lì. Anche nel cinema è così, anzi spesso è usato per riciclare soldi. È un sistema, un sistemone. Siamo il paese delle bustarelle, delle raccomandazioni.

La Sicilia che lei portava al Nord come veniva tradotta?

Appena arrivato a Milano, i miei compagni - quelli che mi parlavano, perché mica tutti mi parlavano - mi chiamavano "marocco". Era il '68. Poi fui bocciato e l'impatto fu violento. Ricordo un'insegnante, anziana: il primo giorno di scuola - riusciì ad arrivare in ritardo perché mi persi - mi guardò con odio razzista e mi rimandò a settembre e poi mi bocciò in matematica e fisica. Cambiai scuola e per fortuna capitai in una scuola normale e finii gli studi brillantemente. Allora era un'altra realtà: Milano era molto chiusa.

In quegli anni a Milano i mafiosi facevano affari al Nord.

Credo in tutte le città si facevano investimenti, con sparatorie.

Difficoltà, disinteresse: qual è il ruolo dell'informazione?

I giornali appartengono, hanno dei proprietari, spesso collusi. Il proprietario dice al capo-redattore: devi fare un pezzo così. E il capo-redattore ubbidisce, perché vuole lo stipendio; perché magari c'è una cugina che vuole entrare nel giornale; c'è un'amichetta che vorrebbe fare la cronaca rosa. Purtroppo è così. Specialmente i giornali del sud, hanno un controllo diretto, violento.

Quale può essere il ruolo della cultura nella lotta alla mafia? Uno spettacolo come il suo ha una grande ambizione: ma quanto le interessa davvero?

Il narcisismo dell'attore comprende anche quest'aspetto. Quando si vede lo spettatore colpito ed emozionato, l'attore gode. E poi senz'altro mi riconosco in questa storia. Mi sembra anche di toccare l'argomento in modo equilibrato; non c'è alcuna giustificazione per chi intraprende una strada criminale.
Piuttosto la riflessione va fatta relativamente allo Stato e alle sue istituzioni, perché se non crei una possibilità, un'alternativa metti i giovani con le spalle al muro. Non si tratta di categorie: quello è un criminale e quello no. Al contrario, quello è costretto a fare il criminale.
Per cui alla fine queste persone - nel raggiungimento della loro carriera, dei loro scopi - sono brave perché hanno costruito in maniera intelligente, con grande capacità. Se queste capacità fossero state messe al servizio di tutta la società e non solo di un gruppo potevano essere persone positive, quadri dirigenti. Invece, strumentalizzate poi dal potere, sono diventate il braccio violento di una organizzazione mafiosa.

Chi sono i mafiosi di oggi?

Le figure di cui parlo io non esistono più. Ormai sono giovani manager rampanti, che girano con porsche e rolex, pur essendo super-latitanti. Sono in contatto con politici. Le loro capacità sono tali che li portano ai vertici della società e hanno contatti con i politici. Qui c'è qualcuno che deve intervenire. E non sono io e non siamo noi.

È lo Stato che deve fare delle leggi, deve fare qualcosa. Ma non lo può fare, perché è talmente ramificato questo potere che immobilizza anche i grossi apparati. Forse a poco a poco ...
Ma la mafia poi prende un'altra forma. Io sono sicuro che la mafia riuscirà a produrre degli spettacoli contro la mafia, sono sicuro che produrrà il mio spettacolo, perchè avrà raggiunto una tale capacità di fagocitare tutto che se uno spettacolo produce soldi perché no?. Se parlare contro la mafia può essere redditizio facciamolo, dirà.

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