Cinisi, il paese del tempo immobile

Un viaggio per ricordare Giuseppe Impastato

foto tratte dal sito del Centro Siciliano di Documentazione Giuseppe Impastato
maggio 2002
a cura di Marco Ciriello
Sotto una linea rocciosa, sbertucciata dal cielo limpido e azzurro, c'è Cinisi. Il monte che corre a picco sul paese, grigio e verde spicca dietro le spalle della gialla chiesa e del vuoto comune. Imponendosi sulla piccola piazza che fa da bocca al corso, lingua di case cucite una sull'altra che parallele corrono. Cinisi è una finestra chiusa. Cinisi è il tempo immobile che nemmeno le idee di Peppino Impastato hanno smosso. Cinisi è sconfitta dello stato, il comune è sciolto per infiltrazione mafiosa. Cinisi è muro cieco. Cinisi è ancora mafiosa, nonostante tutto. Cinisi ha il cuore duro come le pietre che spezzarono il legame tra il corpo di Peppino e le sue idee. Ma Cinisi è anche il paese dove si è fatta per la prima volta una manifestazione nazionale contro la mafia.

Dopo 24 anni la sfida riparte dallo stesso posto, dalla stessa famiglia, dagli stessi uomini che hanno tenuto testa alla parte peggiore dello stato italiano e a quella più agguerrita della mafia. Hanno dovuto battersi su due fronti, contro la parte delle istituzioni dello stato, complice e deviata, che copriva l'assassinio del giovane militante di democrazia proletaria e contro la nuova e violenta ondata mafiosa. Ci sono voluti più di vent'anni per avere la verità, ci sono voluti più di vent'anni perché lo stato affermasse che Impastato è morto per ordine di Tano Badalamenti, ci sono voluti più di vent'anni perché lo stato chiedesse scusa alla famiglia Impastato attraverso l'indagine e la relazione della commissione antimafia, ci sono voluti più di vent'anni per fare di Peppino un esempio limpido di lotta alla mafia.

Peppino venne fatto saltare in aria il nove maggio del 1978 e solo lo scorso undici settembre il tribunale di Palermo ha condannato Tano Badalamenti e Vito Palazzolo per quell'orribile omicidio. Per tutti questi anni si sono seminati dubbi e menzogne, si è detto che Peppino si era fatto esplodere sui binari della locale stazione ferroviaria, in un goffo tentativo terrorista. Questa bugia serviva a coprire uno dei boss più potenti degli ultimi anni di mafia, regista del traffico di droga internazionale: Tano Badalamenti, attualmente prigioniero negli Stati Uniti. La colpa di Peppino era quella di essersi opposto al boss, di averlo sbeffeggiato con singolare ironia, di aver visto e capito ciò che le forze dell'ordine non volevano né vedere né capire.

Per tre giorni, giovani di diverse provenienze e idee si sono incontrati per discutere, ricordare e rilanciare questo esempio. Si riparte da Cinisi, qui nasce un forum sociale antimafia dedicato ad Impastato, che oltre a ricordare la sua storia, sposta il tiro del movimento su una problematica non affrontata: le mafie. Come ci spiega Umberto Santino, presidente del centro studi sulla mafia, il mondo globale e le mafie sono strettamente legate, dove c'è crimine, accumulazione, potere, codice culturale, consenso sociale e sfruttamento lì c'è da opporsi. Certo ci vorrebbe la costanza e la tenacia di Felicia Impastato ottantaseienne mamma di Peppino, che invece di votarsi alla serena rassegnazione meridionale ha fatto del suo dolore un motivo di intelligenza, costruendo una nuova storia, ereditando le lotte del figlio.

Anche Haidi Giuliani è a Cinisi, seguendo le idee del figlio si è ritrovata in un piccolo paese siciliano, al cospetto di una anziana donna che si è seduta ad aspettare la verità ed ha avuto una pazienza che due vite non bastano a rifarla. Due storie diverse, due mamme che si trovano a fare percorsi contrari a frequentare posti e persone lontane, due sguardi tristi che aspettano, che no non li acchiappi, nemmeno se sono in testa a mille fiaccole che illuminano il corso di Cinisi entrando di prepotenza anche nelle pieghe delle persiane, chiuse, come la mattina dei funerali di Peppino. Si, perché la gente del paese è poca, hanno paura, e non si espongono.

Santino il giorno dopo la morte di Impastato tenne un comizio e si rivolse agli occhi che se ne stavano dietro quelle finestre dicendo: "fin quando resteranno chiuse, queste persiane, la morte di Peppino sarà stata inutile." Le finestre sono chiuse, ma la sua morte non è stata inutile, a Cinisi oltre agli inviati dei giornali nazionali, c'è una giornalista turca a chiedere di raccontare la sua storia, un ragazzo lituano e molti altri italiani che non si sono voltati dall'altra parte.

Il film di Marco Tullio Giordana che racconta la storia di Peppino è stato proiettato nella maggioranza delle scuole, rilegando il nodo troppe volte sciolto, fra impegno civile e stato democratico, ridando motivi ai ragazzi per fare politica. Nella piazza incontriamo il fratello di Peppino, che ha occhi grandi e neri e parole da spartire. Giovanni Impastato si è ritrovato a custodire idee e lotte, radicalità e ironia del fratello ma si vede che è schivo, non rinuncia a parlare ma ha lo slancio dei timidi, quell'irruenza che si butta avanti per nascondere l'amore verso la seconda fila. Anche lui come la madre ha tenuto duro, anche lui ha sopportato i ritardi, le bugie, le perquisizioni, l'isolamento e il rischio di tagliare i legami con la propria famiglia. Ci dice come Cinisi sia ancora ostaggio della violenza e del linguaggio mafioso nonostante gli sforzi fatti. Come la gente sia indifferente e paurosa anche solo di ascoltare i forum di discussione che il paese ospita. Come la politica non attecchisca, come sia difficile vivere qui a distanza di 24 anni, ce lo dice anche Salvo Vitale, amico di Peppino, un grosso uomo con lo sguardo triste, che inveisce contro Orlando, Arlacchi e la loro politica. Per troppo tempo sono rimasti da soli a lottare, questi che ora non sono più ragazzi ma che non si rassegnano alla sconfitta, nonostante i capelli bianchi e l'affievolirsi degli ideali.

Ci riprovano a rilanciare la sfida alla mafia, spostando il tiro del movimento no-global. Per tre giorni Cinisi, per quanto se ne voglia restare dietro le finestre, o voglia essere indifferente, ha fatto i conti con vecchi e nuovi ragazzi disposti a ragionare dei crimini della globalizzazione e della lotta alla mafia. Ragazzi vecchi e nuovi che affrontano i problemi in modo globale come faceva Peppino, preoccupandosi, facendosi carico, interessandosi. Mentre li osservo discutere mi ricordo dell'ultima intervista a Falcone, scrivo a memoria le parole che mi colpirono: "cosa nostra è una pantera, non esistono graduatorie fra associazioni mafiose, è il momento di muoversi, perché la pantera è vigile e non dimentica". Oggi a non dimenticare sono molti ragazzi, oggi a chiedere di capire cosa è la mafia, come è cambiata, come contrastarla, ci sono molti ragazzi, a me sembra un buon inizio.
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Intervista a Umberto Santino, Presidente del Centro Impastato

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