Intervista a Umberto Santino

Uno scambio col presidente del Centro Impastato

foto tratte dal sito del Centro Siciliano di Documentazione Giuseppe Impastato
maggio 2002
a cura di Marco Ciriello

Umberto Santino, ha uno sguardo fiero che intimorisce e parole per tutto. Capelli e baffi biondi ereditati dalla madre, che lo separano dallo stereotipo del siciliano, ma anche un'ironia tagliente che sottolinea la sua intelligenza. Ha un linguaggio secco e coraggioso, è uno dei maggiori storici europei del fenomeno mafioso, della società mafiosa, ma è anche capace di azioni concrete, non sta fermo un secondo. È tra gli organizzatori della tre giorni di Cinisi. Nello stesso giorno relaziona e presiede due forum, uno sui crimini della globalizzazione e uno sul delitto Impastato e il depistaggio di Stato, poi assiste e commenta alla proiezioni di filmati sugli scontri del G8 con Lumia (ex presidente della commissione antimafia). Ha scritto numerosi saggi per raccontare la mafia, è stato al fianco di Chinnici, ha aiutato la famiglia Impastato nel logorante impegno processuale alla ricerca della verità. Non ha fatto mai tacere la propria coscienza polemizzando con il Pci prima e Orlando dopo, sul modo di condurre la politica antimafia. Santino è memoria e innovazione politica fin dal 1977, anno nel quale fonda con la moglie Anna Puglisi il centro siciliano di documentazione. Lo abbiamo intervistato.

In questi giorni si parla da più parti di un patto tra Stato e mafia, che ne pensa?
Stiamo attenti, il rapporto mafia politica è vecchio quanto la mafia e quanto lo Stato unitario, non ci sono novità se non nel senso del peggioramento, perché il governo Berlusconi per l'ipotesi analitica a cui lavoro, è un governo che legalizza l'illegalità.

Facciamo un esempio concreto…
Andreotti uno dei personaggi politici più discussi della prima Repubblica, incriminato per reati gravissimi: associazione mafiosa neppure concorso, e omicidio si è presentato regolarmente alle udienze perché riconosce la legittimità del potere giudiziario, si è difeso nel processo. Previti e Berlusconi contestano la legittimità del potere giudiziario, quando il potere giudiziario si permette di indagare sui potenti. Qua siamo di fronte ad un salto di qualità. Altro che patto con lo Stato, siamo nel contesto più favorevole che mai ci sia stato dall'unità d'Italia ad oggi, per l'ospitalità nei confronti del fenomeno mafioso. Perché c'è una cultura comune che è la cultura della competizione ad ogni costo, la cultura dell'illegalità ad ogni costo. E questa illegalità è funzionale sia al modello istituzionale, sia al modello di accumulazione di sviluppo.

Parliamo del modello istituzionale del governo Berlusconi?

Il modello istituzionale del governo Berlusconi si fonda sul rafforzamento dell'esecutivo, gestito con piglio padronale più che manageriale, sull'asservimento del legislativo, e sull'abolizione o fortissima riduzione dell'indipendenza della magistratura. Questo è il modello istituzionale, che è appunto un modello di legalizzazione dell'illegalità.

E il modello di accumulazione di sviluppo?

È legato sull'incremento dei capitali, quindi il rientro dei capitali dall'estero, che viene facilitato, quindi chi entra entra purché rientrino questi capitali e il rilancio delle opere pubbliche da far in gran fretta abolendo o riducendo fortissimamente i controlli di legalità.

Quindi, altro che patto tra Stato e mafia?

Certo, il patto c'era ai tempi del grande movimento contadino, quello dei fasci siciliani, per reprimere il movimento contadino, per reprimere la conflittualità sociale quando non era più gestibile attraverso la politica, si ricorreva alla violenza mafiosa. Basta pensare ai 108 morti in un anno 1893-1894, contro i fasci siciliani, sparavano i mafiosi e i soldati inviati da Crispi. La storia del movimento contadino è stata una storia di martirio. Il patto c'è stato sempre, adesso c'è, ripeto, il contesto più favorevole, di quanto sia stato negli anni del potere democristiano nei confronti del potere mafioso.

Torniamo alle opere pubbliche, visto che si parla di una modifica della legge sugli appalti…
Certo questo è un nodo importante, gli appalti sono fondamentali e vanno gestiti in gran fretta. Le dico di più, noi abbiamo una legge regionale che permette ribassi scandalosi dell'ordine dello 0,9% dell'ordine dell'1%. Questo vuol dire costi altissimi per i lavori, quindi maggiore spesa per lo stato e maggiori guadagni per le imprese.

Spostiamoci un momento, in questi giorni ad Agrigento ci sono blocchi stradali e proteste per la carenza d'acqua, come è possibile che ancora oggi si presenti questo problema?
Certo questo è un antico problema. Me ne sono occupato, questo è uno dei terreni dove la mafia ha esercitato il suo dominio, storicamente. Dal 1870, la prima guerra di mafia quella tra Giardinieri e gli Stoppaglieri di Monreale nasce per il controllo dell'acqua.

E oggi?

I dati dicono che la situazione per quanto riguarda la desertificazione non sarebbe così catastrofica, tutto sommato piove ancora, e i quantitativi di acqua sarebbero bastevoli, per quanto riguarda il fabbisogno agricolo industriale e urbano. Il fatto è che la mafia ha inventato l'uso privato della risorsa, e tutto questo ci ha condotto alla multinazionale che privatizza e mercifica quello che dovrebbe essere una risorsa, che dovrebbe essere un bene pubblico. In Sicilia abbiamo la polverizzazione delle responsabilità in modo da ottenere il gioco dello scaricabarile chi è il responsabile? Quando ci sono vari enti regionali, vari consorzi? Su tutto questo la mafia ha giocato, ricattando e arricchendosi.

Torniamo a Cinisi, l'impressione è che l'insegnamento, il linguaggio di Peppino Impastato facciano presa fuori, e non nel suo paese, non in questi posti?

Intanto è bene dire, non è il suo caso, ma l'Unità diceva che il centro di documentazione era a Cinisi, il centro è a Palermo. L'ho fondato nel 1977 e poi successivamente lo abbiamo dedicato a Peppino. Io ricordo che il giorno dopo l'omicidio ho fatto un comizio su richiesta dei compagni, abbiamo fatto i nomi dei mafiosi, abbiamo detto fin dall'inizio che si trattava di un delitto di mafia, e c'erano tutte le finestre chiuse. Mentre Cinisi, pochi anni fa, era presente in massa, c'erano più di 500 persone ai funerali di Giuseppe Di Maggio, figlio del boss.

Cinisi era e rimane un paese di mafia?

Certo. Ha il consiglio comunale sciolto per infiltrazione mafiosa. Molti compagni di Peppino hanno scelto altre strade. È rimasta accesa questa testimonianza della madre di Peppino, del fratello Giovanni e della moglie Felicetta. Il centro ha promosso molte iniziative, ma non possiamo paracadutarci e sostituirci ai cittadini di Cinisi. L'importante è che adesso anche attraverso le attività del forum sociale nasca una aggregazione consistente e continuativa che dovrebbe riprendere le linee con cui lavorava Peppino Impastato.

Ci racconta il lavoro di Impastato?

Peppino la mafia non l'aveva a cento passi, è un titolo ridicolo. Peppino la mafia l'aveva in casa, e infatti il libro che abbiamo fatto Anna Puglisi e io con la madre si chiama "la mafia in casa mia". La tragedia di Peppino sta nell'avere il padre mafioso, gli zii mafiosi, motivi che lo hanno tagliato in due. Questo è uno dei motivi per cui gli abbiamo dedicato il centro studi e documentazione (nato prima, ndr). L'altro motivo è la complessità del suo modo di analizzare la mafia, di praticare l'antimafia unendo le attività classiche del movimento operaio e contadino, le occupazione delle terre i cortei i comizi, con la satira, la comunicazione con un nuovo linguaggio, il circolo musica e cultura, la radio.

E lo scopo del forum che nasce oggi?

Riprendere questi esempi di Peppino, nell'attuale contesto, unendo gli spezzoni del movimento antimafia, che è in crisi, con il movimento no-global che invece è un movimento che cresce e che anche in Sicilia ha una sua consistenza. Ci sembra una operazione praticabile che può coinvolgere molti giovani, creando una nuova generazione pronta ad opporsi alla mafia.
 
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