 |
 |
 |
 |
 |
Intervista
al sostituto procuratore di Palermo Maurizio De
Lucia
Palermo, 35 arresti per estorsioni a commercianti.
“Cosa nostra sopravvive anche nei momenti
di crisi perché ha una struttura e delle
regole che continua a conservare” |
dicembre 2004
di Maria Mazzei |
 |
|
 |
 |
Cosa nostra sopravvive anche nei momenti
di crisi perché ha una struttura
e delle regole che continua a conservare,
tra queste anche quelle della ripartizione
dei profitti delle estorsioni. Anche
questo dato ne dimostra l’unitarietà. |
 |
 |
La criminalità mafiosa padrona
non solo per le strade di Napoli o Bari dove
i killer sparano in centro e in pieno giorno.
A Palermo, i boss mafiosi continuano in modo
sommerso a pressare i commercianti di Palermo,
obbligandoli a pagare il "pizzo"
alle cosche. E' quanto emerge dall'inchiesta
coordinata dai pm della Direzione distrettuale
antimafia che hanno chiesto ed ottenuto l'arresto
di 35 persone. L'operazione ha messo in luce
tantissimi episodi di estorsione di cui sono
vittime i titolari di negozi del centro della
città, molti dei quali famosi, che
però non hanno collaborato alle indagini,
trincerandosi nel silenzio.
I provvedimenti sono stati emessi dal gip
Pasqua Seminara, su richiesta dei sostituti
Maurizio De Lucia e Nino Di Matteo. Le accuse
contestate a vario titolo sono quelle di associazione
mafiosa, estorsioni e riciclaggio.
A capo dell' organizzazione che avrebbe gestito
il riciclaggio e le estorsioni a Palermo c'
è Cosimo Vernengo originario di Avola,
arrestato insieme agli altri 34 mafiosi dal
Gico della Guardia di Finanza. L' inchiesta
ha portato, inoltre, alla scoperta del canale
di riciclaggio adoperato dai boss: secondo
gli inquirenti, infatti, i boss avrebbero
utilizzato diverse case da gioco clandestine,
che sono state scoperte a Palermo, per ripulire
somme di denaro di provenienza illecita. Un
altro canale di riciclaggio, sostengono gli
inquirenti, sarebbe quello delle sale Bingo
in cui i boss, attraverro prestanomi, sarebbero
entrati in società.
Dott. De Lucia, qualche particolare tecnico
sull'operazione?
L’operazione ha coinvolto esponenti
della famiglia di Santa Maria del Gesù,
famiglia storica di Cosa nostra: su questo
era incentrata l’indagine. Sono emersi
anche elementi di accusa nei confronti di
esponenti della famiglia di Porta Nuova e
del mandamento di Pagliarelli. Dall'indagine
emerge un altro dato importante: oltre all'interesse
verso il "pizzo" dell'organizzazione
mafiosa abbiamo osservato uno spiccato interesse
delle cosche anche per una gestione "industriale"
del gioco, sia il gioco clandestino sia quello
amministrato dallo Stato, come le sale Bingo.
Quali gli strumenti utilizzati in
questa indagine? Si è parlato di 200mila
ore di registrazione.
Sì, intercettazioni ambientali principalmente
e poi attività per così dire
tradizionali, che sono parimenti indispensabili
perché è indispensabile la conoscenza
da parte delle forze di polizia del territorio
e degli uomini. La lotta contro Cosa nostra
e contro la mafia non si fa ne si può
fare con un solo processo; essa si realizza
attraveso tanti processi contro lo stesso
fenomeno. Tutte le indagini e le conoscenze
del passato vengono allora riutilizzate per
vedere se ci sono elementi che possono corroborare
le indagini più recenti. E così
è stato fatto anche questa volta.
L’ultima sua affermazione ci
fa tornare alla mente una battaglia storica
della magistratura sulla possibilità
di considerare Cosa nostra un fenomeno criminale
unitario e non una pluralità di singoli
eventi indipendenti tra loro.
Sì, questo fu il grande sforzo, soprattutto
culturale, che fece il pool di Giovanni Falcone.
Per fortuna oggi nessuno nega più,
come pure avvenne in passato, il carattere
unitario di Cosa nostra. A titolo esemplificativo,
abbiamo fenomeni estorsivi posti in essere
in un territorio, ad esempio di Porta Nuova,
dove a riscuotere sono mafiosi appartenenti
ad un’altra famiglia, nel caso quella
di Santa Maria del Gesù; ma poi i soldi,
come da regole di Cosa nostra, vanno nelle
casse della famiglia nel cui territorio c’è
l’attività. Cosa nostra sopravvive
anche nei momenti di crisi perché ha
una struttura e delle regole che continua
a conservare, tra queste anche quelle della
ripartizione dei profitti delle estorsioni.
Anche questo dato ne dimostra l’unitarietà.
Unitarietà? E allora l’affermazione
del procuratore Grasso per il quale in questo
momento non esiste un organismo di vertice?
Le due cose non sono in contraddizione. Intanto
non esiste un organismo di vertice ma esiste
un vertice. Nel senso che ci sono alcuni uomini
d’onore di particolarissimo rilievo
- primo fra tutti Bernardo Provenzano - che
gestiscono le linee strategiche dell’organizzazione.
Dopo di che è vero che non siamo in
grado oggi di dire se esiste la Commissione,
ma anche a prescindere da una struttura centrale
o unitaria esiste e sopravvive la struttura
e l’organizzazione: tutti coloro che
ne fanno parte ne rispettano le regole, conoscono
i termini in cui agire, le modalità
in cui agire e soprattutto questa situazione
è avvertita dalle vittime, cioè
i commercianti. Bisogna stare molto attenti,
perché da una parte l’organizzazione
è elastica capace di adattarsi alla
reazione anche forte che lo Stato pratica
nei suoi confronti, dall’altra alcune
regole fondamentali - la ripartizione territoriale,
l’individuazione di uomini d’onore
di maggiore prestigio - rimangono inalterate.
E questa è la forza dell’organizzazione.
Per cui nel momento in cui Cosa nostra supera
la crisi, se noi non riusciamo a continuare
a reprimerla ce la ritroveremo forte come
prima.
Conferma però una sorta di
situazione di crisi, forse rispetto ad alcuni
anni fa?
Noi abbiamo avuto una Cosa nostra fortissima
tra i primi anni Ottanta e l’inizio
degli anni Novanta, la cui forza è
stata dirompente. Poi c‚è una
reazione, forse unica, dello Stato in questo
dopo-guerra che disarticola Cosa nostra perché
vengono arrestati quasi tutti i vertici; ma
l’organizzazione sopravvive a se stessa.
E questo perché essa ha una struttura
assolutamente valida ed efficace sul territorio.
Solo con l’indagine di oggi noi disveliamo
24 episodi di estorsione, ma ce ne sono molti
di più. Un mese fa, con un‚operazione
nel comune di Partinico noi abbiamo scoperto
un’altra realtà analoga.
Cosa pensa - da inquirente - di un’eventuale
modifica legislativa tesa a punire il commerciante
che, colto a pagare il pizzo, non denuncia
il proprio estortore all’autorità
giudiziaria?
Non sono d’accordo, già le attuali
leggi ci impongono di incriminare il commerciante
che di fronte a prove acquisite nega di aver
pagato perché commette il reato di
favoreggiamento, un reato su cui esiste una
giurisprudenza consolidata che ci impone l’incriminazione,
perché l'azione giudiziaria è
obbligatoria. Ed è anche giusto forse
sul piano etico, perché a fronte di
una moltitudine che nega, poi ci sono i pochi
che talvolta l’estorsione la ammettono,
e a volte la denunciano spontaneamente, questi
non possono essere messi sullo stesso piano.
Io comunque penserei più a forme di
incentivazione per quelli che denunciano piuttosto
che a forme di repressione nei confronti di
quelli che non denunciano, ad esempio nell’aggiudicazione
degli appalti pubblici. Qualcuno dice che
favorire chi denuncia altererebbe il mercato,
io dico invece che il mercato è alterato
dall’organizzazione criminale. Chi invece
denunciando acquisisce punti per poter partecipare
ad appalti pubblici riequibra il mercato,
non lo altera. Io alle punizione credo poco:
il fenomeno mafioso è anche sociale.
E lo si sconfigge nel momento in cui la pluralità
dei commercianti denuncia.
Alcuni dei nomi degli arrestati di
sembrano presi dalle cronache del passato,
allora non è cambiato nulla?
Su questo non c’è dubbio, ma
questo lo sappiamo dai tempi di Falcone. Dall’organizzazione
si esce o perché si inizia a collaborare
o perché si viene uccisi, non c’è
alcuna altra motivazione. Anche se uno viene
arrestato, processato, condannato, poi torna
a fare il mestiere di sempre, a meno che non
abbia fatto la scelta radicale di collaborare
con la giustizia.
Con più strumenti operativi
si potrebbe fare di più? La struttura
della procura di Palermo è stata in
quelche modo depotenziata dai tagli di spesa?
Non depotenziata, ma certamente neanche potenziata.
Sulle strutture ed i mezzi che il Ministero
della Giustizia dovrebbe fornirci per dettato
costituzionale preferirei però non
aggiungere altro.
Qual è la reazione della cittadinanza
e soprattutto degli operatori economici a
queste operazioni antimafia?
I magistrati fanno il loro lavoro a prescindere
dalle reazioni positive o negative dell'opinione
pubblica. Ciò detto, se c’è
il sostegno della cittadinanza è senz'altro
meglio.
Contatti con altre organizzazioni mafiose
italiane o straniere?
Certamente, ad esempio nel traffico internazionale
di stupefacenti Cosa nostra crea delle join
venture con la ‘ndrangheta o con i cartelli
colombiani, come nel passato.
Quali le attività principali e quale
la disponibilità di armi dei clan?
Il mercato delle armi è florido, non
c’è difficoltà a reperire
armi. L’ultimo figlio di Riina, Giuseppe,
in un intercettazione telefonica spiegava
con chiarezza il costo di alcuni lanciamissili
che voleva acquistare. Non è difficile
per i mafiosi acquistare sui mercati internazionali
qualsiasi tipo di arma.  |
|
|
 |
|
 |
|
|
 |
|
 |
 |
 |
Beni
confiscati
la realtà di chi lavora sulla confisca e il riutilizzo
dei beni appartenuti alla mafia |
 |
 |
Storia
e Memoria
Eventi recenti e meno recenti, persone che non possono essere
dimenticate |
 |
 |
Testimoni
Persone che hanno affrontato le mafie a viso aperto |
 |
 |
Cittadini
attivi
Il problema delle mafie affrontato quotidianamente |
 |
 |
Cultura
Storici, giornalisti, scrittori, punti di vista a confronto
con le mafie |
| |
|
|
|