Noi, ex professionisti dell’antimafia

intervista di Saverio Lodato a Paolo Borsellino pubblicata il 13 agosto 1991 sull' Unità.
maggio 2002
a cura di Enrico Natoli e Maria Mazzei

Spesso la cronaca è impietosa, cattiva, travolge tutto, costringe a liquidare in pochissime battute analisi, temi di ampio spessore, riduce la diversità di opinioni a un immediato, quanto generico e gratuito, due più due fa quattro. Schematizza, avendo la pretesa di assecondare quello che si presume sia volta per volta il punto di vista del lettore. Spesso cioè non si va per il sottile, il micidiale rullo compressore della notizia (e si sa che in questo mestiere la notizia è – o almeno dovrebbe essere – sacra) cancella al suo passaggio le sfumature, i precedenti storici, giudizi già consolidati. Col risultato di ridurre il fatto del giorno a un presente senza storia, squadrato con l’accetta, e dunque immensamente impoverito.

E per quanti si occupavano di mafia e di antimafia (e non solo giornalisti) il fatto del giorno, in quel lontano 10 gennaio ’87, diventò immediatamente quel lungo articolo che Leonardo Sciascia pubblicò sul Corriere della Sera. Quel testo apriva, infatti, inconsapevolmente, ben al di là (come vedremo) delle reali intenzioni del suo autore, le violentissime polemiche contro i professionisti dell’antimafia.Caso volle che la scelta di quella data non fosse delle più felici. Il maxiprocesso era già cominciato da un anno. E stava già scemando, potremmo dire, passata l’ubriacatura di molti osservatori certissimi che le confessioni di Buscetta avrebbero sgominato per sempre Cosa Nostra.

Quell’articolo cadde in un momento in cui la curva dell’antimafia iniziava a farsi discendente, per precipitare poi negli anni successivi. E Sciascia indicava in Paolo Borsellino promosso dal Csm per “meriti antimafia” e in un “sindaco che per sentimenti o per calcolo comincia a esibirsi...” due semplificazioni visibili a tutti dell’ “antimafia come strumento di potere”. Pericolo che lo scrittore avvertiva sensibilissimo. Semplificazioni visibili a tutti perchè – come molti ricorderanno – a quella data Paolo Borsellino e Leoluca Orlando erano già Borsellino e Orlando. Colpiva, faceva male che il fatto che Sciascia che tanto aveva contribuito nel trentennio precedente a denunciare la mafia e i suoi orrori, facendola conoscere al mondo attraverso romanzi in cui ogni riferimento a fatti e persone di Sicilia era tutt’altro che casuale, all’improvviso prendeva di petto due esponenti di primo piano di una stagione finalmente diversa. Una stagione che vedeva giudici e uomini politici siciliani, per la prima volta, nel ruolo di un convoglio antimafioso. L’impressione fu questa. Ma come accade in questi casi una parola tirò l’altra, e qualcuna se ne disse di troppo.

Oggi, a quasi due anni dalla scomparsa di Sciascia, in presenza di un maxiprocesso finito a coda di topo (in carcere non c’è più nessuno), all’indomani dello spappolamento del pool antimafia, e mentre – purtroppo – mafie varie continuano a eliminare giudici scomodi, abbiamno pensato che fosse giusto ritornare su quelle polemiche. Ritornarci giornalisticamente, si intende, ma senza più l’assillo del “fatto del giorno”. Quasi a freddo, ma con la consapevolezza che tanti interrogativi di allora siano rimasti ancora aperti e che valga davvero la pena discuterne. C’è una vena di rimpianto: se Sciascia ci fosse ancora chissà quali stimoli e quali arricchimenti avrebbe offerto a questa discussione...

Per cominciare, siamo andati a trovare proprio lui, Paolo Borsellino, oggi procuratore capo di Marsala. La sua nomina a quell’incarico (nel gennaio ’87) rappresentò il cerino che diede il via alla polveriera.
Sì. Io ero uno dei professionisti dell’antimafia. L’altro, in campo politico, era Orlando. Successivamente Sciascia, quantomeno con riferimento ai professionisti dell’antimafia in campo professionale, ritengo che abbia cambiato profondamente idea. C’è un’intervista poco conosciuta che Sciascia rilasciò al mensile palermitano Segno – credo nell’89 – in cui sosteneva che le sue idee espresse nell’articolo del Corriere della Sera, e in quelli successivi sull’onda della polemica innnescata dal comunicato del coordinamento antimafia (definì Sciascia un quaquaraquà, ndr) erano state parecchio travisate. Sinceramente debbo dire che non fui mai tanto convinto che le sue idee fossero state travisate, però ritengo che lui in seguito ebbe un ulteriore momento di riflessione. E soprattutto con riferimento ai professionisti antimafia in magistratura, cambiò profondamente idea. In quell’intervista a Segno sostenne a spada tratta di non essere stato capito a suo tempo quasi da nessuno. E diede merito a me – a suo giudizio: uno dei pochissimi – di averlo invece capito. Non aveva inteso indicare magistrati, ma aveva inteso criticare un certo metodo di comportamento del Consiglio superiore. A voler essere leali il senso dell’articolo sul Corriere era ben altro.

Attaccava lei?

No. Non attaccava me. Mi citava come esempio di magistrati che facendo antimafia facevano carriera. Poi Sciascia, rimeditando sulla faccenda, convenne sul fatto che in magistratura con l’antimafia non aveva mai fatto carriera nessuno. Nè tantomeno l’avevo fatta io. Sono estremamente convinto della sua buona fede, e del fatto che lui abbia rimediato, arrivando ad altre conclusioni, anche perchè fu lui a dirmelo personalmente in un paio di incontri che abbiamo avuto, e in un paio di lettere che mi ha scritto.

Un momento. Questa è una novità: incontri, lettere, fra lei e Sciascia?
Prima gli incontri.

Ero stato appena nominato procuratore a Marsala. E gli incontri avvennero uno a Gibellina, l’altro a Marsala. Era il gennaio 1988, un anno dopo la pubblicazione dell’articolo. Gibellina: fu in occasione del ventennale del terremoto del Belice. Incontro casuale, lui era relatore ufficiale in quella manifestazione. Io che c’entravo? Gibellina intanto era nella giurisdizione del Tribunale di Marsala. Ed è chiaro che intervenni come “autorità”... Sciascia in quell’occasione, lui, di sua iniziativa, mi ha avvicinato, mi ha detto...

Vi conoscevate?

Mai visti: ci conoscevamo nel senso che io sapevo benissimo chi era Sciascdia, ci siamo incontrati... e Sciascia iniziò un discorso dicendo di questo suo articolo sul Corriere della Sera, e mi disse che era stato travisato, strumentalizzato in malafede da molti, mentre in realtà lui aveva inteso dire tutt’altro, e che assolutamente non aveva inteso indicarmi come esempio di professionista dell’antimafia. Aveva invece inteso indicare il Consiglio superiore della magistratura come esempio di autorità amministrativa che non aveva il coraggio di darsi certe regole e di decidere in conformità alle stesse. Cioè: ricordo che lui insisteva che il Csm si era data la regola dell’anzianità per gli incarichi direttivi.

Non osava cambiarla perchè questo disturbava il corporativismo diffuso fra i magistrati e per riuscire a nominare in taluni posti taluni che non corrispondevano a questo modello di regola faceva i salti mortali... Mentre invece sarebbe stato più onesto se il Csm avesse avuto il coraggio di cambiare le regole. In sostanza la posizione di Sciascia era questa: se voi ritenete che il criterio dell’anzianità non è un criterio valido, che vi può portare a fare scelte sbagliate, cambiatele queste maledette regole, abbiate il coraggio di cambiarle... A Gibellina fu uno scambio di battute, in mezzo alla gente. Cosa risposi a Sciascia? Quello che le dico ora io: su questa osservazione di Sciascia, su questa mancanza di coraggio, o di capacità del Consiglio superiore della magistratura di darsi nuove regole in materia, e di agire in conformità, concordo perfettamente.

Ma lei oggi è procuratore a Marsala. Stiamo parlando anche di questo.

So bene che la mia nomina fu motivata arrampicandosi sugli specchi. Naturalmente non ritengo allora, nè ritengo ora, che Sciascia, nel suo articolo originario avesse voluto dir questo... Confesso che non glielo feci rilevare: io ebbi l’impressione che Sciascia, nel dirmi quello che mi disse, fosse profondamente imbarazzato nei miei confronti anche se mi parlava sinceramente riferendomi quella che era la sua opinione in quel momento del nostro incontro. A mio parere perchè lui sapeva che nell’articolo originario del Corriere aveva invece detto cose diverse. Bisogna riconoscere a tutti il diritto di cambiare opinione.

Comunque questi concetti me li ribadì, ribadendo che ce l’aveva con il Csm, a Marsala, in presenza del collega Alcamo... A Marsala, infatti, il nostro non fu un incontro a due, fu un incontro a tre. Ci incontrammo io, Sciascia, io e il collega Alcamo, lo stesso che avevo scavalcato con la mia promozione. Beh, non fu un pranzo organizzato; anche per l’occasione fummo invitati per presenziare alle manifestazioni promosse dall’Ente Teatro Mediterraneo.

Il giudice Alcamo, contrariamente a quanto molti possono pensare, ha avuto con me sempre rapporti che definire ottimali è già poco: la polemica non ha lasciato nessuno strascico. Quando io venni nominato procuratore capo, lui, a Marsala, era giudice, così per un paio d’anni lavorammo insieme nei rispettivi ruoli. Anche durante quel pranzo Sciascia ribadì la sua tesi che il Csm da un lato non sapeva rinunciare a certe sue regole, dall’altro aveva fatto salti mortali per lasciare fisse le regole ma nominare me che ero meno anziano. In quell’occasione volle ribadirmi che con i suoi articoli aveva inteso criticare pesantemente quelli che con l’antimafia facevano politica. In seguito avemmo anche uno scambio epistolare. Due lettere che conservo ancora...

Una me la inviò quando apprese dai giornali che stavo indagando su un barbone di Marsala, di nome Tommaso... che teoricamente, in un primo momento, avrebbe potuto essere il fisico Ettore Majorana e sulla cui scomparsa Sciascia aveva a lungo scritto... Espresse il suo punto di vista letterario e mi fece osservare che quel barbone gli sembrava assomigliasse di più a un personaggio di Conrad mentre Majorana gli sembrava più un personaggio venuto fuori dalla fantasia di Pirandello...

Contemporaneamente, quando ricevetti quella lettera giungevo da un punto di vista giudiziario alle stesse conclusioni: acquisii la prova provata che quel barbone non poteva essere Majorana. Scoprii che quel barbone di Marsala era stato arrestato nel 1938, prima della scomparsa di Majorana e dunque non poteva essere lui... Risposi a Sciascia dicendogli che ero giunto alle sue stesse conclusioni anche se in maniera molto più pedestre... Un’altra lettera me la inviò perchè nell’ultimo periodo della sua vita aveva intenzione di scrivere un libro su un mafioso che, partito dalla Sicilia negli anni ’20, aveva fatto “fortuna” in America. Sciascia era interessato a un processo che si era tenuto a Trapani in quegli anni, collegato a quella vicenda, e mi chiese di trovargli gli atti. Li cercai affannosamente nell’Archivio di Stato a Trapani ma non trovai nulla: la conservazione del materiale documentale in Italia è quella che è. Il tutto avveniva fra noi, ormai, in un’atmosfera di cordialità e di vera amicizia...

Fermiamoci un attimo. Torniamo ancora allo Sciascia che solleva pesantemente una questione comunque molto interna alla magistratura, che presupponeva una conoscenza approfondita di documenti del Csm. A suo giudizio, qualcuno richiamò intenzionalmente l’attenzione dello scrittore sulla sua nomina a procuratore di Marsala?

Intanto, a mio parere, Sciascia era molto preoccupato di un fenomeno che io quel momento si era verificato. L’antimafia era qualcosa che politicamente rendeva, e conseguentemente, accanto a coloro che cavalcavano quella tigre perchè ci credevano c’erano anche molte persone che la cavalcavano per tornaconto individuale. Lui intese indicare questo fenomeno all’opinione pubblica come esecrabile. Il suo intervento ebbe quantomeno il merito di stroncare molte carriere di politici che stavano salendo su quel carro con troppa disinvoltura. Se Sciascia indicò insieme a questi protagonisti politici anche dei magistrati, ciò significa che probabilmente il suggerimento ci fu. Non so da parte di chi.

Ma so bene che all’interno della magistratura l’emergere di un gruppo di magistrati antimafia, che si erano cioè occupati sembra di questo tipo di indagini, aveva creato delle resistenze. A qualcuno non andava giù. Sono quelle stesse resistenze di cui c’è traccia nel diario di Rocco Chinnici: quando parla dell’atmosfera di ostilità che avvertì non appena iniziò ad occuparsi di mafia. E quelle resistenze non nascevano tanto da mancanza di sensibilità antimafia o addirittura dall’esistenza in magistratura di una sensibilità mafiosa. Ma dall’esistenza di una chiusura corporativa di una parte della magistratura che riteneva di finire in ombra proprio a causa dei professionisti dell’antimafia.

Se qualcuno volle imboccare Sciascia, se qualcuno volle dargli un suggerimento mettendogli in mano il bollettino del Csm, va ricercato proprio in quell’ambiente.

L’ “anzianità” oggi. Lei, dottor Borsellino, che ne farebbe?

Questo criterio, lo rimuoverei al più presto, sapendo bene che in magistratura è stato sempre un totem, un qualcosa che alla fine tutela tutti. E’ per questo che ogni volta che qualcuno solleva il problema, compresa l’Associazione magistrati, sono in molti a insorgere... Ma il fatto è che su questo aspetto di sostanza Sciascia aveva visto giusto. (...)
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