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Csm
Plenum 19 gennaio 1988 Trascrizione
della seduta
Nomina di Antonino Meli a Consigliere Istruttore
del tribunale di Palermo
Una delle "sconfitte" di Giovanni Falcone
in vita, quando ancora aveva molti avversari, se
non nemici, prontamente dileguatisi dopo la sua
morte per passare nella schiera degli amici. Qui
il Consiglio Superiore della Magistratura si riunisce
per nominare il nuovo consigliere istruttore a Palermo.
La nomina di Meli, preferito a Falcone per il criterio
di anzianità, è un altro colpo al
pool antimafia progettato da Caponnetto e Chinnici. |
maggio 2002
a cura di Enrico Natoli e Maria Mazzei
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Cesare Mirabelli
(vicepresidente Csm)
Il consiglio passa allesame della seguente
proposta della Commissione per il conferimento degli
uffici direttivi concernente il conferimento direttivo
di consigliere istruttore presso il tribunale di
Palermo.
La Commissione per il conferimento degli uffici
direttivi, esaminate le domande per il posto di
epigrafe, rileva in primis che i dottori Elio Spallitta
e Pietro Giammanco sono stati, nelle more della
procedura, trasferiti su istanza e con delibera
13 dicembre 1987 alla procura della repubblica di
Palermo con funzione, entrambi, di procuratore aggiunto.
Ritiene, quindi, che allesito della relazione
che qui tutta si richiama e della
valutazione comparativa degli aspiranti (dottori
Antonino Meli, Giovanni Nasca, Rosario Gino,
Marco Antonio Motisi, Giovanni Pilato e Giovanni
Falcone), nella contemperata applicazione dei
criteri contemplati dalla legge, prima ancora
che dalla circolare, - dellanzianità,
delle attitudini e del merito opportunamente
integrati tra loro sia ineludibile
la prioritaria considerazione in favore del dott.
Antonino Meli, il quale adeguatamente coniuga alla
maggiore anzianità di ruolo, un quadro professionale
più che apprezzabile sui profili attitudinali
e di merito e, conclusivamente, del tutto tranquillamente
circa la sua piena idoneità alla reggenza
di un ufficio direttivo di tanta delicatezza e importanza.
La titolarità di questultimo postula,
certo, lassolvimento di compiti direttivi
e organizzativi che si caricano (alla luce delle
emrgenze specifiche della repressione dei delitti
perpetrati dalla criminalità organizzata
mafiosa) di valenze e impegni particolarissimi;
la ricerca, che ne consegue, di un adeguato tasso
attitudinale non può, a questo punto, prescindere
dal possesso da parte dellaspirante di unapprezzabile
concreta conoscenza di quella peculiare problematica;
ciò, daltra parte, in piena coerenza
con i già richiamati criteri di legge e di
circolare, giacchè anche la normativa consiliare
sottace il recepimento del principio della concorsualità
concreta (connotato essenzialmente dal rilievo che
in esso assume rilevanza la idoneità
professionale a un posto determinato, non solo per
il tipo di funzione che a questo esprime, ma anche
per le peculiarità ambientali che possono
caratterizzarlo).
Tuttavia, la giusta rilevanza del dato attitudinale
e la sua lettura secondo i criteri ampi che precedono,
non può trasmodare in una sopravvalutazione
a schiacciamento di questo requisito
sugli altri (anzianità e merito), che debbono
ex lege concorrere nella valutazione complessiva
e armonicamente coordinarsi nella individuazione
del cosiddetto uomo giusto al posto giusto.
Luomo giusto non è,
pertanto, quegli che si prospetta, in ipotesi, preliminarmente
il più idoneo alla copertura di un determinato
posto, volta per volta oggetto di concorso, nel
quale le qualità professionali vengono commisurate
anche alle specificità ambientali, ma, innanzitutto,
quello scelto con criteri giusti, e
cioè legittimi.
Non è chi non veda come solo per tali profili
lorgano di governo autonomo possa dar luogo,
in un settore così delicato ed essenziale
delle sue attribuzioni tipiche, a un corretto esercizio
dei suoi poteri discrezionali tale da rafforzarne
la credibilità allinterno come allesterno
della istituzione giudiziaria; come, daltra
parte, poco valga invocare la peculiarissima necessità
di tutela degli spazi di legalità in aree
geografiche e sociali di particolare compromissione,
giacchè la legalità va salvaguardata,
innanzitutto e come essenziale momento propedeutico,
assicurando la coerenza delloperato dellorgano
amministrativo ai criteri di legge nel momento della
scelta, coerenza della quale il consiglio non può
spogliarsi, cedendo a moti emozionali ovvero alla
opinione del cosiddetto uomo della strada
(fattore questo, ove esista, rispettabile quanto
estraneo, allo Stato, alla legge e alla circolare).
Su tali premesse, e ritornando sui binari della
valutazione comparativa de qua, va ribadito che
il dott. Meli per il suo curriculum professionale
si prospetta più che adeguato ai delicati
compiti già accennati, secondo le emergenze
oggettive del suo fascicolo, rappresentate dai vari
pareri redatti in occasione delle fasi di progressione
in carriera. Questi, che ebbe a esercitare nel sia
pur lontano periodo marzo 1950/aprile 1951 anche
funzioni di sostituto procuratore presso la procura
di Varese, - tra laltro molto encomiabilmente,
secondo gli attestati, - ha poi svolto funzioni
di pretore e giudice a Varese, pretore a Trapani
e a Palermo, giudice del tribunale di Palermo (dal
27 maggio 1964 al 12 luglio 1970), presidente di
sezione del tribunale di Caltanissetta dal 13 luglio
1970 e, infine in atto, presidente di sezione della
Corte di appello di Caltanissetta dal 20 maggio
1985.
Focalizzandosi, in particolare, lattenzione
sullultimo ventennio, emerge che il presidente
del tribunale di Palermo, in relazione alle funzioni
assolte dal Meli in quellufficio come addetto
alle sezioni penali, attesta aver lo stesso
svolto considerevole attività con particolare
impegno, notevole capacità e non comune senso
di responsabilità e vivo attaccamento al
dovere, provvedendo alla stesura di numerose
sentenze, anche in processi gravi e complessi.
Tali sue capacità di magistrato versato ed
esperto, in particolare nella materia penale, si
articolavano e arricchivano con la successiva esperienza
di presidente di sezione del tribunale di Caltanissetta,
nella quale, come riferito, mostrava grandissime
capacità, affrontando con sicurezza e prestigio
i processi più complessi e difficili,
in particolare dirigendo il dibattimento con
grande prestigio, dignità, serenità,
diligenza e zelo, e provvedendo, personalmente,
alla redazione delle sentenze dei processi
più complessi.
Appare, pertanto, innegabile una lunga e preziosa
esperienza, nel Meli, di organizzazione e direzione
dellistruttoria dibattimentale (nelle funzioni
per molto tempo espletate di presidente della Corte
di assise di primo grado per oltre dieci
anni e poi di appello) anche in relazione
a processi di grande rilievo, quale, ad esempio,
quello relativo allassassinio del dott. Rocco
Chinnici.
Daltra parte il Meli, che ha presieduto anche
la sezione istruttoria presso la Corte di appello
di Caltanissetta dal 20 maggio 1985, ha affinato
sul campo le sue attitudini dirigenziali organizzative
mercè sia lesercizio protratto di funzioni
semidirettive, come già notato, sia lassolvimento
di compiti direttivi vicari già nel periodo
gennaio 1975/settembre 1976, in cui ebbe ad assumere
la difficile reggenza del tribunale di Caltanissetta
(carente di giudici e di funzionari di cancelleria),
e, quindi e in ultimo, di presidente della Corte
di appello nissena dal 22 giugno 1987.
A fronte di questo quadro professionale alimentato
da una notevole indiscutibile laboriosità
e di questi dati attitudinali spaccati, anche alla
luce delle specifiche esigenze ambientali e tipiche
dellufficio ad quem, e sulla premessa del
possesso sicuro, da parte del predetto, di quei
requisiti di indipendenza e refrattarietà
a ogni condizionamento coessenziali alla funzione
giudiziaria come voluta dal Costituente, deve ritenersi
che gli altri candidati sopra rassegnati siano corredati
da requisiti attitudinali e di merito, che se per
taluni di essi appaiono notevoli e in particolare,
per lultimo secondo lanzianità,
il dott. Giovanni Falcone, si prospettano notevolissimi,
per tutti non possono reputarsi tali, con riferimento
ai requisiti di legge e ai criteri ex circolare
già richiamati, da giustificare nella comparazione
specifica con il Meli, e anche in relazione alle
esigenze concrete del posto da coprire, il superamento
della maggiore anzianità, nè, comunque,
il convincimento di una idoneità specifica
tanto maggiore rispetto a quella, già lumeggiata
e ritenuta in capo al Meli.
A tale conclusione, daltronde, non può
non pervenirsi anche nel confronto specifico con
laspirante dott. Giovanni Falcone; osservandosi,
per tale particolare profilo e sulla premessa del
richiamo delle considerazioni più generali
sopra svolte, che se innegabili e particolarissimi
sono i meriti acquisiti da questo ultimo nella gestione
razionale, intelligente ed efficace animata
da una visione culturale profonda del fenomeno criminale
in oggetto e da un coraggio e da una abnegazione
a livelli elevatissimi dei compiti istruttori
attinenti ai più gravi processi per la repressione
della criminalità mafiosa (per i quali può
richiamarsi in sintesi il contenuto della comunicazione
agli atti del consigliere istruttore del 17 luglio
1987), tuttavia, queste notazioni non possono essere
invocate per determinare uno scavalco
di sedici anni circa.
Una siffatta scelta condurrebbe, secondo quanto
già evidenziato, allannullamento sostanziale
di un requisito di legge e renderebbe arbitrario,
anzi illegittimo loperato dellorgano.
Ciò tanto più ove si sia raggiunta
la tranquillante sicurezza di una incondizionata
idoneità del più anziano alla dirigenza
dellufficio in oggetto.
P.M.Q. La commissione a maggioranza (tre
voti favorevoli per il dott. Meli e due per il dott.
Falcone) propone il conferimento dellufficio
direttivo di consigliere istruttore presso il tribunale
di Palermo, a sua domanda, al dott. Antonino Meli
magistrato di Cassazione nominato alle funzioni
direttive superiori, attualmente presidente di sezione
della Corte di appello di Caltanissetta.
Umberto Marconi, relatore in commissione:
Lefficienza della giustizia, nel settore fondamentale,
anzi vitale per il paese, della repressione della
criminalità organizzata, deve alimentarsi
della forza della intera compagine giudiziaria,
vista come attivazione diffusa, volontà diffusa
di impegno, responsabile potere diffuso, ai vari
livelli.
Accentrare il tutto in figure emblematiche, pur
nobilissime, è di certo fuorviante e pericoloso.
Ciò è titolo per alimentare un distorto
protagonismo giudiziario, incentivare una non genuina
gara per incarichi giudiziari di ribalta, degradare
un così ampio impegno in una cultura da personaggio,
pericolosa tentazione in chi si sia accinto su ben
altre premesse a tanto encomiabile servizio. Si
trasmoda nel mito, si postula una infungibilità
che non risponde al reale, mortifica lordine
giudiziario nel suo complesso ed espone a gravissimi
rischi soggettivi e oggettivi chi
vi indulga.
E non è tutto: perchè ciò che
solo apparentemente si acquista per
un verso, si disperde assai più e per mille
rivoli altrove, in termini di concreta disincentivazione
dei colleghi che, umilmente e silenziosamente, ma
con notevole impegno, abnegazione e coraggio, si
accaniscono nel loro lavoro.
Ed è pensabile che questi siano a ciò
sospinti dalla ambizione per la cosiddetta carriera?
O non è il caso, piuttosto, di ritenere che
costoro, destinati a operare, a volte per decenni,
in condizioni di paurosa carenza di strutture, con
strumenti normativi inadeguati e incerti, nella
ostilità oggi cristallizzata di immensi e/o
più modesti centri di potere esterni, siano
fondamentalmente motivati dallorgoglio, dalla
onorabilità morale e professionale, dal senso
di una pubblica funzione umile quanto bella, perchè
più di ogni altra permeata di valori costituzionali
di autonomia, indipendenza, terzietà, ideale
nutrimento per le libertà fondamentali del
cittadino? Ed è a questi, e sono tanti, che
noi dobbiamo rispetto, e siamo stretti, nel nostro
specifico, a tributarlo in concreto, garantendo
legalità ed equilibrio nelle procedure tutte
di nostra spettanza, e anche in quelle di nomina
per posti direttivi, perchè si possa dire
che senza abusi, senza sussulti, senza scavalchi
(indecifrabili se non in termini di logiche di potere
e comunque extralegali) noi assicuriamo a ciascuno
il suo.
Che il giudice si occupi del suo lavoro, sicuro
che la giusta aspirazione a percorrere le tappe
della sua formazione professionale sarà esaudita
dallorgano a ciò preposto senza che
egli si turbi, senza che si veda costretto ad agire
in prevenzione per costruire, mercè una opportuna
serie di contatti con centri di potere esterni e/o
interni allordine giudiziario, le premesse
per il suo esaudimento, magari nellottica
di una sua necessitata tutela rispetto a prevedibili
concorrenti più aggressivi e competitivi.
Ed è questa una logica certo corretta, perchè
coerente alla legge e alle aspettative dei giudici,
quanto tendenzialmente inesorabile e intollerante
di eccezioni.
Leccezione in ipotesi supportata nella
più perfetta buona fede della eccezionalità,
anche oggettiva, delle circostanze esteriori, vulnera
il principio con la stessa efficacia maligna e dirompente
dellaccordo di potere; e costringe ogni volta,
secondo la mitologica immagine, a riportare il macigno
sulla china nello sforzo di Sisifo di ricostruire
la credibilità dellorgano, limmagine
di correttezza istituzionale infranta.
Ecco perchè, con sofferenza, non è
possibile anteporre lultimo aspirante nella
graduatoria di anzianità, di 16 anni professionalmente
più giovane del primo, il più annziano
e meritevole Meli, nè a questi nè
ad altri, tutti pregressi nel ruolo.
La diversa impostazione, da altri espressa, non
è daltra parte nuova nelle dialettiche
consiliari.
Questaula in certo senso ancora riecheggia
degli animati dibattiti, sia delle pregresse consiliature
che di quella odierna, relativi ai cosiddetti casi
Vigna, Gagliardi, Borsellino e altri, la cui eco
si è proiettata ben oltre, a testimonianza
della trascendenza indiscutibile dei valori in discussione,
che impongono direttamente nellarea dei fondamentali
requisiti costituzionali della funzione, innanzi
richiamati.
Ma non ci è possibile condividere quella
filosofia, non solo e non tanto per ragioni di coerenza
imposte dalla linea seguita costantemente nelle
vicende richiamate, ma soprattutto perchè
essa rimane e a tuttoggi ancora una volta
si disvela al di là delle migliori
intenzioni dei suoi animatori illegale nella
sua essenza e perversa nei suoi effetti. Essa è
tale, infatti, da condurre a calpestare le regole
dello Stato di diritto, da sfiancare pericolosamente
e contra legem gli spazi di discrezionalità
pure insiti nel potere di amministrazione confidato
a questorgano in un momento fondamentale delle
sue attribuzioni tipiche, deraglia, in definitiva,
il consiglio dai binari voluti dal Costituente.
Una crisi così profonda quale quella che
mostra travagliare, secondo profili vieppiù
marcati e crudi, la giustizia, non si risolve con
i fuochi dartificio di segnali emblematici.
Lo sforzo troppo spesso individualistico quanto
nobile gravante su larghe fasce della magistratura
italiana per esempio sui giudici calabresi
oppressi da una criminalità dilagante, cresciuta
paurosamente in termini percentuali e qualitativi,
secondo quanto si evince dalla impressiva relazione
dellavvocato generale Belmonte, ma al contempo
su tanti, tanti altri, tra i quali, in primissima
linea, il collega Falcone, esige, al di là
della stessa abnegazione dei magistrati, ben altro.
[...]
Ed ecco lo strano, ma non casuale parallelismo,
di una siffatta, ampia alternativa con il più
modesto, ma analogo bivio, che oggi vede questo
Consiglio superiore della magistratura travagliato
nella vicenda qui in discussione, che, pure, attiene
alla efficienza di un piccolo, ma essenziale segmento
della complessiva struttura giudiziaria: segno,
incisivo, permanente, nella coerenza del rispetto
della legge, o segnale, reclamistico, a effetto;
buono per luomo della strada e per la cultura
perversa del protagonismo giudiziario?
A voi, cari colleghi, sciogliere il nodo di questa
alternativa. Appello non retorico, al quale, ne
sono certo, e concludo, saprete, con la vostra odierna
espressione di voto, sofferta quanto bella perchè
consapevole, libera, pubblica, dare una risposta
coerente a quelle complessive, fervide attese dei
colleghi, degli operatori giudiziari, dei cittadini
più avvertiti e consapevoli; una risposta
che non dia un effimero segnale, ma sia un segno
profondo, irreversibile, del nuovo corso di politica
della giustizia. Antonino Abbate:
La nomina del dirigente dellufficio istruzione
del tribunale di Palermo avviene in un momento delicato
ma non nuovo della vita politica, istituzionale
giudiziaria della intera regione siciliana e deve
indurre tutti noi a valutare coraggiosamente la
realtà, a operare una scelta chiara, professionalmente
attendibile sulla quale non siano consentite strumentali
ricognizioni, dietrologie
di moda, presentate magari come verità inconfutabili
ai cittadini che di verità, e di verità
soltanto, hanno oggi concretamente bisogno.
In un simile contesto i giudici hanno una strada
obbligata, quella di esercitare correttamente la
propria attività nellambito di un ruolo
disegnato in maniera netta dalla Costituzione, rifiutando
lassunzione di ulteriori supplenze e riaffermando
il primato delle procedure, privilegiando quei contenuti
di professionalità, di competenza, di indipendenza,
di equilibrio e di terzietà che non tollerano
protagonismi, approssimazioni e scorciatoie finalizzate
al raggiungimento del risultato.
Questi criteri non certamente emergenze contingenti,
nè impressive notazioni localistiche
impongono che il consiglio adotti nel caso concreto
una scelta ben chiara, responsabile, idonea a garantire
una continuità di azione, che non suoni in
ogni caso strappo alle norme che sovraintendono
al conferimento di particolari incarichi direttivi.
Proprio in tale ottica ho espresso in commissione
il mio voto in favore del collega Giovanni Falcone
e voglio qui ribadire la validità della mia
opzione, che si preoccupa della esigenza di assicurare
a un ufficio di grande importanza la direzione di
un magistrato che, per la sua preparazione, le sue
specifiche esperienze, le sue doti di inquirente,
la sua copnclamata professionalità, le capacità
organizzative evidenziate sul campo, appare oggettivamente
meritevole di ogni considerazione, anche per il
coraggio dimostrato in frangenti difficilissimi
che non vanno assolutamente dimenticati.
Senza toni da crociata e senza nulla
togliere alla professionalità e ai meriti
degli altri aspiranti, ritengo personalmente che
designando Giovanni Falcone il Consiglio superiore
della magistratura compie oggi una scelta legittima
e comprensibile. Sergio Letizia:
La legge individua due criteri fondamentali per
la scelta dei dirigenti degli uffici giudiziari:
lanzianità e il merito. Esprimere un
voto a favore del dott. Falcone significherebbe
contravvenire alla legge in ordine a uno di quei
due criteri; nonostante infatti gli indiscussi meriti
del dott. Falcone, ben sei altri candidati, tutti
meritevoli, possono vantare unanzianità
maggiore, in particolare il dott. Meli, primo nella
graduatoria di anzianità, e entrato in servizio
addirittura sedici anni prima del dott. Falcone.
Ribadendo che non intendo affatto disconoscere limpegno
e la professionalità di Falcone, non credo
comunque ai geni o ai superuomini e che, al posto
di Falcone, io, come del resto ho fatto in diverse
occasioni, non avrei nemmeno presentato la domanda
in presenza di candidati molto più anziani.
Non si deve del resto dimenticare che tanti altri
magistrati in tutta Italia, con la stessa anzianità
di Falcone, possono vantare gli stessi meriti nella
lotta contro la mafia, una lotta che non si conduce
soltanto a Palermo ma che si realizza, ad esempio,
in tutti i luoghi in cui si promuovono processi
penali contro il traffico degli stupefacenti. Né
si deve dimenticare che della professionalità
fa parte anche la modestia. Il miglior segnale che
il consiglio può dare per la lotta contro
la mafia non è assegnare lufficio in
esame al dott. Falcone, il quale può continuare
il suo meritevole impegno di giudice del tribunale
di Palermo, ma mostrare che in Italia non è
soltanto Falcone a essere capace di lottare contro
il fenomeno mafioso. Stefano Racheli:
Signor presidente, io affermo qui che non possiamo
sottrarci allobbligo di leggere la legge e
le nostre circolari in modo che finalmente emerga
quella professionalità specifica che sola
è in grado di non avvilire listituzione
giudiziaria precipitandola in una pseudoprofessionalità
fatta, alla resa dei conti, di sola anzianità.
Deve essere assolutamente chiaro che non intendo
assolutamente mandare messaggi spendibili nel senso
che qui si voglia celebrare la scomparsa dellanzianità
quale parametro di valutazione. Meno che mai intendo
premiare i rischi che alcuno tra i candidati deve
subire per effetto del suo ufficio.
Voglio solo mettere a capo dellufficio istruzione
di Palermo la persona che meglio di tutti può
condurre questo ufficio. Questo è il nostro
dovere in questo momento.
Mi limiterò a due dati telegrafici: il magistrato
proposto dalla commissione è alle soglie
della pensione e non ha mai (dico mai) fatto il
giudice istruttore.
Signor presidente, lanzianità senza
demerito è criterio che non può bastre
per lufficio istruzione di Palermo. Ognuno
deve prendere una responsabilità che è
personale e forte al di là di gruppi
e schieramenti perché troppa storia
del nostro paese è legata a decisioni come
questa.
Preannuncio perciò voto contrario alla proposta
della commissione.
Fernanda Contri:
Non risponderò ad alcuna delle provocazioni
troppo facilmente proposte in questa sede. Ciò
che è importante è riaffermare con
forza la responsabilità della scelta cui
è chiamato il consiglio, che non è
un computer nel quale basta inserire dati obiettivi
per ottenerne soluzioni automatiche, ma che deve
mettere in opera un iter logico motivato e sofferto.
Il mio netto orientamento è a favore del
dott. Falcone, la cui specializzazione nella lotta
contro la mafia è unica, non soltanto in
Italia, e tale da far superare ogni perplessità.
Se in passato è stato sufficiente prendere
in considerazione la specifica professionalità
di un candidato per consentirgli di superare una
barriera di due o di quattro anni di minore anzianità,
ebbene io non ho alcun dubbio nellaffermare
che la professionalità del dott. Falcone
è talmente eccezionale da consentirgli di
superare un divario di anzianità anche maggiore
rispetto a quello attuale. Oltre alla professionalità,
un altro fattore che mi induce a dare il mio voto
a Giovanni Falcone è la garanzia di continuità
nella direzione dellufficio che la scelta
del medesimo assicurerebbe: continuità di
un lavoro e di un impegno che sono stati seri, corretti
ed efficaci. Egli ha dimostrato il massimo di professionalità,
di coraggio, di impegno, di vitalità; e di
fronte alla dimostrazione di tali doti è
auspicabile che almeno una delle amministrazioni
dello Stato, quella giudiziaria, dia un concreto
segno di voler cominciare a funzionare in Sicilia.
Massimo Brutti:
E doveroso ricordare che negli ultimi 10 anni
due consiglieri istruttori del tribunale di Palermo
sono stati uccisi, il dott. Terranova nel 1979 e
il dott. Chinnici nel 1983, e che questa strategia
intimidatoria messa in atto dalla mafia non è
stata certamente ancora sconfitta. La mafia, che
ha a Palermo il suo quartiere generale, continua
a mostrare la propria pretesa di impunità
e dunque ha bisogno di una giurisdizione timida,
lenta e inefficiente. Il consiglio deve rispondere
a questa sfida usando giudiziosamente la propria
discrezionalità con la scelta di un uomo
giusto al posto giusto che più volte in passato
ha mostrato di saper adeguatamente valutare le particolari
condizioni di isolamento in cui sono costretti a
operare i magistrati di Palermo.
La scelta compiuta nel 1983 a favore del dott.Caponnetto
è stata una decisione meditata.
Ciò premesso, ricordo come la nuova circolare
in materia di conferimento di incarichi direttivi
preveda la possibilità di superare un divario
di anzianità, anche considerevole, in virtù
di una specifica motivata valutazione che evidenzi
il possesso da parte del candidato meno anziano
di specifiche doti attitudinali o di merito di spiccato
rilievo, anche con riferimento alle esigenze organizzative
ed eventualmente a particolari profili ambientali.
Tenuto conto di tale referente normativo e avuto
riguardo al particolare contesto ambientale palermitano,
ritengo doveroso, oltrechè opportuno, sottolineare
il carattere eccezionale dellimpegno specifico
del dott. Falcone, per cui preannuncio il mio dissenso
dalla proposta della commissione a favore del dott.
Meli. Questa proposta non tiene conto delle doti,
dei meriti particolari e dellesperienza prolungata
nel tempo del dott. Falcone, e, al contempo, attribuisce
unimportanza esorbitante al requisito dellanzianità.
Ma anche a voler dedicare una particolare attenzione
ai meriti trascorsi del dott. Meli, emerge come
la sua esperienza sia maturata nel settore della
magistratura giudicante e come non abbia mai svolto
nella sua lunga carriera le funzioni di giudice
istruttore. Certo, il dott. Meli ha esercitato funzioni
requirenti, ma in tempi molto lontani (intorno al
1949) e per un breve periodo (circa 9 mesi).
Nè si può tralasciare, se si vuole
pervenire a una visione esaustiva, di soffermarsi
su alcuni comportamenti tenuti dal dott. Meli nel
corso degli ultimi anni e alla luce dei quali lelemento
a suo favore, quello dellanzianità,
potrebbe rivelarsi addirittura controproducente.
Infatti il dott. Meli si è caratterizzato
negli ultimi anni per una reiterata impulsività
che non costituisce certo un dato caratteriale ideale
per lassunzione dellufficio direttivo
di consigliere istruttore. Cito una discutibile
intervista rilasciata dal dott. Meli nel 1984 allindomani
della pubblicazione di unintervista della
vedova del dott. Terranova. Indipendentemente dalla
valutazione di certe formulazioni espressive di
dubbio gusto adoperate in quella occasione, il dott.
Meli si comportò in maniera poco consona
allautocontrollo richiesto a un magistrato
nella sua posizione. Ma non si trattò di
un episodio isolato; infatti questa instabilità
caratteriale ha avuto modo di manifestarsi in modo
ancora più vistoso nel corso della nota vicenda
in cui il dott. Meli si è contrapposto al
dott. Patanè. In tale occasione, il consiglio
ebbe modo di venire a conoscenza di affermazioni
del dott. Meli troppo leggere e non meditate, che
confermano il convincimento della inadeguatezza
del dott. Meli ad aspirare a un incarico tanto importante.
Voglio infine ricordare latteggiamento oscillante
del dott. Meli nelle more del conferimento dellufficio
direttivo di presidente del tribunale di Palermo.
Non solo il dott. Meli ha revocato la domanda inizialmente
presentata, ma è addirittura arrivato a revocare
la revoca della domanda, alimentando il sospetto
di una caratteriale instabilità di cui il
consiglio deve in questo momento tener conto.
In conclusione, sulla base di questi elementi, preannuncio
il mio voto contrario alla proposta della commissione.
Franco Tatozzi:
Uneventuale scelta a favore del dott. Falcone
potrebbe essere interpretata come una sorta di dichiarazione
di stato di emergenza degli uffici giudiziari di
Palermo decretata da un organo che, senza essere
politicamente responsabile, si arrogherebbe il diritto
di sospendere lapplicazione delle regole legali.
Esprimo le mie perplessità sul fatto che
lassegnazione del posto di consigliere istruttore
al dott. Falcone al quale peraltro mi legano
non solo sentimenti di stima e amicizia ma anche
lappartenenza allo stesso gruppo costituirebbe
un effettivo rafforzamento della risposta giudiziaria
allattacco portato dalla mafia. Come consigliere
istruttore, infatti, Falcone sarebbe obbligato a
far fronte a esigenze di organizzazione generale
di un ufficio senzaltro oneroso, mentre, proprio
al fine di non depotenziare la sua capacità
di incidenza nella lotta alla mafia, appare preferibile
che il dott. Falcone possa continuare a occuparsi
di tale fenomeno in una posizione di prima linea.
Annuncio quindi il voto favorevole alla proposta
della commissione.
Giuseppe Borrè:
Dichiaro che il mio voto sarà favorevole
alla proposta della commissione. Non sono molti
gli anni che ci separano da quando ancora si diceva
che la mafia non esiste, o da quando, pur ammettendosi
il fenomeno, si tendeva a ridurlo a un semplice
fatto di sottocultura. Giovanni Falcone, inserendosi
con intelligenza nel solco aperto da una nuova intellettualità
democratica, ha capito che le cose non stanno così
e che ampi e doverosi spazi si aprono a un magistero
penale razionalmente esercitato. Ciò egli
ha compreso e si è comportato, nei fatti,
con lucida coerenza.
I meriti di tale candidato sono dunque alti: tanto
da scuscitare perplessità e incomprensione
in larga parte dellopinione pubblica verso
una scelta che non sia a lui favorevole. Mi è
facile contrastare tale diffuso stato danimo
nella parte in cui pretende fondarsi su un concerto
da premialità, peraltro sicuramente estraneo
alla domanda proposta dal collega Falcone. Molto
egli ha fatto, - si sente dire in giro, e non solo
dalluomo della strada, - molto ha realizzato,
molto ha rischiato di persona, e dunque molto egli
merita. In realtà non può esservi
premio per ladempimento del dovere, neppure
quando si tratti di inedito e straordinario adempimento.
Ladempimento del dovere sarebbe non onorato,
ma inquinato dal premio.
Giancarlo Caselli:
La soluzione del caso in esame, quando sia riferita
alla specificità del caso concreto, ha un
percorso obbligato: deve puntare su un uomo del
pool antimafia, deve puntare alla struttura che
a questo pool fa capo. Il pool di magistrati dellufficio
istruzione di Palermo ha saputo attrezzarsi (prima
di tutto culturalmente) realizzando così
una struttura nuova affiatata, che ha diffuso professionalità.
Non bisogna infatti dimenticare che si è
trattato di una struttura aperta, nel senso che
ha formato professionalmente magistrati che, prima
di entrare a far parte del pool, di questi problemi
non si erano mai occupati e che viceversa, grazie
al pool, hanno conseguito livelli di capacità
decisamente di grande rilievo. Alla fine, operando
in questo modo, il pool di giudici istruttori del
tribunale di Palermo ha ottenuto risultati di grande
rilievo,. Basati sulla individuazione dei caratteri
della nuova mafia. I primi risultati, dopo anni,
decenni e decenni di sostanziale impunità.
In alcuni interventi si è parlato di premio,
in particolare di premio al protagonismo, come di
un criterio da non seguire, e la storia del protagonismo
è un po come la storia di quando le
donne portavano il velo. A quel tempo le donne erano
tutte belle, ma quando il velo cadde si cominciarono
a constatare delle differenze. Un po la stessa
cosa è successa per la magistratura. Quando
i giudici non davano fastidio, quando
non erano scomodi, erano tutti bravi e belli. Ma
quando hanno cominciato ad assumere un ruolo preciso,
a dare segni di vitalità, a pretendere di
esercitare il controllo di legalità anche
verso obiettivi prima impensati, ecco che è
cominciata laccusa di protagonismo. Mentre
quei giudici che si tirano indietro (ed è
successo sia a Torino, in occasione del processo
dAssise ai capi storici delle Br, sia a Palermo,
in occasione del processo dAssise alla mafia
da poco concluso) non rischiano proprio nulla e
nessuno si leva a protestare o levar critiche nei
loro confronti. In altri interventi si è
parlato di premio nel senso di carriera che correrebbe
lungo corsie privilegiate per quei giudici
che abbiano fatto determinate esperienze professionali.
Ma è inconcepibile, perfino un po scandaloso,
che si parli di privilegio con riferimento ai giudici
di Palermo che vivono nelle condizioni a tutte note,
che semmai rappresentano una pesante penalizzazione.
Nel caso della lotta alla mafia, questi interessi
sono gli interessi della democrazia, ciò
che rende questa seconda visione (non settoriale)
del tutto giustificata. Per questi motivi esprimo
avviso contrario alla proposta della commissione.
Vito DAmbrosio:
Sarebbe certamente una sciocchezza considerare Falcone
un Superman capace da solo di battere la mafia,
ma è altrettanto sicuro che Falcone non ha
soltanto la capacità di lavorare al meglio,
ma anche di organizzare e di far lavorare al meglio
lufficio istruzione; egli non è soltanto
un bravo giudice istruttore, ma è anche un
bravo organizzatore del pool che gode di prestigio
a livello nazionale e internazionale. Il dott. Falcone
ha però anche un altro merito: operando in
una situazione estremamente difficile non è
diventato un nuovo prefetto Mori: ha dimostrato
di saper rispettare le regole del processo penale
e di avere le capacità di aggregare un gruppo
di giudici che non sono certo le sue marionette,
ma sono riuniti intorno a uno o due punti di riferimento;
Falcone non può quindi considerarsi eccezionale,
ma certamente e propriamente può definirsi
un punto di riferimento unico, perchè unica
è la situazione operativa in cui agisce e
perchè unico è il patrimonio conoscitivo,
operativo e tecnico che è riuscito ad accumulare
in un contesto come quello palermitano.
Sebastiano Suraci:
Le naturali difficoltà che caratterizzano
una decisione delicata quale quella che il consiglio
si accinge ad assumere sono accresciute dalla circostanza
che il dott. Falcone aderisce alla corrente di Unità
per la Costituzione, alla quale anche io aderisco.
Ritengo corretta limpostazione di quei colleghi
che si sono impegnati per una sdrammatizzazione
della vicenda e concordo con il giudizio di eccellenza
formulato nei confronti del dott. Falcone, al quale
devono essere riconosciute una straordinaria capacità
professionale e una rara competenza come giudice
istruttore in relazione a fenomeni di criminalità
organizzata. Tale competenza è indubbiamente
necessaria nel magistrato che andrà a ricoprire
che andrà a ricoprire lufficio di consigliere
dirigente allufficio istruzione di Palermo,
e non vi è dubbio che il dott. Meli non può
vantare una capacità specifica pari a quella
del dott. Falcone. Tuttavia il merito di questultimo,
come emerge dallarticolata motivazione della
proposta, non può essere messo in discussione:
tale magistrato svolge attività giudiziaria
da quarantanni con una competenza, dignità
e prestigio che lo rendono meritevole del posto
in discussione. Se a ciò si aggiunge lenorme
divario di anzianità tra il dott. Meli e
gli altri candidati e il fatto che da anni egli
esercita funzioni equiparate a quelle di legittimità,
la scelta non può che essere a suo favore.
Elena Paciotti:
Mi preoccupa che da qualche parte si voglia presentare
la scelta che dobbiamo compiere come leggibile in
termini di maggiore o minore impegno antimafia del
consiglio e della magistratura. Mi preoccupa che
questo suggestivo messaggio venga raccolto da chi
onestamente si batte per un corretto intervento
di tutte le istituzioni pubbliche contro il potere
mafioso. E con tranquilla coscienza che indico
il mio voto per il dott. Meli, nella speranza che
quale sia la scelta del consiglio
leccellente lavoro dellufficio istruzione
di Palermo possa proseguire con la collaborazione
di tutti pur nella gravissima situazione che i tragici
avvenimenti di questi giorni hanno ancora una volta
sottolineato.
Carlo Smuraglia:
Nessuno dovrebbe preoccuparsi del ricorso alla formula
dell uomo giusto al posto giusto
che, anche se corrisponde a una frase fatta, è
espressione di una logica di scelta fondata e corretta.
Quando si afferma che il dott. Meli possiede certamente
doti incontestabili, ma doti non sufficientemente
tranquillizzanti per un posto di tanta responsabilità,
non si compie nessun attentato contro il dott. Meli,
ma si compie il dovere proprio del consiglio di
interrogarsi sulle specifiche attitudini di ogni
candidato.Mi preoccupa invece il fatto che si voglia
assegnare al dott. Meli la direzione di un ufficio
che nella sostanza esplica funzioni di natura inquirente
e istruttoria, che egli non ha mai svolto, affidandosi
quindi a una sorta di sperimentazione, mentre tutti
dovrebbero essere consapevoli che non cè
assolutamente tempo da perdere. Si debbono scegliere
uomini che abbiano anche una particolare conoscenza
del fenomeno mafioso, perchè istruire un
processo di materia di mafia non è la stessa
cosa che istruire un processo per furto. Al riguardo
è da ricordare che una parte della magistratura
ha aiutato tutti a compiere passi in avanti nella
conoscenza della mafia anche dal punto di vista
culturale. Se il maxiprocesso di Palermo si è
potuto celebrare, lo si deve anche a chi ha saputo
condurre listruttoria nel rispetto delle regole
e adottando tecniche di indagine estremamente sofisticate:
ciò è stato fatto dallufficio
istruzione di Palermo e in particolare dal dott.
Falcone.
Lopinione pubblica non chiede di assegnare
un premio, perchè non di questo si tratta,
ma di compiere scelte sicure e trasparenti, che
tranquillizzino anche la collettività. Nominare
il dott. Falcone consigliere istruttore significherebbe
attribuire un altro onere a un magistrato già
costretto dal suo impegno a grandi sacrifici e a
rinunciare alla propria vita privata. Non si tratta
dunque di assegnare nè premi, nè medaglie,
nè hanno ragione di dolersi coloro che hanno
preferito affrontare le tranquille strade delle
cause di sfratto.
Vincenzo Geraci:
E proprio dal ricordo, per me ancora bruciante,
della copertura dellufficio marsalese, che
voglio prendere le mosse per ripassare la tetragona,
compatta e irriducibile opposizione espressa proprio
in questaula soprattutto dal maggioritario
gruppo togato del consiglio il quale, pur col buon
gusto di non contestare le indiscusse doti professionalità,
abnegazione e coraggio del collega Borsellino, aspirante
al posto, ritenne in quelloccasione che le
stesse non potessero fare aggio sul dato della maggiore
anzianità dellaltro concorrente.
Ricordo, in particolare, le parole pronunciate dal
collega DAmbrosio e puntualmente riportate
nel notiziario straordinario n. 17 del 10 settembre
1986 di questo consiglio che si volle appositamente
pubblicare, su iniziativa del collega Abbate, per
informare i colleghi magistrati della scelta compiuta
dal consiglio.
Ebbene, nelloccasione, DAmbrosio dichiarò
che il consiglio non poteva lasciarsi influenzare
dalla notorietà dei magistrati interessati,
perchè ciò avrebbe significato incentivare
il protagonismo dei giudici che, tra i suoi effetti
deleteri, avrebbe avuto anche quello del ritorno
a un deprecabile carrierismo già alimentato
dalle infelici sentenze della Corte costituzionale
e del Consiglio di Stato. Pur con il disagio di
dover ripercorrere momenti autobiografici rimasti
indelebilmente impressi nel vissuto di quella sparuta
pattuglia di samurai che si buttò
generosamente a corpo morto, con immani sacrifici
e rischi personali, nel contrasto giudiziario alla
barbarie mafiosa in un momento in cui le strade
di Palermo erano letteralmente lastricate di morti
e i vertici istituzionali dellisola venivano
impietosamente decapitati uno dopo laltro,
sento di dover adempiere a un obbligo morale di
testimonianza nel rappresentare che Giovanni Falcone
è stato il migliore di tutti noi, e che io
ascrivo a mio esaltante e irripetibile privilegio
quello di aver lavorato assieme a lui che ha scritto
pagine di riscatto civile nel libro della storia,
non solo giudiziaria, del nostro paese.
Ricordo, in particolare, lemozione che ci
prese quando, per primi, verbalizzammo le rivelazioni
di un boss di primaria grandezza come Tommaso Buscetta
che finalmente squarciava la cortina domertà
che aveva fin lì protetto la mafia, sottoscrivendosi
egli stesso mafioso e consentendoci approdi processuali
impensabili solo due anni prima, allorquando era
stato presentato il famoso rapporto di 162,
e fin lì lambiti soltanto dalle più
intelligenti e audaci intuizioni politiche e sociologiche.
Così come ricordo la commozione purtroppo
tante volte provata nel ritrovarci davanti ai cadaveri
sfigurati di tanti amici e collaboratori, fedeli
servitori dello Stato, solo più sfortunati
di noi nello sfuggire alla barbara vendetta mafiosa.
Consentirete che io esprima il mio personale, indicibile
tormento per lintera vicenda e per linestricabile
dilemma in cui rimango avviluppato. Se da un lato,
infatti, le notorie doti di Falcone e i rapporti
personali e professionali che coltivo con lui mi
indurrebbero a preferirlo nella scelta, a ciò
mi è di ostacolo la personalità di
Meli, cui laltissimo e silenzioso senso del
dovere, poi sempre manifestato, costò in
tempi drammatici la deportazione nei campi di concentramento
nazisti della Polonia e della Germania, dove egli
rimase prigioniero per due anni dale settembre 1943
al settembre 1945, sopravvivendo a stento. Credo,
anzi, che nonostante il revirement dellultimora,
proprio il riconoscimento di questa altissima tempra
morale e dignità duomo, in uno alle
incontestate doti professionali, abbia mosso il
collega Brutti nel formulare, nella seduta antimeridiana
del 15 luglio 1987, lauspicio che lo stesso
collega Meli potesse quanto prima conseguire quellufficio
direttivo di cui oggi finalmente gli si presenta
loccasione ove continuare a profondere
il suo indiscusso impegno professionale. In tali
condizioni, pertanto, vi chiedo di comprendere con
quanta sofferenza e umiltà mi sento portato
a esprimere il mio voto di favore verso la proposta
della commissione.
Il consiglio passa alla votazione per appello nominale
della proposta della commissione relativa al conferimento
dellufficio direttivo di consigliere istruttore
presso il tribunale di Palermo.
Votano a favore i consiglieri:
Agnoli, Borrè, Buonajuto, Cariti, Di Persia,
Geraci, Lapenta, Letizia, Maddalena, Marconi, Morozzo
della Rocca, Paciotti, Suraci e Tatozzi.
Votano contro i consiglieri:
Abbate, Brutti, Calogero, Caselli, Contri, DAmbrosio,
Gomez dAyala, Racheli, Smuraglia e Ziccone.
Si astengono i consiglieri:
Lombardi, Mirabelli, Papa, Pennacchini e Sgroi.
Il consiglio approva con 14 voti favorevoli, 10
contrari e 5 astensioni. |
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