Ma discutiamo di cos'è la mafia

di Lino Jannuzzi, pubblicato il 20 gennaio 1987 su Il Sabato
maggio 2002
a cura di Enrico Natoli e Maria Mazzei
Alle radici della moda dell'antimafia - e che l'antimafia sia di moda è pacifico, anche se è una moda più dilettantesca che professionistica e più impotente che potente - c'è un paradosso: che mai ci fu tanta antimafia quando c'era tanta più mafia, o almeno tanto più conosciuta. Una volta l'antimafia conosciuta era la commissione parlamentare, quella proposta dai senatori Parri e Simone Gatto e istituita con la legge del 20 dicembre 1962. Quella commissione lavorò a lungo, con ritardi e battute d'arresto, polemiche, ostruzionismi e sabotaggi. Tuttavia indagò in profondità e sull'essenziale della mafia, che precisamente consiste sul rapporto tra la mafia e la politica. Ciò che si è detto e scritto in seguito, e in particolare a partire dalla cosiddetta seconda guerra di mafia, e dalle cosiddette rivelazioni del pentito Tommaso Buscetta ha aggiunto poco, e ciò che ha aggiunto si riferisce pressochè esclusivamente ai traffici di stupefacenti, cresciuti in quantità e intensità, e per niente e meno che niente all'essenziale mafioso, cioè a questo rapporto con la politica, e ai delitti politici e agli equilibri e agli scontri di potere che sono delle cosche politiche prima che delle cosche mafiose e che hanno determinato in Sicilia quella crisi, e segnatamente del partito di maggioranza, e della quale la mafia, con i suoi traffici e i suoi delitti, è stata più che la causa, la vittima.

Sicchè oggi, nonostante i pentiti e gli spettacolari processi, sappiamo ciò che conoscemmo allora, e soprattutto in virtù dell'inchiesta di quella commissione antimafia, e in definitiva ne sappiamo meno di quanto sapevamo allora, perchè sono proprio quei rapporti che sono andati cambiando e profondamente sono cambiati. Basta pensare che le implicazioni politiche di tanto clamore antimafia si riducono all'incriminazione di un rottame come Ciancimino e all'esilarante controversia circa il colorito dell'onorevole Andreotti: è impallidito oppure no Andreotti quella volta che parlò con il generale Dalla Chiesa?

Bisognerebbe dunque spiegare questo: perchè allora, quando sapevamo che cosa era la mafia e che cosa la legava e come era legata alla politica, di antimafia ce níera una sola, e discussa e contrastata e assai impopolare; e perchè mai oggi che sappiamo tutto di Liggio, dei "corleonesi" e di qualche centinaio di trafficanti di stupefacenti, ma non sappiamo quasi niente della crisi mafia-politica e politica-mafia che ha portato a questo stadio e nulla del tutto degli attuali equilibri di potere di cosche mafiose e di cosche politiche (e i giudici e il sindaco di Palermo e il coordinamento antimafia ne sanno meno di noi, e perciò il dilettantismo del loro professionismo antimafioso fa sorridere e insieme preoccupa), perchè mai proprio oggi di antimafie ce n'è più di una dozzina - quella parlamentare, quella regionale, quella del Consiglio superiore della magistratura, quella dei pool giudiziari, quella del coordinamento, quella dei commissari e dei ìrinnovatoriî del partito di maggioranza, quella dei centri di studi sociologici, quella del cardinale, quella dei gesuiti, quella degli avvocati di parte civile, quella dei facitori di monumenti e di targhe, per non parlare di quella dei cronisti giudiziari e degli inviati speciali anti-palude... - e tutte sono popolari e lodate e acclamate, e sono al tempo stesso arroganti e insicure, sicchè chi azzarda un dubbio viene fatto passare per un quaquaraquà e viene linciato come amico della mafia.

Che sarebbe come dire che quando si sapeva che cosa era la mafia e dove stava e dove bisognava andare a combatterla, nessuno aveva voglia di combatterla; e ora che non si sa più bene che cosa è e dove sta e cosa bisogna fare per colpirla, tutti sono ansiosi di arruolarsi, come in effetti in tanti si sono arruolati, e tuonano e marciano - antimafia da corteo, si sarebbe tentati di dire parafrasando, ahimè, Liggio - e sono così numerosi che - se è vero, come dicono che tuttavia si sentono"ìsoli" - non può che trattarsi che di quel fenomeno noto agli studiosi e detto della ìfolla solitariaî.

Non è questione della denuncia di Sciascia, anche se il nostro maggiore scrittore civile ancora una volta ha visto meglio e ha parlato prima degli altri. La questione è nel fallimento e nell'impotenza di questa antimafia. Falliscono i pentiti, utili a individuare qualche centinaio di trafficanti piccoli e medi (e non possono essere che piccoli o medi, perchè, per quanto si voglia, Palermo non è Miami e la Sicilia non è la Bolivia), e qualche dozzina di killer (e non i mandanti, che sono nei partiti e non nella 'Cupola'), ma inutili e devianti se forzati per la costruzione di teoremi che non sono nella competenza e nella cultura nè dei pentiti che parlano nè dei giudici che li interrogano. Sono impotenti le forze politiche, e specialmente le maggiori: il professor Orlando è certamente preferibile a Ciancimino e il figlio di Mattarella è preferibile al padre, ma nè l'uno nè l'altro possono illudersi e possono illuderci di governare la Sicilia con lo stesso partito e gli stessi equilibri di potere che furono dei loro maggiori, e solo perchè professano l'antimafia. Nè faranno molta strada andando a scuola, invece che dal cardinale Ruffini, dai gesuiti di padre Sorge e di padre Pintacuda, i quali peraltro e giustamente (dal loro punto di vista) più che la mafia hanno in sospetto l'illuminismo di Sciascia.Nè ci sembra molto promettente la battaglia di un partito che fu già di Li Causi, di La Torre e di Terranova, e che ha affidato la sua strategia antimafia a un magistrato di Torino e a un avvocato di Corleone.

E sembrano impotenti i giudici, nonostante l'abnegazione, il coraggio e spesso il sacrificio della vita: se scrivono sentenze sbagliate e i loro processi finiscono inesorabilmente annullati al primo dibattimento, come quello di Piazza Scaffa, o in appello, come a Napoli, o in Cassazione, come quello Chinnici. E non servirà a molto continuare a ricorrere ogni tre mesi a leggi speciali, che fanno strazio della Costituzione e dei codici: altri motivi di annullamento e, che è peggio, altri alibi e la diffidenza mafiosa. Di questo soprattutto, c'è bisogno, di ricominciare a discutere, a capire, a cercare di capire. E, con il permesso dell'antimafia, vorremmo ricominciare a discutere di mafia e a cercare di capire che cos'è oggi la mafia. E se è possibile senza aspettare che venga a spiegarcela, tra dieci o vent'anni, qualche giovane studioso tedesco o inglese, come Hess e come Duggan. Che ci lascino almeno Sciascia.
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