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I
professionisti dell'Antimafia
di Leonardo Sciascia, pubblicato il 10
gennaio 1987 sul Corriere
della Sera |
maggio 2002
a cura di Enrico Natoli e Maria Mazzei
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Autocitazioni, da servire a coloro
che hanno corta memoria o/e lunga malafede e che
appartengono prevalentemente a quella specie (molto
diffusa in Italia) di persone dedite all'eroismo
che non costa nulla e che i milanesi, dopo le cinque
giornate, denominarono "eroi della sesta":
1) "Da questo stato d'animo sorse, improvvisa,
la collera. Il capitano sentì l'angustia
in cui la legge lo costringeva a muoversi; come
i suoi sottufficiali vagheggiò un eccezionale
potere, una eccezionale libertà di azione:
e sempre questo vagheggiamento aveva condannato
nei suoi marescialli. Una eccezionale sospensione
delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per
qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato
per sempre. Ma gli vennero nella memoria le repressioni
di Mori, il fascismo: e ritrovò la misura
delle proprie idee, dei propri sentimenti... Qui
bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell'inadempienza
fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone
come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia.
Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere
le mani esperte nelle contabilità, generalmente
a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende;
revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie
e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto (...),
sarebbe meglio se si mettessero ad annusare intorno
alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli,
le amanti di certi funzionari e confrontare quei
segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto
senso. (II giorno della civetta, Einaudi,
Torino, 1961).
2) "Ma il fatto è, mio caro amico, che
l'Italia è un così felice Paese che
quando si cominciano a combattere le mafie vernacole
vuol dire che già se ne è stabilita
una in lingua... Ho visto qualcosa di simile quarant'anni
fa: ed è vero che un fatto, nella grande
e nella piccola storia, se si ripete ha carattere
di farsa, mentre nel primo verificarsi è
tragedia; ma io sono ugualmente inquieto".
(A ciascuno il suo, Einaudi, Torino, 1966>.
Il punto focale
Esibite queste credenziali che, ripeto, non servono
agli attenti e onesti lettori, e dichiarato che
la penso esattamente come allora, e nei riguardi
della mafia e nei riguardi dell'antimafia, voglio
ora dire di un libro recentemente pubblicato da
un editore di Soveria Mannelli, in provincia di
Catanzaro: Rubbettino. Il libro s'intitola La mafia
durante il fascismo, e ne è autore Christopher
Duggan, giovane "ricercatore" dell'Università
di Oxford e allievo dì Denis Mack Smith,
che ha scritto una breve presentazione del libro
soprattutto mettendone in luce la novità
e utilità nel fatto che l'attenzione dell'autore
è rivolta non tanto alla "mafia in sé"
quanto a quel che "si pensava la mafia fosse
e perché": punto focale, ancora oggi,
della questione: per chi - si capisce- sa vedere,
meditare e preoccuparsi; per chi sa andare oltre
le apparenze e non si lascia travolgere dalla retorica
nazionale che in questo momento del problema della
mafia si bea come prima si beava di ignorarlo o,
al massimo, di assommarlo al pittoresco di un'isola
pittoresca, al colore locale, alla particolarità
folcloristica.
Ed è curioso che nell'attuale consapevolezza
(preferibile senz'altro - anche se alluvionata di
retorica - all'effettuale indifferenza di prima)
confluiscano elementi di un confuso risentimento
razziale nei riguardi della Sicilia, dei siciliani:
e si ha a volte l'impressione che alla Sicilia non
si voglia perdonare non solo la mafia, ma anche
Verga, Pirandello e Guttuso.
Ma tornando al discorso: non mi faccio nemmeno l'illusione
che quei miei due libri, cui i passi che ho voluto
ricordare, siano serviti - a parte i soliti venticinque
lettori di manzoniana memoria (che non era una iperbole
a rovescio, dettata dal cerimoniale della modestia
poiché c'è da credere che non più
di venticinque buoni lettori goda, ad ogni generazione
un libro) - siano serviti ai tanti, tantissimi che
l'hanno letto ad apprender loro dolorosa e in qualche
modo attiva coscienza del problema: credo i più
li abbiano letti, per così dire, "en
touriste", allora; e non so come li leggano
oggi. Tant'è che allora il "lieto fine"
- e se non lieto edificante - era nell'aria, per
trasmissione del potere a quella cultura che, anche
se marginalmente, lo condivideva: come nel film
In nome della legge, in cui letizia si annunciava
nel finale conciliarsi del fuorilegge alla legge.
Ed è esemplare la vicenda del dramma La
mafia di Luigi Sturzo. Scritto nel 1900, e rappresentato
in un teatrino di Caltagirone, non si trovò
tra le carte di Sturzo, dopo la sua morte, il quinto
atto che lo completava; e lo scrisse Diego Fabbri,
volgarmente pirandelleggiando e con edificante conclusione.
Ritrovati più tardi gli abboni di Sturzo
per il quinto atto, si scopriva la ragione per cui
la "pièce" era stata dal suo autore
chiamata dramma (il che avrebbe dovuto essere per
Fabbri avvertimento e non a concluderla col trionfo
del bene): andava a finir male e nel male, coerentemente
a quel che don Luigi Sturzo sapeva e vedeva. Siciliano
di Caltagirone, paese in cui la mafia allora soltanto
sporadicamente sconfinava, bisogna dargli merito
di aver avuto chiarissima nozione del fenomeno nelle
sue articolazioni, implicazioni e complicità;
e di averlo sentito come problema talmente vasto,
urgente e penoso da cimentarsi a darne un "esempio"
(parola cara a san Bernardino) sulla scena del suo
teatrino. E come poi dal suo Partito Popolare sia
venuta fuori una Democrazia Cristiana a dir poco
indifferente al problema, non è certo un
mistero: ma richiederà, dagli storici, un'indagine
e un'analisi di non poca difficoltà. E ci
vorrà del tempo; almeno quanto ce n'è
voluto per avere finalmente questa accurata indagine
e sensata analisi di Christopher Duggan su mafia
e fascismo.
Nel primo fascismo
L'idea, e il conseguente comportamento, che il primo
fascismo ebbe nei riguardi della mafia, si può
riassumere in una specie di sillogismo: il fascismo
stenta a sorgere là dove il socialismo è
debole: in Sicilia la mafia è già
fascismo. Idea non infondata, evidentemente: solo
che occorreva incorporare la mafia nel fascismo
vero e proprio. Ma la mafia era anche, come il fascismo,
altre cose. E tra le altre cose che il fascismo
era, un corso di un certo vigore aveva l'istanza
rivoluzionaria degli ex combattenti dei giovani
che dal Partito Nazionalista di Federzoni per osmosi
quasi naturale passavano al fascismo o al fascismo
trasmigravano non dismettendo del tutto vagheggiamenti
socialisti ed anarchici: sparute minoranze, in Sicilia;
ma che, prima facilmente conculcate, nell'invigorirsi
del fascismo nelle regioni settentrionali e nella
permissività e protezione di cui godeva da
parte dei prefetti, dei questori, dei commissari
di polizia e di quasi tutte le autorità dello
Stato; nella paura che incuteva ai vecchi rappresentanti
dell'ordine (a quel punto disordine) democratico,
avevano assunto un ruolo del tutto sproporzionato
al loro numero, un ruolo invadente e temibile. Temibile
anche dal fascismo stesso che - nato nel Nord in
rispondenza agli interessi degli agrari, industriali
e imprenditori di quelle regioni e, almeno in questo,
ponendosi in precisa continuità agli interessi
"risorgimentali" - volentieri avrebbe
fatto a meno di loro per più agevolmente
patteggiare con gli agrari siciliani e quindi con
la mafia. E se ne liberò, infatti, appena,
dopo lì delitto Matteotti, consolidatosi
nel potere: e ne fu segno definitivo l'arresto di
Alfredo Cucco (figura del fascismo isolano, di linea
radical-borghese e progressista, per come Duggan
e Mack Smith lo definiscono, che da questo libro
ottiene, credo giustamente, quella rivalutazione
che vanamente sperò di ottenere dal fascismo,
che soltanto durante la repubblica di Salò
lo riprese e promosse nei suoi ranghi).
Nel fascismo arrivato al potere, ormai sicuro e
spavaldo, non è che quella specie di sillogismo
svanisse del tutto: ma come il fascismo doveva,
in Sicilia, liberarsi delle frange "rivoluzionarie"
per patteggiare con gli agrari e gli esercenti delle
zolfare, costoro dovevano - garantire al fascismo
almeno l'immagine di restauratore dell'ordine -
liberarsi delle frange criminali più inquiete
e appariscenti.
Le guardie del feudo
E non è senza significato che nella lotta
condotta da Mori contro la mafia assumessero ruolo
determinante i campieri (che Mori andava solennemente
decorando al valor civile nei paesi "mafiosi"):
che erano, i campieri, le guardie del feudo, prima
insostituibili mediatori tra la proprietà
fondiaria e la mafia e, al momento della repressione
di Mori, insostituibile elemento a consentire l'efficienza
e l'efficacia del patto. Mori, dice Duggan, "era
per natura autoritario e fortemente conservatore",
aveva "forte fede nello Stato", "rigoroso
senso del dovere". Tra il '19 e il '22 si era
considerato in dovere di imporre anche ai fascisti
il rispetto della legge: per cui subì un
allontanamento dalle cariche nel primo affermarsi
del fascismo, ma forse gli valse - quel periodo
di ozio - a scrivere quei ricordi sulla sua lotta
alla criminalità in Sicilia dal sentimentale
titolo di Tra le zagare, oltre che la foschia che
certamente contribuì a farlo apparire come
l'uomo adatto, conferendogli poteri straordinari,
a reprimere la virulenta criminalità siciliana.
Rimasto inalterato il suo senso del dovere nei riguardi
dello Stato, che era ormai lo Stato fascista, e
alimentato questo suo senso del dovere da una simpatia
che un conservatore non liberale non poteva non
sentire per il conservatorismo in cui il fascismo
andava configurandosi, l'innegabile successo delle
sue operazioni repressive (non c'è, nei miei
ricordi, un solo arresto effettuato dalle squadre
di Mori in provincia di Agrigento che riscuotesse
dubbio o disapprovazione nell'opinione pubblica)
nascondeva anche il giuoco di una fazione fascista
conservatrice e di un vasto richiamo contro altra
che approssimativamente si può dire progressista,
e più debole.
Sicché se ne può concludere che l'antimafia
è stata allora strumento di una fazione,
internamente al fascismo, per il raggiungimento
di un potere incontrastato e incontrastabile. E
incontrastabile non perché assiomaticamente
incontrastabile era il regime - o non solo: ma perché
talmente innegabile appariva la restituzione all'ordine
pubblico che il dissenso, per qualsiasi ragione
e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente
etichettato come "mafioso". Morale che
possiamo estrarre, per così dire, dalla favola
(documentatissima) che Duggan ci racconta. E da
tener presente: l'antimafia come strumento di potere.
Che può benissimo accadere anche in un sistema
democratico, retorica aiutando e spirito critico
mancando.
E ne abbiamo qualche sintomo, qualche avvisaglia.
Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento
o per calcolo cominci ad esibirsi - in interviste
televisive e scolastiche, in convegni, conferenze
e cortei - come antimafioso: anche se dedicherà
tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne
troverà mai per occuparsi dei problemi del
paese o della città che amministra (che sono
tanti, in ogni paese, in ogni città: dall'acqua
che manca all'immondizia che abbonda), si può
considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno
molto timidamente, oserà rimproverargli lo
scarso impegno amministrativo; e dal di fuori. Ma
dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo
partito, chi mai oserà promuovere un voto
di sfiducia, un'azione che lo metta in minoranza
e ne provochi la sostituzione? Può darsi
che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il
rischio di essere marchiato come mafioso, e con
lui tutti quelli che lo seguiranno. Ed è
da dire che il senso di questo rischio, di questo
pericolo, particolarmente aleggia dentro la Democrazia
Cristiana: "et pour cause", come si è
tentato prima dl spiegare. Questo è un esempio
ipotetico.
Ma eccone uno attuale ed effettuato. Lo si trova
nel "notiziario straordinario n. 17" (10
settembre 1986) del Consiglio Superiore della Magistratura.
Vi si tratta dell'assegnazione del posto di Procuratore
della Repubblica a Marsala al dottor Paolo Emanuele
Borsellino e dalla motivazione con cui si fa proposta
di assegnargliela salta agli occhi questo passo:
"Rilevato, per altro, che per quanto concerne
i candidati che in ordine di graduatoria precedono
il dott. Borsellino, si impongono oggettive valutazioni
che conducono a ritenere, sempre in considerazione
della specificità del posto da ricoprire
e alla conseguente esigenza che il prescelto possegga
una specifica e particolarissima competenza professionale
nel settore della delinquenza organizzata in generale
e di quella di stampo mafioso in particolare, che
gli stessi non siano, seppure in misura diversa,
in possesso di tali requisiti con la conseguenza
che, nonostante la diversa anzianità di carriera,
se ne impone il "superamento" da pane
del più giovane aspirante".
Per far carriera
Passo che non si può dire un modello di prosa
italiana, ma apprezzabile per certe delicatezze
come "la diversa anzianità", che
vuoi dire della minore anzianità del dottor
Borsellino, e come quel "superamento",
(pudicamente messo tra virgolette), che vuoi dire
della bocciatura degli altri, più anziani
e, per graduatoria, più in diritto di ottenere
quel posto. Ed è impagabile la chiosa con
cui il relatore interrompe la lettura della proposta,
in cui spiega che il dottor Alcamo -che par di capire
fosse il primo in graduatoria - è "magistrato
di eccellenti doti", e lo si può senz'altro
definire come "magistrato gentiluomo",
anche perché con schiettezza e lealtà
ha riconosciuto una sua lacuna "a lui assolutamente
non imputabile": quella di non essere stato
finora incaricato di un processo di mafia. Circostanza
"che comunque non può essere trascurata",
anche se non si può pretendere che il dottor
Alcamo "piatisse l'assegnazione di questo tipo
di procedimenti, essendo questo modo di procedere
tra l'altro risultato alieno dal suo carattere".
E non sappiamo se il dottor Alcamo questi apprezzamenti
li abbia quanto più graditi rispetto alta
promozione che si aspettava.
I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale
più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura,
del prender parte a processi di stampo mafioso.
In quanto poi alla definizione di "magistrato
gentiluomo", c'è da restare esterrefatti:
si vuol forse adombrare che possa esistere un solo
magistrato che non lo sia? |
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Beni
confiscati
la realtà di chi lavora sulla confisca e il riutilizzo
dei beni appartenuti alla mafia |
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Storia
e Memoria
Eventi recenti e meno recenti, persone che non possono essere
dimenticate |
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Testimoni
Persone che hanno affrontato le mafie a viso aperto |
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Cittadini
attivi
Il problema delle mafie affrontato quotidianamente |
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Cultura
Storici, giornalisti, scrittori, punti di vista a confronto
con le mafie |
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