Nel nome del figlio.

Intervista a Felicia Bartolotta, madre di Peppino Impastato. Una donna che ha combattuto la mafia dentro casa.
novembre 2002
a cura di Enrico Natoli e Maria Mazzei
Ha collaborato Simona Magazzù
Abbiamo incontrato Felicia Bartolotta nella sua casa a Cinisi, poco distante da Palermo, in una calda mattinata di Luglio. Ci accoglie con semplicità e naturalezza: la nostra emozione si dirada ben presto di fronte a questa donna minuta dal carattere di ferro.
L'intervista che segue è trascritta fedelmente dalla registrazione.


Che cosa vi devo dire… di cose da raccontare ne avrei… ho incontrato la sorella di Borsellino con il marito pure; ci siamo salutate, l'ho ringraziata e le ho detto: dobbiamo lottare, si deve lottare per vincere. L’unione fa la forza.
La mafia, quando ci sono le manifestazioni... (fa un gesto come per dire: abbassa la testa, ndr) … questo popolo non ha coscienza di niente, niente proprio...
adesso è un momentaccio, stanno ricominciando a tirar fuori la testa... non tutti però.
Con il film quando è venuto il regista, gli ho detto di fare come dicevo. Noi altri di politica non ne volevamo sapere (perché Peppino ha cominciato a 15 anni) la politica lasciamola stare, raccontiamo la storia di Peppino all’interno della famiglia e ci sono riuscita.

mi hanno domandato: "Perché non si trasferisce?" e io non mi posso trasferire in un altro paese: prima di tutto perché ho tutto qua: la casa qua, mio figlio ha il lavoro qua e poi devo difendere mio figlio.

Insomma lei è un esempio come donna come cittadina come madre, dove ha trovato tutta questa forza?

Non lo so, mio figlio mi disse vai avanti e vado avanti, Peppino mi dice vai avanti e io vado avanti e quando mi vengono a trovare mi pare un ricostituente, mi danno più forza. Mi chiedono hai appetito, che cosa vuoi mangiare e io: ma niente. Mangio un poco di riso bollito alle 11:00.

Poi fecero il film di Borsellino qui a Cinisi, mio figlio (Giovanni, ndr) mi ha detto se tu ti trattieni a guardare il film la gente di ca non ti lascia perché ci tengono di cuore. "La mamma di Peppino, la mamma di Peppino!" tornarono tutti, di certo mi manca tutto però la soddisfazione ce l’ho di tutta questa gente, mi hanno dato tanto di forza tanto di coraggio.

Quando mio figlio mi ha detto c’è questo ragazzo che è di fuori mi pare di Palermo, guarda che pernotta qua; ho detto subito a Felicetta prepara la stanza: dormirà nella stessa stanza di Peppino, nello stesso letto e al fianco ci dormiva Giovanni.

In questi 24 anni ha pensato mai di lasciar perdere?

No!! No, no e mi hanno domandato: "Perché non si trasferisce?" e io non mi posso trasferire in un altro paese: prima di tutto perché ho tutto qua: la casa qua, mio figlio ha il lavoro qua e poi devo difendere mio figlio.
Mi domandavano come hai potuto fare con quell’uomo davanti (Tano badalamenti, ndr).

Mi dispiace, ho risposto che fu proprio lui la causa della morte di mio figlio. Per mezzo di televisione fu questa cosa, e c’era la sorveglianza, l’avvocato pure. (Felicia Bartolotta si riferisce qui all’udienza in Tribunale quando accusò Gaetano Badalamenti dell’omicidio del figlio; il boss di Cinisi era collegato in video conferenza e lei lo accusa guardandolo negli occhi, ndr) E poi non si fanno questi omicidi così terribili, fu un omicidio orribile: l’hanno smantellato. Prima cominciarono a dargli botte in testa con una pietra, lo imbavagliarono e poi lo portarono sul binario. E quello che ci fu dopo! Nascosero tutto, carabinieri e mafia tutti d’accordo, politici pure tutti d’accordo. Tutti. E ci fecero una figura i carabinieri di Terrasini! Una figura!

Combattere 20 anni per ottenere verità e giustizia, quando poi nessuno le ridarà suo figlio. Perché questa battaglia?
C’è stato Umberto Santino che mi ha dato veramente la forza, che è stato un grande uomo: ha fatto di tutto! Poi ci fu l’Antimafia, quella di ora, perché quella di prima… l’Antimafia di ora si è interessata. Infatti è successo che io ero uscita dall’ospedale da una settimana e arriva un telegramma per Bartolotta Felicia (la convocazione per testimoniare in tribunale, ndr), io dico che non è il mio, che è di mia cugina e invece era mio: mi sono alzata con tutta la gamba appena operata, ero piena di piaghe, ho chiamato il medico e gli ho detto fammi subito la medicazione; lui ha risposto che me l’aveva fatta il giorno precedente e io gli ho detto che me la doveva fare subito.

Lui mi ha chiesto ma perché dove devi andare e io, a Palermo. Ma lei è pazza, mi dice, come fa? Mi sono messa il pannolino per non sporcare l’abito, perché questi dall’Antimafia volevano parlare con la mamma di Peppino Impastato. E sono andata anche con il girello perché l’importante era che fossi a posto di memoria e così mi hanno portato.

I delitti come quello di suo figlio, che rimangono impuniti per anni, sono dimenticati dalla gente comune, rimangono dei buchi neri solo per i familiari. E’ stato così anche per lei?
A Cinisi certamente che se lo sonno dimenticato! Dopo 24 anni, mi dicono, chi glielo fa fare; perché ci fu una manifestazione importante, con molta gente e tanti giovani; c’erano i compagni di Peppino, qualche amico, ma di Cinisari… ma che vanno a fare dopo 24 anni? Io non sento dolore, sento la forza.

E adesso per lei è diverso, alla fine di questo processo (con le condanne per mandanti ed esecutori, del maggio scorso, ndr)?
Pi mia sì! È cambiato e ho fiducia, in questi che vennero qua. Ma adesso dice che Lumia non c’è più, … c’è sempre, ne fa parte ma non è più come prima.
Ma ho fiducia perché si è interessato. Sì, sì. I primi no.

Quindi l’ultima manifestazione è stata la più grande?

Terribile! Mamma mia come arrivavano! E gridavano: "Felicia!!!". E poi ci fu la seconda, che gridavano: "Felicia, Siciliana"; appena corsa fuori, un mondo ce n’era! E loro: "Ti sei scagliata contro la mafia!"

Lei si è sentita isolata in paese? E chi le ha dato sostegno e forza?

Sì, mi sono sentita isolata. Mi ha sostenuta Umberto Santino. Appena hanno ammazzato mio figlio si è presentato lui con la moglie, sì sì, un coraggio forte. È un grande uomo! È intelligente, bravo. … Ha fatto come un parente, meglio di un parente.

La sua vita di tutti i giorni com’era qui in paese, dopo che hanno ammazzato suo figlio? I vicini di casa, i parenti?
Niente, non si interessavano di niente. Adesso vanno capendo qualche cosa.

E lei aveva la tentazione di mollare?

No, Di lasciare perdere? No!
Da principio sì, non mi volevo costituire parte civile. All’inizio. Dicevo a Giovanni: devi fare parlare me, perché mi arrivava voce che volevano uccidermi l’altro figlio. E io quindi avevo paura. Giovanni, gli dicevo, non parlare, fai parlare me. Ma lui non mi dava retta.

Mi portarono un giorno due avvocati, uno di qua e uno di là e mi chiesero: ma lei perché non si vuole costituire? Io sono padrona di me stessa, se non mi voglio costituire non mi costituisco. E uno degli avvocati mi diceva: ma lei si deve costituire, perché in questo modo infanga la memoria di suo figlio, perché suo figlio lo hanno fatto passare come terrorista. Io gli dissi immediatamente: allora mi costituisco parte civile, subito. Portami a Palermo, dissi a mio figlio, subito, senza perdere tempo.

Adesso che c’è una verità giudiziaria, che cosa è cambiato per lei?

Per me, ora qualcosa è cambiato, ho avuto delle soddisfazioni sono un po’ più diversa, un po’ più tranquilla, un po’ più contenta, ebbi la soddisfazione di…

Quindi lei ha sempre conservato la speranza?

Si da principio no, ero troppo triste troppo.. avevo paura. Io non ho ancora il telefono in casa, non ho il telefono. Mio figlio mi portò il telefono ma io gli dissi no, per non ricevere telefonate anonime. A mia nuora arrivavano telefonate anonime di notte, ed io il telefono niente con questa gente no. Erano le mogli, ma lei sapeva rispondere e al telefono diceva venite qua che parliamo direttamente.

Questi ragazzi (del forum sociale antimafia di Cinisi, ndr) stanno lavorando bene?
Lo sai è venuta una ragazza della Calabria con suo fratello, e ha voluto fotografie.. certe cose ma non so per quale motivo. Poi vennero altre ragazze, una era la moglie di un chirurgo, un’altra una psicologa e un’altra era un’insegnante e mi portarono un libro. …….. erano delle ricerche … che stanno espropriando le cose per fare giocare i bambini, per gli anziani, per i tossicodipendenti, per queste cose. Gli dobbiamo levare tutto! Questo è l’agire delle donne non come qua che mi dicono chi te lo fa fare, si fanno i fatti loro. E, infatti, Rita (Borsellino, ndr) me lo disse: “che si fanno i fatti loro?” Certo! Questo è il parlare di Cinisi.

Ma lei ha conosciuto Borsellino?

Ero appena uscita dall’ospedale, mi ero operata ed ero fasciata, e ho detto ma io devo andare. C’era Caponnetto, aveva l’intervista che avevo rilasciato io; c’era un divano così ed era presente anche Borsellino (il giudice) e un altro collega seduto e Caponnetto mi fece delle domande e Borsellino mi disse: "Senta signora lei come può fare a sapere che c’è una tavola rotonda... Sì, e’ un’azienda che comanda, è una scuola che comanda; il professore, il capo dell’azienda, noi altri abbiamo il capo a Cinisi ed è Badalamenti. Ma devo dirle una cosa..

Borsellino mi stuzzicava, voleva sapere che cosa era andato a fare mio marito in America, e io glielo ho detto: fu una punizione che voleva dare alla famiglia che s’immaginava che io proteggessi mio figlio, e poi per dare la soddisfazione a Badalamenti e poi non so se cercò protezione per il figlio questo non lo so. Allora Borsellino si rivolse all’altro collega, gli disse: senti lo sai che cosa fecero? Facciamolo andare in America, pensarono, e noi altri facciamo quello che dobbiamo fare: ammazzarlo.

Borsellino.. c’è l’ho davanti agli occhi appena uscita dall’ospedale; arrivavano telefonate dei carabinieri che chiedevano se io sarei sopravvissuta perché sono stata una settimana in coma a causa delle botte che mi davo in testa. Mi venne un’emorragia celebrale, avevo due ematomi così mi hanno operato e mi hanno aggiustato la testa meglio di come l’avevo prima. Le dico che mi hanno messo le rotelle in movimento. Con le stampelle sono andata in Tribunale.

Oltre a Rita Borsellino è in contatto con altri familiari di vittime di mafia?

Con Claudio Fava mi sono incontrata, è stato qui una giornata intera. Lui viene spesso a trovarmi. Con altri no perché io sono a Cinisi, con Chinnici eravamo in buoni rapporti. Io dicevo a Giovanni: finché c’è questa gente, Falcone, per esempio, che si interessava andando in America ad interrogare, Cinnici, Borsellino, Dalla Chiesa noi ci sentivamo protetti.

Quando hanno ammazzato tutti questi, io dissi a Giovanni: siamo in mezzo alla strada, ora. Ma con l’aiuto della buona gente siamo arrivati. Quanta fatica, tanta disperazione e paura.

Giovanni vieni presto, Giovanni fammi il piacere. Ci fu una manifestazione in un paese qui vicino, forse Montelepre, e chiamarono Giovanni perché a lui lo chiamano tutti. Io gli dissi vedi che tu a mezza notte devi rientrare, fammi la cortesia. Allora arriva la mezza notte e Giovanni non si presenta, va bene dissi siamo nel mese di Maggio.. viene l’una e Giovanni non si presentava, poi le due e i capelli si fecero così, mamma mia! Venne Concetta che mi disse che Giovanni aveva telefonato e che potevo stare tranquilla ma io le dissi per carità. Insomma si fecero le quattro e come faccio io ora? Stavo morendo e poi sento arrivare la macchina e allora tirai un sospiro di sollievo. Senza fare vucciria in mezzo alla strada gli dissi: tu vai a letto ma queste cose non le devi più fare, tu quando è ora devi tornare perché io stavo andando dal Maresciallo, io ero spaventata.

Ci racconta la cosa che si porta dentro più volentieri di suo figlio Giuseppe?

Di mio figlio? Fu buttato fuori di casa e io lo facevo rientrare, gli procuravo un’altra casa di fronte alla mia, gli preparavo tutto … Quando tornai a casa dissi a mio marito: mi fai pietà, e ci guardavamo negli occhi tutti e due.

Io lo sapevo, lo immaginavo che aveva la morte di sopra mio figlio. Mio marito fu ammazzato, non fu incidente. Mi domandano: fu un incidente? Da principio non mi fecero parlare, però era tutto col punto interrogativo e io ho capito che avevano combinato tutto. Borsellino mi disse: hanno combinato tutto. Ma certo! La donna non ha colpa; la donna sentì un botto, come quando cade un sasso, un sacco o una valigia. E si fermò. E trovò mio marito morto a terra in lago di sangue. Mio marito fu ammazzato.
Mio figlio non lo potevano ammazzare finché era vivo mio marito. Perché mio marito diceva a questo signore: dovete ammazzare me e non mio figlio. Questo fu il colloquio. Per una settimana ci fu questo colloquio.

Come moglie lei era a conoscenza dei discorsi che suo marito faceva con altri mafiosi?
No, no, no! Io non ci avevo a che fare. Solo che dissi a mio marito - quando cominciai a capire – perché mio marito non mi dava confidenza: vedi che io latitanti in casa non ne voglio. Guarda che è un amico, mi disse lui. Può essere anche mio padre, dissi io, ma queste cose fuori di casa.

Non conosco mogli di mafiosi, non ne conosco proprio! Conoscevo questo signore, dal quale mi portavano con la forza, perché io non ci volevo andare. Si trattava di Badalamenti, che abitava a cento passi, qui vicino.
Vestiti, mi diceva mio marito. Ma io mi rifiutavo. Ogni tanto una donna deve farsi sentire… questo è il ricordo che io ho. Proprio questo; e siccome sono da sola, io ripasso con la testa, e faccio domanda e risposta. Il cervello lavora troppo ed è per questo motivo che il medico mi manda da un ospedale all’altro. Non sono stanca ancora!

Vedi trent’anni gli hanno dato, non solo e la prefettura di Palermo ci manda a dire senza fare funerali e senza portarlo …. Una vergogna (parla di Vito Palazzolo, il primo condannato, ndr) perché siccome era malato grave gli fecero scontare il carcere a casa sorvegliato dai carabinieri, ma una vergogna. Ma da me sono venute le persone di cultura, la gente che mi ha dato tanto onore, ragazzi come voi, come Angelo (il nostro accompagnatore, del Forum Sociale Antimafia, ndr).

Giovanni sa che siete qui? No? Allora ci dovete passare. Io gli ho detto che tutte le persone che vengono da me poi le rimando da lui. Non a casa ma al negozio. Ho detto una volta a Giovanni: vedi che devono venire almeno una cinquantina di ragazzi da fuori. Verranno a casa mia e dopo verranno da te e tu gli dovrai fare festa. E lui entrava ed usciva dal negozio …

Mi piace la campagna alberata, quella che è vicino a Palermo. Da quando sono stata operata mi manca l’ossigeno. Mia cognata mi ha proposto di andare in campagna qualche tempo, ma io ho risposto di no, perché qui la porta deve rimanere aperta, ogni giorno. Ora ci sono le ferie e le ferie se le prendono per venire in Sicilia. Sono venuti addirittura gli sportivi con le biciclette! Sono venuti anche i partigiani, della provincia di Bologna, di quel paese che mi ha dato la cittadinanza.

Signora, lei ci dà tantissimo con questa testimonianza; cosa chiede in cambio a noi?
A voi altri ragazzi chiedo di lottare, questo vi chiedo. Di lottare. L’unione fa la forza.

Ci proviamo.

Proviamoci!

Le prima diceva di trovarsi tra l’incudine e il martello, tra suo marito e suo figlio. Era così?
Sì, a volte. Tragedie ne facevano contro mio figlio… per il fatto di essere contro i mafiosi. Tragedie ne facevano a casa, il teatro. Una volta mio marito si tirò la tovaglia con tutti i piatti.

Lei difendeva suo figlio perché era d’accordo con le sue idee o perché era suo figlio?
L’uno e l’altro…

Quindi anche lei prendeva posizione?

E sì. Io ho 86 anni e mia madre mi parlava di questa vecchia mafia. E così io ne parlavo con Giuseppe e gli dicevo di stare attento, quando Giuseppe cominciò con il giornale.
E mio fratello mi disse: e ora come ti metti con tuo marito? E dissi a Giuseppe: che stai facendo? Ma tu la notte non dormi? Ma sì, sai … mi disse. Ma che scrivi? Devi stare attento, tu lo sai a che famiglia appartieni? Non mi mettere in questi guai. Non ti preoccupare, mi rispondeva. Calmo, lui era calmo.

Aveva tutta l’attrezzatura, microfoni, macchina da scrivere. Altre volte gli ho nascosto i libri. E’ inutile che mi nascondi i libri, mi disse. La mafia ha una storia, ci sono i libri, e i giornali che ne parlano, mettitelo in testa, mi diceva. Che dovevo fare? Ma ero anche contro la mafia. Ero da una parte e dall’altra.

Amavo mio figlio, sì, perché era in pericolo, era dalla parte della cosa giusta. La cosa giusta non come la intendono i Cinisari! Gli amici lo invitavano ada andare al mare, ma lui faceva i volantini, organizzava i comizi. Non aveva paura Giuseppe. Ma se si affacciano con una pistola ti ammazzano, gli dicevo.
Il mio cuore è stato troppo forte. Mi hanno messo dentro un forno, dalla testa fino a qua. Mi hanno fatto la tac. Lasciatemi stare, gli ho detto.

Ci racconta dei primi comizi di Peppino?

Mio marito era tremendo. Quando tornava mio marito mi prendevano i brividi. Peppino cominciò a fare i comizi a 17 anni. Una volta mio marito mi volle portare fuori e io sapevo che Peppino faceva un comizio in piazza, perché avevo visto gli appunti, per questo cercavo di convincere mio marito a cambiare strada per non passsare dalla piazza. Ma mio marito non ne volle sapere: arrivati davanti alla piazza c’era un gran numero di gente attorno al ragazzo, tutta Cinisi era mio figlio, anche se mio marito non se n’era accorto.

Era stupito e ammirava quel giovane che attorno a sé aveva tante persone che lo ascoltavano. Guarda, mi dice, quanto è in gamba quel ragazzo, a quell’età quanta gente ha attorno. E io dissi, Signore aiutami! Perché se si rende conto che è il figlio! Arriviamo a casa e sempre lui diceva che razza di ragazzo, è da ammirarlo! E io dicevo, ma certo! Un mafioso, un giorno, ebbe il coraggio di dire a mio marito: abbasso la mafia.

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