|
L'intervista che segue è stata effettuata a Febbraio
del 2003, in occasione dell'assemblea dell'associazione Libera
e della presentazione della Carovana Nazionale Antimafia.

Vorrei partire da un tuo articolo apparso sulla Repubblica
nel dicembre scorso, in cui mi pare che denunciassi l’assenza
di un movimento antimafia coordinato nella sua lotta.
Attualmente ci sono una serie di iniziative, ma a mio avviso
sono spesso inadeguate rispetto alla situazione che attraversiamo.
Credo che oggi bisognerebbe mettere al centro il problema
delle mafie a livello internazionale, in collegamento con
i processi di globalizzazione.
Per quanto riguarda la nostra realtà, ci troviamo di
fronte a una vera e propria “legalizzazione dell’illegalità”.
Il governo Berlusconi - da questo punto di vista I democristiani
erano un’altra cosa… almeno formalmente rispettavano
le istituzioni, pur mediando con I mafiosi – svolge
una politica in cui gli interessi privati prevalgono sugli
interessi pubblici e impone l’approvazione di leggi
ad personam.
L’illegalità è funzionale al progetto
strategico che hanno in mente e stanno realizzando. Dal punto
di vista istituzionale i nuovi detentori del potere pensano
che essendo stati eletti possono fare quello che vogliono.
Così abbiamo un potere esecutivo personalizzato, che
in pratica coincide con il capo del governo; un potere legislativo
che si limita a ratificare le decisioni dell’esecutivo
e un potere giudiziario costantemente sotto accusa. Siamo
già al di fuori dalla Costituzione, che prevede il
bilanciamento dei poteri.
Anche per quanto riguarda il processo di accumulazione, il
modello di sviluppo economico, si pratica la legalizzazione
dell’illegalità, nel senso che il rientro dei
capitali dall’estero avviene dando enormi garanzie di
segretezza, in pratica premiando chi fa rientrare I capitali.
Poi le opere pubbliche vanno fatte in gran fretta, abolendo
o riducendo i controlli di legalità.
Però, se Berlusconi è un “unicum”
a livello di concentrazione di poteri, la sua azione va letta
all’interno dei processi di legalizzazione dell’illegalità
che avvengono a livello internazionale. Non esiste un’autorità
internazionale, l’Onu è messa da parte, la guerra
è diventata l’unico modo per governare i processi
economici e politici , un modello “normale” di
dominio del pianeta.
Abbiamo di fronte una prospettiva di questo tipo: la guerra
che parte dal centro, dalla superpotenza mondiale, e I terrorismi
che partono dalle periferie. Per cui oggi si inventa Saddam
come nemico pubblico numero uno, lo stesso Saddam che hanno
protetto fino al ’91 quando i curdi e gli sciiti cercavano
di ribellarsi e gli americani li abbandonarono e Saddam li
poté massacrare.
Prima sono partiti con l’Afghanistan, oggi continuano
con l’Iraq, domani toccherà a qualche altro.
Siamo all’interno di una nuova fase dell’imperialismo
in cui l’unica superpotenza rimasta impone la sua forza
e questa è l’unica legge che deve valere. La
legalità internazionale viene accantonata o viene utilizzata
soltanto quando è asservita al potere della forza.
Nell’intervento di stamattina Luciano Violante
affrontava due punti per me importanti. Il primo è
il problema della gestione dell’acqua, e l’altro
riguardante la “forza della persuasione”: se deve
passare un messaggio, bisogna riuscire a farlo convincendo
le persone della validità di questo messaggio.
Sì, però Luciano Violante a un certo punto ha
detto che le mafie sono sempre le stesse, e questo non è
vero. Le mafie si evolvono nel senso che intrecciano –
almeno questa è la mia analisi – continuità
e trasformazione, per cui la signoria territoriale, per esempio,
è un aspetto prestatuale, premoderno; la esercitavano
prima e continuano ad esercitarla pure adesso; al contempo
le mafie si legano ai processi di globalizzazione e modernizzazione
che potremmo definire selvaggi o addirittura criminali. Le
mafie continuano a essere se stesse, però si evolvono,
adattandosi ai tempi e ai contesti.
Per quel che riguarda l’acqua noi abbiamo avuto in Sicilia
un modello di privatizzazione “ante litteram”,
nel senso che fin dalla costituzione dell’unità
d’Italia l’acqua era considerata una risorsa pubblica
però in realtà non veniva gestita come tale,
ed è stata privatizzata dai mafiosi. Ad esempio, la
prima guerra di mafia del 1870, nel monrealese vicino Palermo,
fu suscitata appunto dalle contese per il controllo dell’acqua.
Adesso si va verso una privatizzazione dell’acqua che
viene ridefinita non più come un diritto di tutti ma
come un bene economico. Quindi chi ha i soldi se la compra,
dato che sarà privatizzata, e chi non ha i soldi muore
di sete. Le statistiche ufficiali parlano di un miliardo e
quattrocento milioni di abitanti del pianeta che non hanno
accesso all’acqua. Questo numero andrà aumentando.
I processi di privatizzazione in pratica si rifanno al modello
mafioso.
Se useranno anche la violenza, e non è escluso che
le grandi multinazionali ricorrano anche alla violenza se
ci saranno opposizioni, il modello mafioso sarà utilizzato
“in toto”, perché se c’è qualcosa
che contraddistingue la mafia è l’uso diretto
della violenza, mentre nel modello capitalistico “classico”
l’uso della forza è mediato dall’istituzione-stato.
Quindi è importante che questo problema dell’acqua,
come tutti i problemi che riguardano le risorse del pianeta,
venga visto dal cosiddetto “movimento dei movimenti”
come un terreno su cui ci si scontra con le logiche del capitale
che spesso tendono a coincidere con le logiche delle mafie.
Sulla “forza della persuasione”, io non vedo contrapposizione
tra identità e persuasione, nel senso che dire “no
alla guerra senza se e senza ma” non significa che non
cerchiamo di persuadere e spostare forze su questo terreno.
Identità e persuasione possono benissimo andare d’accordo.
Mentre porre questa distinzione, o addirittura ipotizzare
una contrapposizione, significa che noi, se per esempio c’è
l’avallo dell’Onu e della comunità internazionale,
allora la guerra si può fare.
Io credo che la guerra vada respinta come sistema di regolazione
dei rapporti tra gli stati e tra gli uomini. La guerra “senza
se e senza ma” può benissimo convivere con una
politica di persuasione in cui si cerca di convincere la maggioranza
della popolazione mondiale che non solo questa guerra va evitata
perché non c’è nessuna ragione per farla,
ma che la guerra va evitata in ogni caso e che si può
costruire una convivenza pacifica, in cui i conflitti possano
essere risolti politicamente.
Questo significa riprogettare e rideterminare le istituzioni
internazionali, democratizzare l’Onu e costruire anche
una istituzione centralizzata dell’uso della forza,
perché credo che questa sia ineliminabile, e che faccia
capo non a un singolo stato, non a una singola potenza come
ora gli Stati Uniti, ma a una istituzione superstatuale.
Quali sono le attività attuali del Centro Impastato?
Il Centro svolge una serie di attività che sono quelle
storiche per cui è nato: attività di ricerca,
di educazione nelle scuole, la collaborazione con altre strutture
che operano sul territorio, per esempio tra le ultime cose
che abbiamo fatto è sostenere le lotte dei senza casa,
anche con la proposta che i beni confiscati ai mafiosi vengano
utilizzati per dare un tetto ai senzacasa.
Abbiamo sempre cercato di coniugare la radicalità di
Peppino Impastato (Impastato è l’unico esempio
nella storia delle lotte alla mafia, che cominciano nell’800,
di figlio e nipote di mafiosi che rompe a cominciare dalla
sua stessa famiglia) con la costruzione di un ampio schieramento,
soprattutto mirando al coinvolgimento degli strati popolari.
Da questo nasce sia il lavoro che abbiamo fatto nelle scuole
che quello con i centri sociali. Noi riteniamo che il movimento
antimafia deve essere un movimento di massa, non può
essere un movimento elitario, dettato soltanto da spinte etiche,
anche se queste sono importanti.
Per essere movimento di massa, deve cercare di dare risposte
concrete ai bisogni delle masse popolari. Per esempio, ai
bisogni dei senzacasa e ai bisogni di chi cerca lavoro. L’uso
sociale dei beni confiscati ai mafiosi può offrire
delle possibilità. E’ tutto il movimento antimafia
che a mio avviso va ripensato, perché si è chiusa
la fase della grande emotività legata alla reazione
alle stragi del ’92 e del ’93. Adesso bisogna
costruire un progetto che, per prima cosa, tenga conto del
quadro politico, della “legalizzazione dell’illegalità”,
per cui molte iniziative che si fanno in nome dell’educazione
alla legalità sono a mio avviso pura retorica, non
tengono conto del contesto che si è determinato negli
ultimi anni.
E il movimento antimafia deve porre al centro il problema
del rapporto tra mafia e politica che non va delegato ai magistrati,
ma come faceva il movimento contadino va posto come problema
fondamentale, perché senza la politica la mafia sarebbe
soltanto un fenomeno criminale.
|