Peppino Impastato venticinque anni dopo
Le iniziative del Forum Sociale Antimafia per ricordare Peppino Impastato e rinnovare l'impegno antimafioso.
Cinisi, 9-11 maggio 2003
intervista di Enrico Natoli


L'intervista che segue è stata effettuata a Febbraio del 2003, in occasione dell'assemblea dell'associazione Libera e della presentazione della Carovana Nazionale Antimafia.


Vorrei partire da un tuo articolo apparso sulla Repubblica nel dicembre scorso, in cui mi pare che denunciassi l’assenza di un movimento antimafia coordinato nella sua lotta.
Attualmente ci sono una serie di iniziative, ma a mio avviso sono spesso inadeguate rispetto alla situazione che attraversiamo. Credo che oggi bisognerebbe mettere al centro il problema delle mafie a livello internazionale, in collegamento con i processi di globalizzazione.

Per quanto riguarda la nostra realtà, ci troviamo di fronte a una vera e propria “legalizzazione dell’illegalità”. Il governo Berlusconi - da questo punto di vista I democristiani erano un’altra cosa… almeno formalmente rispettavano le istituzioni, pur mediando con I mafiosi – svolge una politica in cui gli interessi privati prevalgono sugli interessi pubblici e impone l’approvazione di leggi ad personam.

L’illegalità è funzionale al progetto strategico che hanno in mente e stanno realizzando. Dal punto di vista istituzionale i nuovi detentori del potere pensano che essendo stati eletti possono fare quello che vogliono. Così abbiamo un potere esecutivo personalizzato, che in pratica coincide con il capo del governo; un potere legislativo che si limita a ratificare le decisioni dell’esecutivo e un potere giudiziario costantemente sotto accusa. Siamo già al di fuori dalla Costituzione, che prevede il bilanciamento dei poteri.

Anche per quanto riguarda il processo di accumulazione, il modello di sviluppo economico, si pratica la legalizzazione dell’illegalità, nel senso che il rientro dei capitali dall’estero avviene dando enormi garanzie di segretezza, in pratica premiando chi fa rientrare I capitali. Poi le opere pubbliche vanno fatte in gran fretta, abolendo o riducendo i controlli di legalità.

Però, se Berlusconi è un “unicum” a livello di concentrazione di poteri, la sua azione va letta all’interno dei processi di legalizzazione dell’illegalità che avvengono a livello internazionale. Non esiste un’autorità internazionale, l’Onu è messa da parte, la guerra è diventata l’unico modo per governare i processi economici e politici , un modello “normale” di dominio del pianeta.

Abbiamo di fronte una prospettiva di questo tipo: la guerra che parte dal centro, dalla superpotenza mondiale, e I terrorismi che partono dalle periferie. Per cui oggi si inventa Saddam come nemico pubblico numero uno, lo stesso Saddam che hanno protetto fino al ’91 quando i curdi e gli sciiti cercavano di ribellarsi e gli americani li abbandonarono e Saddam li poté massacrare.

Prima sono partiti con l’Afghanistan, oggi continuano con l’Iraq, domani toccherà a qualche altro. Siamo all’interno di una nuova fase dell’imperialismo in cui l’unica superpotenza rimasta impone la sua forza e questa è l’unica legge che deve valere. La legalità internazionale viene accantonata o viene utilizzata soltanto quando è asservita al potere della forza.

Nell’intervento di stamattina Luciano Violante affrontava due punti per me importanti. Il primo è il problema della gestione dell’acqua, e l’altro riguardante la “forza della persuasione”: se deve passare un messaggio, bisogna riuscire a farlo convincendo le persone della validità di questo messaggio.
Sì, però Luciano Violante a un certo punto ha detto che le mafie sono sempre le stesse, e questo non è vero. Le mafie si evolvono nel senso che intrecciano – almeno questa è la mia analisi – continuità e trasformazione, per cui la signoria territoriale, per esempio, è un aspetto prestatuale, premoderno; la esercitavano prima e continuano ad esercitarla pure adesso; al contempo le mafie si legano ai processi di globalizzazione e modernizzazione che potremmo definire selvaggi o addirittura criminali. Le mafie continuano a essere se stesse, però si evolvono, adattandosi ai tempi e ai contesti.

Per quel che riguarda l’acqua noi abbiamo avuto in Sicilia un modello di privatizzazione “ante litteram”, nel senso che fin dalla costituzione dell’unità d’Italia l’acqua era considerata una risorsa pubblica però in realtà non veniva gestita come tale, ed è stata privatizzata dai mafiosi. Ad esempio, la prima guerra di mafia del 1870, nel monrealese vicino Palermo, fu suscitata appunto dalle contese per il controllo dell’acqua.

Adesso si va verso una privatizzazione dell’acqua che viene ridefinita non più come un diritto di tutti ma come un bene economico. Quindi chi ha i soldi se la compra, dato che sarà privatizzata, e chi non ha i soldi muore di sete. Le statistiche ufficiali parlano di un miliardo e quattrocento milioni di abitanti del pianeta che non hanno accesso all’acqua. Questo numero andrà aumentando. I processi di privatizzazione in pratica si rifanno al modello mafioso.

Se useranno anche la violenza, e non è escluso che le grandi multinazionali ricorrano anche alla violenza se ci saranno opposizioni, il modello mafioso sarà utilizzato “in toto”, perché se c’è qualcosa che contraddistingue la mafia è l’uso diretto della violenza, mentre nel modello capitalistico “classico” l’uso della forza è mediato dall’istituzione-stato.

Quindi è importante che questo problema dell’acqua, come tutti i problemi che riguardano le risorse del pianeta, venga visto dal cosiddetto “movimento dei movimenti” come un terreno su cui ci si scontra con le logiche del capitale che spesso tendono a coincidere con le logiche delle mafie.

Sulla “forza della persuasione”, io non vedo contrapposizione tra identità e persuasione, nel senso che dire “no alla guerra senza se e senza ma” non significa che non cerchiamo di persuadere e spostare forze su questo terreno. Identità e persuasione possono benissimo andare d’accordo. Mentre porre questa distinzione, o addirittura ipotizzare una contrapposizione, significa che noi, se per esempio c’è l’avallo dell’Onu e della comunità internazionale, allora la guerra si può fare.

Io credo che la guerra vada respinta come sistema di regolazione dei rapporti tra gli stati e tra gli uomini. La guerra “senza se e senza ma” può benissimo convivere con una politica di persuasione in cui si cerca di convincere la maggioranza della popolazione mondiale che non solo questa guerra va evitata perché non c’è nessuna ragione per farla, ma che la guerra va evitata in ogni caso e che si può costruire una convivenza pacifica, in cui i conflitti possano essere risolti politicamente.

Questo significa riprogettare e rideterminare le istituzioni internazionali, democratizzare l’Onu e costruire anche una istituzione centralizzata dell’uso della forza, perché credo che questa sia ineliminabile, e che faccia capo non a un singolo stato, non a una singola potenza come ora gli Stati Uniti, ma a una istituzione superstatuale.

Quali sono le attività attuali del Centro Impastato?
Il Centro svolge una serie di attività che sono quelle storiche per cui è nato: attività di ricerca, di educazione nelle scuole, la collaborazione con altre strutture che operano sul territorio, per esempio tra le ultime cose che abbiamo fatto è sostenere le lotte dei senza casa, anche con la proposta che i beni confiscati ai mafiosi vengano utilizzati per dare un tetto ai senzacasa.

Abbiamo sempre cercato di coniugare la radicalità di Peppino Impastato (Impastato è l’unico esempio nella storia delle lotte alla mafia, che cominciano nell’800, di figlio e nipote di mafiosi che rompe a cominciare dalla sua stessa famiglia) con la costruzione di un ampio schieramento, soprattutto mirando al coinvolgimento degli strati popolari. Da questo nasce sia il lavoro che abbiamo fatto nelle scuole che quello con i centri sociali. Noi riteniamo che il movimento antimafia deve essere un movimento di massa, non può essere un movimento elitario, dettato soltanto da spinte etiche, anche se queste sono importanti.

Per essere movimento di massa, deve cercare di dare risposte concrete ai bisogni delle masse popolari. Per esempio, ai bisogni dei senzacasa e ai bisogni di chi cerca lavoro. L’uso sociale dei beni confiscati ai mafiosi può offrire delle possibilità. E’ tutto il movimento antimafia che a mio avviso va ripensato, perché si è chiusa la fase della grande emotività legata alla reazione alle stragi del ’92 e del ’93. Adesso bisogna costruire un progetto che, per prima cosa, tenga conto del quadro politico, della “legalizzazione dell’illegalità”, per cui molte iniziative che si fanno in nome dell’educazione alla legalità sono a mio avviso pura retorica, non tengono conto del contesto che si è determinato negli ultimi anni.

E il movimento antimafia deve porre al centro il problema del rapporto tra mafia e politica che non va delegato ai magistrati, ma come faceva il movimento contadino va posto come problema fondamentale, perché senza la politica la mafia sarebbe soltanto un fenomeno criminale.

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