Cittadini, sveglia!

Intervista a Silvana Fucito, presidente dell'associazione antiracket di San Giovanni a Teduccio, Napoli, in occasione della sua nomina a "Personaggio dell'anno 2005 in Europa" da parte della rivista Time.
dicembre 2005
di Maria Mazzei
Il fatto è che loro sono forti della nostra paura. Nel momento in cui noi non abbiamo più paura, loro sono niente, sono poca cosa.
Signora Fucito, l’abbiamo incontrata a Gela in occasione dell’assemblea della FAI. Abbiamo sentito la sua testimonianza, le chiediamo di raccontare di nuovo cosa le è successo e come è cambiata la sua vita da allora ad oggi.

Avevo un’azienda e la camorra me l’ha distrutta. Non ha distrutto solo un’azienda, ma trent’anni di lavoro. E’ come se ci avessero tolto una parte della nostra vita, ora c’é un vuoto nella nostra memoria perché non è facile portare avanti un’azienda. L’abbiamo fatta crescere col nostro lavoro, col sacrificio fisico e morale. Avevamo fatto veramente un salto di qualità sulla nostra pelle,senza chiedere nulla a nessuno. E poi a un certo punto ti distruggono tutto.

E' come se per noi adesso trent’anni della nostra storia fossero stati cancellati. Ci è venuta tanta rabbia, però è stata rabbia positiva, non ci siamo messi a piangere, abbiamo reagito ricominciando tutto daccapo. Con sacrifici enormi, momenti di panico, di ristrettezza finanziaria. Ci sono stati momenti in cui io e mio marito non dormivamo perché non sapevamo il giorno dopo come mettere il piatto a tavola.

Abbiamo dovuto chiaramente onorare tutte le nostre firme precedenti, nessuno ci ha abbonato niente, abbiamo dovuto pagare tutto anche se non avevamo più nulla. Avevamo dieci persone a lavorare con noi, non potevamo dire a dieci operai: tornate a casa, perché noi non abbiamo come pagarvi. Abbiamo cercato di non rovinare anche loro.

Sarebbe stato molto più semplice andarcene oppure scendere in strada con le pistole in mano, come fanno loro. Invece abbiamo scelto la strada della rivincita, che oggi dà i suoi frutti, anche se i problemi ci sono anche oggi. Tutto quello che abbiamo accumulato in trent’anni l’abbiamo dovuto vendere, avevamo delle proprietà e le abbiamo vendute. Oggi ho solo questa casa con un mutuo sopra: però ce l’ho fatta.

Solo per questo accetto il premio di Time, perché ho dato dimostrazione di essere una persona che ha sempre lavorato, che vuole continuare a lavorare.

A proposito del premio, che effetto le ha fatto?

Sicuramente mi rende orgogliosa, però tengo a precisare che lo devo dividere con tante persone. Con tutti gli associati antiracket di Napoli che mi hanno aiutata e sostenuta, c’é stato Tano Grasso, l’aiuto morale di tutte le associazioni. Senza di loro avrei avuto più paura. Ci dividiamo sia i momenti brutti che quelli belli. Mi pare doveroso chiamare in causa anche loro, soprattutto quelli che oggi attraversano il momento brutto come è capitato anni fa a me.

Come è nata l’associazione antiracket di San Giovanni a Teduccio, di cui lei è presidente?

E’ stata una sfida, perché San Giovanni è una realtà difficile, non è che ci siano tutte queste aziende... c’é poco lavoro e molta delinquenza. Tanti clan. All’inizio eravamo proprio pochi, perché la maggior parte aveva paura di esporsi. Oggi si stanno aggiungendo tante persone. Siamo partiti in cinque, con l’aiuto del parroco della Chiesa, ci incontravamo in segreto, discutevamo. Poco alla volta siamo diventati un numero cospicuo. Le persone all’inzio erano impaurite, non volevano farsi vedere con me. Ora è diverso, è tutto più facile. Oggi a San Giovanni non ci sono più estorsioni né scippi, hanno capito che devono stare tranquilli.

Come dice Tano Grasso, dove si impianta un’associazione antiracket si libera il territorio. Eppure lo scetticismo è ancora tanto.
Nonostante San Giovanni abbia centinaia di imprenditori e negozianti, noi abbiamo solo quaranta associati. Tutti gli altri vivono di luce riflessa, e questo per il mio carattere è un po’ vergognoso. Tano dice che queste cose non le devo dire, ma io non posso farne a meno. A San Giovanni c’é stato un commerciante che ha avuto la visita della camorra e appena sono entrati lui ha detto: “Io faccio parte dell’antiracket”. Chiaramente si è servito del nostro nome, e va bene così. Ma ci sono tanti commercianti che si sono serviti del lavoro fatto da altri.

Dovremmo essere più uniti perché come al solito c’é chi ha più coraggio e chi è più vigliacco a Napoli. Tano mi rimprovera, mi dice che non posso pretendere che tutti abbiano il mio coraggio. Io non lo sopporto questo, perché se ho avuto coraggio io dovrebbero averlo tutti. Non si ha paura quando tu sei un commerciante da tanti anni, ed entra uno nel negozio e magari ti schiaffeggia perché vuole i soldi? Che dignità è questa? Loro non si vogliono esporre, ma non si vergognano quando gli vanno a chieder ei soldi con le pistole in mano?

Forse siamo tutti più capaci di affrontare i torti che di reclamare i nostri diritti?

Il fatto è che loro sono forti della nostra paura. Nel momento in cui noi non abbiamo più paura, loro sono niente, sono poca cosa. Dovremmo metterci tutti insieme e fare qualcosa per Napoli, per il emridione. Possibile che dobbiamo accettare una città che affonda? All’estero si parla male di Napoli, le mie figlie vanno fuori e le cacciano perché vengono da Napoli. Com’é possibile stare alla finestra e non fare niente?

Spesso leggiamo da commentatori famosi che tutto sommato non c’é un’enorme differenza tra ciò che avviene al sud e al nord in termini di criminalità. Come si fa a spiegare la differenza?

Questo non lo so. Finché ogni singolo non prende coscienza di far rispettare la propria dignità, e finché il singolo non capisce che l’egoismo e l’indifferenza dei cittadini – parlo del meridione, perché conosco questa realtà -, le cose non migliorano. “E’ successo a te, non a me: a me che mi frega?”

Non abbiamo questa unione che ci vorrebbe tra tutti noi. Il rispetto per le nostre cose, per la nostra città. Se vedo che la mia città è sporca, non è la città di qualcun altro, è la mia città. Tutti si aspettano che sia qualcun altro a reagire: ma cominciamo a reagire in prima persona!

Il problema dei giornalisti è legato al risalto che si dà alle notizie. Qui danoi quando c’é uno scippo, ci sono prime pagine, l’interesse di tutti: poi quando succede qualcosa di buono, nessuno ne dice niente. E voglio aggiungere che è vero che l’indifferenza dei cittadini è tanta, ma di quella dei politici ne vogliamo parlare? Pensano solo ai fatti loro, il meridione è abbandonato a se stesso.

A Gela lei disse “Aspettiamo che lo Stato faccia qualcosa, ma lo Stato siamo noi”. La politica campana, le istituzioni che ruolo hanno?

Alla base c’é sempre la mancanza di volontà del cittadino. Il cittadino dovrebbe pretendere alcune cose, che lo Stato si muova, che Comune e Regione si assumano responsabilità. Invece il cittadino subisce qualsiasi cosa, la forza politica si adagia sull’indifferenza del cittadino. Io farei una rivoluzione, da domattina!

Tutta l’Italia meridionale si sposta e va a Roma, voglio vedere se poi non cambiano le cose. Invece qui accettiamo tutto... Ieri sono stata ad un’assemblea della Margherita, c’era anche il sindaco Jervolino. Vedo che parlano, parlano, il problema Napoli lo girano e lo rivoltano, ma poi finita la riunione ognuno se ne va a casa sua e i problemi rimangono ai cittadini. Insomma, bisogna coinvolgersi in prima persona. Io ho pulito il negozio con le mie mani, mica ho aspettato che venisse lo Stato. E dove stava questo Stato, che pensava a me? Mi sono fatta sentire, e questo è diverso. A Napoli invece ci si sa lamentare e basta. Invece bisogna agire.

La sua vita con le persone che incontra com’é cambiata?


Prima fuggivano tutti, avevano paura della mia vicinanza. Ora invece si avvicinano tutti, si congratulano, mi incitano ad andare avanti. Sono vicini, anche se solo spiritualmente: è già qualcosa. All’inizio, quando facevamo le riunioni antiracket a San Giovanni, mandavamo una cinquantina di inviti con lettera, francobolli, ecc. Nessuno veniva. All’ultima riunione ho portato a mano le lettere, non ho speso i soldi per i francobolli e sono venute cinquanta persone.

La cosa sta cominciando a entrare nella mente del commerciante: alla fine stare con noi conviene. Non hanno più scippi. Si potrebbe organizzare una festa a San Giovanni, coinvolgere tutti, un’apertura domenicale con prezzi speciali, insomma i commercianti devono essere motivati. Spero che così facendo si smuovano le cose, che alla prossima riunione i commercianti diventino cinquantuno!
Io non ho secondi fini, tolgo tempo alla famiglia e al lavoro, ma credo in quello che faccio.

Sempre a Gela disse che al processo avrebbe guardato dritto negli occhi chi le ha bruciato il negozio. E’ andata così?

No, non l’ho potuto fare. Perché mi sono accorta di vergognarmi. Ma non di me: di loro, perché erano in una situazione troppo imbarazzante, mi sono vergognata io per loro. Non dico che mi facevano pena, ma erano poca cosa loro. Mi sembrava di umiliarli. In tribunale non ero sola, c’erano le istituzioni, gli amici dell’antiracket. Loro erano soli.

A che punto è il processo?

Sono andata a deporre a settembre, ma non c’erano le stenotipiste perché nessuno le pagava. Il cancelliere, una donna, ha trascritto tutto a mano, fino a che non le sono venuti i crampi.

La decisione della denuncia è stata presa collettivamente dalla sua famiglia. Questo forse è il dato più dirompente della sua vicenda. Di fronte alla tradizionale “forza” delle famiglie mafiose, al loro “codice d’onore”, la sua famiglia ha opposto un modello da prendere ad esempio.


Io ho tre figlie, mio marito e i fidanzati delle mie figlie. Una decisione simile doveva esser presa nel rispetto di tutti i componenti della famiglia, perché non sapevamo a cosa saremmo andati incontro. Potevano anche essere situazioni di grosso imbarazzo. Ho chiesto consiglio e adesione alla mia figlia più grande di ventun anni, ai miei generi. Io e mio marito non avremmo imposto nulla a nessun componente della nostra famiglia.

Lei definisce la sua esperienza normale. Quanto costa questa normalità?

La mia vita attuale è molto più ricca. Ho perso qualche amico, ne ho acquistati tanti altri. La scorta fa parte della mia famiglia. Momenti di ozio non ne ho più. Lavoro più di prima perché devo recuperare trent’anni. Sono più motivata.

Col passare del tempo la denuncia si è rivelata una scelta giusta, magari si dimenticano anche i momenti più difficili.

Se lei incontrasse un suo collega che ha appena subito un incendio, quale sarebbe il suo consiglio?


Potrei solo dirgli di tenere duro, di basarsi solo sulle sue forze. Se ce l’ho fatta io, ce la può fare chiunque. Bisogna solo avere voglia di combattere. Ci son stati davvero momenti tragici per noi, ma questi momenti si superano con la volontà.
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