L'assemblea

Gli addetti ai lavori discutono di obiettivi e strumenti.
23 ottobre 2001
a cura di Maria Mazzei
Si sono riuniti nel pomeriggio i rappresentanti delle associazioni antiracket e antiusura subito dopo l’incontro con un funzionario del Viminale al quale chiedevano spiegazioni della revoca di Tano Grasso a Commissario antiracket.
Esordiscono con una battuta tremenda: “Chi siete?”, domanda il funzionario, “Siamo testimoni di giustizia, rispondono. “Ah, ho capito, collaboratori di giustizia.” L’assemblea ride di rabbia e qualcuno precisa “Sì, ex mafiosi pentiti!!”.
 
Sono delle brave persone queste, che lasciano i propri affari per un impegno sociale in prima linea. Sono i sostenitori di Tano Grasso, sono i suoi frutti, commercianti e imprenditori che si rimboccano le maniche per difendersi e promuovere legalità, gente che organizza da anni nei propri paesi le ronde notturne per scongiurare gli attacchi dei delinquenti e che si scambiano solidarietà nei momenti più critici.
Cominciano a parlare subito di Tano – così lo chiamano tutti, confidenzialmente – di un uomo “che non è mai stato asservito né alla destra né alla sinistra, che non ha mai chiesto a nessuno per che partito votasse; ed è qui che sta la sua forza”, tanto per incominciare.
Tano non è stato rimosso, dice il Presidente della Fai, ripetendo le parole del funzionario, sarebbe stata la stampa che ha messo in giro queste voci. La verità è che a Tano è stato affiancato un Commissario Straordinario (Tano Grasso finora era Commissario Ordinario e Straordinario insieme perché la legge che istituiva il suo ufficio non prevedeva compensi per lui e per i suoi più stretti collaboratori; di qui la doppia nomina). Ma allora, si chiedono, perché il Ministro o chi per lui non ha smentito le voci false della stampa, si chiedono increduli.
 
Testimoni di giustizia che difendono il lavoro di Tano in questi anni perchè lui è uno di quelli che, dicono, “ti risponde al telefono a qualsiasi ora e va dove c’è bisogno. Nessun prefetto l’ha mai fatto, credetemi. Qui oggi ci sono le telecamere; qualche anno fa le facce si sarebbero girate, per paura. E questo lo dobbiamo a Tano”
Sono dense di verità amare e di forza la parole di queste persone. Come quelle di Mario Caniglia, di Scordia, che ammette che “lo stato mi avrebbe dato un sacco di soldi se avessi accettato di lasciare il paese; ma che ci volete fare, io voglio stare dove mi conoscono, dove sono amato. Così, vivo blindato.”

La discussione si allarga, parla Massimo Brutti (DS) che accenna ai passi falsi di questo governo in tema di lotta alla mafia, poi Umberto Santino (del Centro Documentazione Impastato) che ricorda come Tano Grasso sia stato un segnale più importante di Falcone e Borsellino stessi perché questi erano rappresentanti dello stato, mentre Tano è un uomo della società civile; e a seguire un commerciante, coordinatore antiracket di Palazzolo, che precisa di essere lì per difendere Tano e non per difendere un uomo di sinistra.

“Non vorrei che domani la stampa riportasse i nomi di Pecoraro Scanio, di Peppe Lumia e di Brutti. Non voglio che il mio e il nostro impegno sia strumentalizzato; questa battaglia è nostra”.
L’assemblea rumoreggia, qualcuno applaude, altri criticano; alla fine la spaccatura diventa evidente quando entra Peppe Lumia (ex Presidente della Commissione Antimafia) per leggere la mozione che il centro-sinistra presenterà in Parlamento la prossima settimana: la richiesta di chiarimento da parte del governo su questa nomina di Commissario Straordinario e la difesa di Tano Grasso.
L’assemblea si scioglie perché l’appuntamento con il Ministro si avvicina.
 
A noi rimane la soddisfazione di aver dato voce alla parte sana di questo Paese, di averne raccontato le facce e le battaglie ma anche l’amarezza per un epilogo scontato, con il coinvolgimento delle forze parlamentari, quelle dell’opposizione o di maggioranza nono ci importa. La morale è che in questa Italia tutto è politica, anzi tutto è tema di scontro partitico e noi cittadini, noi società civile organizzata, difficilmente riusciamo ad essere protagonisti politici senza l’interfaccia di deputati e senatori.
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