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Tra mafia, pubblici poteri e corruzione
Intervista ad Enzo Guidotto, Presidente dell'Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso: su cosa fa leva la mafia per diventare sempre più potente? |
marzo 2007 (intervista del marzo 2006)
di Ilaria La Commare |
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Il problema è che non esiste un fronte compatto dello Stato nella lotta alla mafia. Esistono poche "punte avanzate" - due per tutti, Chinnici e Dalla Chiesa - e poi c'è una fitta retroguardia popolata da tante personalità insipide o corrotte. Al di fuori delle punte avanzate c'è tanto terreno "scoperto". Una terra di conquista nella quale s'insinuano lesti i tentacoli di quella grande piovra che è la mafia
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Le relazioni del Parlamento, le dichiarazioni dei politici, le parole degli scrittori e le lamentele degli imprenditori delineano i tratti di una mafia che si fa sempre più Stato, anche senza la politica. Dove sta mettendo le mani la mafia adesso, secondo lei, Prof. Guidotto?
La mafia oggi è la più grande azienda italiana, fattura circa cento miliardi all'anno: poco più del 20% del Pil interno lordo del Paese, il doppio del fatturato di Fiat ed Eni, il triplo di quello della Telecom.
Le sue aree strategiche d'affari sono il traffico internazionale di droga, gli appalti, le armi e la prostituzione. Il traffico di droga è una delle punte di diamante perché è straordinariamente redditizio, e giustifica dunque investimenti consistenti: ma la mafia esisteva prima che a qualcuno venisse in mente di commerciare la droga ed esisterà anche quando questo filone diventerà secondario o terziario.
Gli elementi che hanno consentito alla mafia di sopravvivere e di prosperare senza ostacoli sono stati la capacità di adattamento, la flessibilità, la pervasività e l'abilità di svolgere qualsiasi traffico nell'impunità. Garantita dal collegamento con i pubblici poteri e dall'omertà della gente.
Facciamo allora uno zoom sui pubblici poteri: cosa c'è di marcio, a suo avviso?
Non si può pretendere, come disse giustamente Francesca Morvillo, che l'uomo della strada si comporti da eroe e compia una rivolta morale se nelle istituzioni ci sono persone chiacchierate. E che hanno certe frequentazioni che hanno una rilevanza anche di carattere morale e politica, non giudiziaria: in altri termini, non dovrebbe essere necessaria una sentenza definitiva della Corte di cassazione per estromettere un soggetto dalle istituzioni.
Ci sono tre livelli di responsabilità, e quindi di giudizio: il primo è quello morale, e il problema è che negli ambienti istituzionali non c'è una selezione di carattere morale, per cui si va avanti a prescindere dalle magagne. Il secondo criterio è quello politico, che tiene conto della capacità di risolvere i problemi e della compatibilità del comportamento assunto con la funzione pubblica.
Oggi non c'è una selezione politica: una volta si ci si iscriveva a un partito, c'erano le scuole di partito per i giovani, poi si diventava dirigente sezionale e via dicendo. Ma si avanzava nel cursus honorum se nei vari gradini si dimostravano merito e capacità. I sopracitati criteri di selezione sono entrati in crisi tanto tempo fa, e l'unico criterio rimasto è quello giudiziario-penale, visto che in Italia l'azione penale è obbligatoria. Ma quanta verità dei fatti (anche detta "reale") viene fuori durante i processi, traducendosi in realtà processuale? Ben poca.
Quanto è collusa la mafia con i pubblici poteri?
La risposta sta nell'articolo 416 bis, sull'associazione mafiosa. Il cardine della legge antimafia, approvata nel 1982, è l'intimidazione, elevata a capo d'imputazione: la legge parla d'intimidazione derivante dal vincolo associativo, che produce assoggettamento e omertà nei destinatari. Ma c'era una carenza legislativa. Infatti l'innovazione più importante della legge Rognoni-La Torre, che ha integrato il codice penale all'articolo 416 bis, rispetto al 416, è l'enunciazione dei "reati-mezzo" - intimidazione, assoggettamento e omertà - e dei "reati-fine", finalizzati al controllo di attività economiche, autorizzazioni, appalti, etc.
Solo nel 1992 si è integrato questo articolo, sulla base di una legge fatta dopo la morte di Falcone e Borsellino, legge che stabilisce che uno dei reati-fine è quello del condizionamento del consenso popolare del voto. Sono proprio queste ultime parole del 416 bis la conferma ufficiale di come la mafia sia collusa con i pubblici poteri, soprattutto quelli rappresentativi.
Straordinariamente intelligente, fare delle sinergie tra politica, economia e società il proprio cavallo di battaglia...
Sa cosa succederebbe se Provenzano fosse catturato stanotte? Niente. Come niente è successo dopo la cattura di Riina. Pierluigi Vigna, ex procuratore nazionale antimafia, ha denunciato chiaramente come negli ultimi anni, a partire dalle stragi, la mafia sia diventata economicamente potentissima. E di come il potere economico le conferisca potere anche in altri ambiti, si vedano gli intrecci della corruzione e il collegamento coi politici, che è sempre corruzione (come corruzione è il finanziamento illecito dei partiti, l'abuso di ufficio a fini patrimoniali, etc.): quindi non cambierebbe niente. Basti pensare che oggi una delle categorie a più alto tasso d'inquinamento mafioso è quella dei medici. Un problema di valori di fondo, dunque.
Lo Stato saprà essere altrettanto scaltro o continuerà a latitare, facendosene intaccare piuttosto che combatterla?
Il problema è che non esiste un fronte compatto dello Stato nella lotta alla mafia. Esistono poche "punte avanzate" - due per tutti, Chinnici e Dalla Chiesa - e poi c'è una fitta retroguardia popolata da tante personalità insipide o corrotte. Al di fuori delle punte avanzate c'è tanto terreno "scoperto". Una terra di conquista nella quale s'insinuano lesti i tentacoli di quella grande piovra che è la mafia. Il cui liquido di coltura si espande in maniera assai arguta.
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