Intervista a Padre Salvatore Lo Bue

Impegnato da anni sul terreno della legalità e del lavoro, Padre Lo Bue ci racconta la sua esperienza da siciliano che combatte mafie e burocrazia.

marzo 2004
intervista di Enrico Natoli

Padre Lo Bue, si presenti.

Ho fondato più di vent’anni fa una comunità di recupero per tossicodipendenti, e da allora è cominciata l’avventura... ho scelto di farlo in un contesto caratterizzato da una forte presenza mafiosa, Bagheria. Una città una volta bella, scelta dall’aristocrazia siciliana come posto di villeggiatura, e dove vi erano circa trenta ville settecentesche. Di esse sono rimaste solo tre o quattro, il resto è stato fagocitato dal cemento per questa gestione folle e assurda dei gruppi mafiosi.

Bagheria che negli anni ’80 è diventata purtroppo famosa - non per i personaggi di spicco culturale come Renato Guttuso, o Tornatore il regista, o Dacia Maraini e tanti tanti altri – perché era l’epicentro del “triangolo della morte”.

La mattina di Natale dell’82 cinque persone all’uscita dalla messa sono rimaste uccise nella sparatoria tra due macchine che si inseguivano, come nella Chicago degli anni ’30. A Bagheria furono uccise le donne di Marino Mannoia, il chimico della mafia; un senatore della Repubblica; il capo della squadra mobile Ninni Cassarà... e tanti, tanti altri episodi.

A Bagheria è stato recentemente arrestato Pietro Aglieri, che aveva lì il suo covo e oggi continuano gli “arresti eccellenti”, un deputato regionale in carcere da qualche settimana per la vicenda della sanità inquinata da capitali mafiosi... ecco, in questo contesto ho scelto di inziare la lotta alla mafia attraverso la lotta agli spacciatori, che sono espressione diretta della mafia.

Non si trattava di mettere in piedi una comunità qualsiasi, ma una che fosse anche un grido contro i condizionamenti di qualsiasi tipo, contro le fughe nelle droghe, nel disinteresse, nel ripiegarsi su se stessi, nell’abbandono della politica. La mafia capì le nostre intenzioni e infatti abbiamo cominciato ad avere grossissimi problemi, fin dall’inizio.

Si trattava non solo di curare qualche ammalato, di salvare qualche giovane vita, né di togliere clienti agli spacciatori. Si trattava di proporre una visione della vita tutta antitetica a quella proposta dalla cultura della violenza e dell’illegalità.

Da lì abbiamo cominciato un percorso che ci ha portato in varie zone della Sicilia, a Palermo abbiamo un centro che si occupa di vari argomenti, tra cui l’Aids e le donne vittime della tratta.
A Castelvetrano, in provincia di Trapani, abbiamo preso i terreni che appartenevano a capimafia come Bernardo Provenzano e Messina Denaro, tuttora liberi, e lì abbiamo creato il primo prodotto che ha preso il nome di Libera, l’olio extravergine.

E’ una battaglia dura, che continua ancora oggi. Le bottiglie d’olio non sono il segno di una vittoria, ma il segno di una battaglia che ancora continua. Troviamo molta ostilità, molte opposizioni, molto disinteresse. Troviamo una mafia che si trincera dietro la burocrazia per impedirci di ottenere quello di cui abbiamo diritto. Non ci fa una lotta diretta, ma crea delle condizioni per costringerci a desistere, con pressioni anche sul piano finanziario ed economico: quando vengono a mancare i finanziamenti a cui avremmo diritto di accedere, quando non vengono approvati progetti – anche i migliori -, quando non ci danno la possibilità di avere l’igienicità dell’edificio dove pensiamo di fare la molitura e l’imbottigliamento delle olive, e non perché non sia igienico l’edificio, ma perché il comune non provvede all’accatastamento dell’immobile, laddove per questa operazione sono necessari due o tre giorni noi lottiamo da due anni per ottenere quest’accatastamento... è chiaro che c’é qualcosa che non va.

Capitolo dei beni confiscati: nell’ultima riunione del Consiglio dei Ministri del 2003, mentre tutta l’attenzione è posta sul decreto “salva retequattro”, viene deciso di abolire l’Ufficio per la gestione dei beni confiscati alle mafie e passare la gestione all’Ufficio del Demanio. Che impatto ha questa decisione sul vostro lavoro? L’Ufficio del Demanio offre le stesse garanzie dell’Ufficio che esisteva prima?
Gli ostacoli più seri li abbiamo incontrati proprio nell’Agenzia del Demanio. Ancora oggi abbiamo avuto un’assegnazione di fatto, ma giuridicamente fittizia, di una casa di Trapani che apparteneva a un capomafia, dove doveva essere realizzata una struttura di assistenza ai bambini maltrattati. Ma non c’é un verbale giuridicamente valido, non si può chiedere l’allaccio delle utenze perché abbiamo solo un verbale provvisorio che doveva essere sostituito.

Poi si scopre che ancora oggi, quando la prefettura esercita pressioni sul Demanio perché ci faccia la consegna definitiva, c’é un’ipoteca. In questi casi ogni volta c’é una novità, le cose le tirano fuori poco a poco. Che queste persone ora siano gli unici arbitri della situazione per noi è una questione di estrema preoccupazione.

Il rapporto con la cittadinanza nelle zone dove lavorate com’é?

Il rapporto con la cittadinanza che non è inquinata dalla mafia o da una mentalità omertosa è di simpatia. Ma ci sono ancora tanti, troppi che sono indifferenti. Alcuni, magari in maniera amichevole, ci dicono di non provocare, di stare attenti... molti ci hanno sconsigliato di prendere questi terreni, perché i due proprietari sono a piede libero e sono entrambi capimafia.

Il ministro Pisanu ha affermato recentemente che “prenderanno Provenzano in tempi ragionevoli”. Ammesso che si possa ancora parlare di tempi ragionevoli per un latitante da quarant’anni, che sensazione avete quando lo Stato afferma una cosa del genere? E’ una posizione credibile oppure cosa?
Spero non sia soltanto del fumo negli occhi per far capire che si sta lavorando. Spero che vi siano elementi da parte degli organi di polizia sufficienti a portarli a prendere questi grandi latitanti. Però la mia esperienza di siciliano mi dice questo: quando viene arrestato un grande capomafia, avviene soltanto perché il soggetto non è più un capo e viene consegnato dalla mafia vincente. Perché non interessa più all’organizzazione.
Quindi non vorrei che per l’ennesima volta si verifichi ciò che si è verificato in passato.

Si parla ormai da un paio di anni di mafia invisibile, di mafia trasformata. Qual è l’impressione di chi vive tutti i giorni con una realtà “calda”? Questa mafia è davvero più tranquilla e tutta dedita alle operazioni in borsa?
Nel territorio del palermitano e del trapanese non è neanche tanto vero che la mafia sia così invisibile, noi sentiamo il fiato sulla nuca attraverso tante cose... in aggiunta a ciò che dicevo poco fa, se avessimo tempo potrei raccontare tanti episodi che sono il risultato di pressioni mafiose. Noi abbiamo le prove di questa presenza. C’é chi forse non se ne rende conto, perché vive nella sua nicchia, nel suo lavoro e allora non vede o non vuole vedere. Ma chi, come noi, vive a contatto con la burocrazia, si rende conto che ai vertici della burocrazia e delle strutture amministrative siciliane ci sono gli stessi che furono messi parecchi anni fa proprio dalla mafia, quando non si facevano concorsi, ma si veniva chiamati direttamente. E si chiamavano soltanto gli amici e gli amici degli amici.
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