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Intervista
a Teresa Liberata Lochiatto
Nel 1994 viene ucciso il giovane Giuseppe Russo
da un clan calabrese.
I tre fratelli ottengono l'iscrizione al collocamento
in quanto famigliari di vittime di reato mafioso,
ma nel 2003 il provvedimento viene revocato: la
storia mette in risalto un punto controverso della
legge.
Intervista alla madre del giovane ucciso. |
febbraio 2004
a cura di Enrico Natoli |
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Qual è la situazione
ad Acquaro oggi?
C’é poco lavoro, i giovani se ne stanno
andando perché qui non ci sono prospettive.
Acquaro è un paese di montagna con quasi
tremila abitanti, siamo un po’ sperduti.
Siete in una zona dove il controllo dei clan mafiosi
è forte?
Sì. Ora i clan sono stati combattuti, in
qualche caso decimati, però la presenza c’é.
Quella che ha ammazzato mio figlio era la cosca
dominante. Con il fatto di mio figlio e l’intervento
dei collaboratori di giustizia, le cosche sono state
combattute aspramente, hanno subìto un duro
colpo. Ma da un paio d’anni si sente di nuovo
la loro presenza, forse saranno le nuove generazioni
che si vanno riformando. Ci sono attentati, bombe,
omicidi: sono cose comuni, purtroppo, qui nella
provincia di Vibo.
Com’é la percezione di questo fenomeno
tra i cittadini? E’ una situazione pesante
oppure c’é una sorta di abitudine a
questi fatti?
No, la situazione pesa eccome. Ad Acquaro, nel paese,
non ci sono mafiosi. I clan sono dei paesi limitrofi
e la loro presenza si sente.
Lei si è costituita parte civile nel processo
contro gli assassini di suo figlio. E’ stata
una scelta sofferta da parte sua?
Certo. Non sapendo chi fossero, andavamo un po’
a rischiare. Poi, quando abbiamo capito con chi
avevamo a che fare... voi lo sapete che rischi si
possono correre a costituirsi parte civile in un
processo di mafia. Anche perché quando iniziò
il processo non c’erano ancora tutte le leggi
e i benefici che ci sono oggi, noi ci siamo costituiti
a prescindere da tutto.
Un po’ di pensiero c’é stato,
però poi ho pensato che le Forze dell’Ordine
hanno lavorato duramente, ci sono state accanto,
hanno seguito il caso... quindi anche per solidarietà
nei loro confronti abbiamo pensato di costituirci
parte civile.
I suoi concittadini sono stati solidali?
Sì, c’é stata tantissima solidarietà,
anche se all’inizio sembrava che nessuno seguisse
il processo. Poi però appena usciva un articolo,
c’erano persone che facevano anche trenta
chilometri per comprare il giornale.
La solidarietà c’é stata perché
è stato un delitto assurdo. Siamo una famiglia
rispettabile, non abbiamo mai avuto niente a che
fare con nessuno. Mio figlio, nonostante avesse
appena ventun anni, era un ragazzo disponibile,
socievole con tutti, si dava da fare.
Poi c’é da dire che tra Acquaro e i
paesi limitrofi ci conosciamo tutti. Lei non sa
quanta gente è venuta a casa mia prima e
dopo il processo... io sono rimasta meravigliata,
davvero. Anche se all’inizio pensavo che nessuno
si interessasse a questo fatto, come se nessuno
sapesse niente. Invece poi tutti mi chiedevano com’era
andata l’udienza, c’era un interesse
notevole, anche se mi chiedevano le cose di nascosto,
in privato, perché sapete che la mafia fa
paura a tutti.
Molti mi dicevano che con quell’avvocato difensore,
Armando Veneto, non ci sarebbe stato nulla da fare.
“Quello è un avvocato grandissimo,
abbiamo perso il processo”. “Ma perché”,
rispondevo io, "abbiamo fiducia nella giustizia,
andrà bene”.
Ci sono stati segnali o avvertimenti da
parte del clan mafioso prima che suo figlio fosse
ucciso?
No, non abbiamo ricevuto nessun segnale. Per questo
l’omicidio ha scosso tutti, anche le Forze
dell’Ordine.
Certo, c’è stato l’incendio della
macchina... ma nessuno ha pensato che l’episodio
potesse collegarsi a una minaccia o un avvertimento.
Anche le forze dell’Ordine, sapendo che siamo
una famiglia tranquilla, hanno pensato a un corto
circuito, a un incidente insomma.
In seguito invece si è scoperto che l’avevano
incendiata loro: ma lì per lì nessuno
si è preoccupato più di tanto.
E il processo com’é andato?
Ci sono stati momenti in cui pensavate di non ottenere
giustizia?
No, perché non abbiamo proprio nulla da nascondere,
eravamo tranquilli di noi stessi. Voi sapete che
in questi casi le Forze dell’Ordine indagano
sulle famiglie delle vittime... la nostra vita è
stata rivoltata come un calzino. Non hanno trovato
nulla di strano, io ho continuato ad avere fiducia
nella giustizia.
La risposta dello Stato, almeno a livello
locale, c’é quindi stata, ed è
stata forte, mi pare di capire.
Sì. All’inizio pensavano che fosse
stata una ragazzata, che mio figlio si fosse allontanato
da casa. Un giorno ho chiesto al Maresciallo dei
Carabinieri che intenzioni avessero, e lui mi disse
che prima di tutto loro cercavano di capire la situazione
del ragazzo, il contesto famigliare, e in base a
quello si facevano un’idea di ciò che
andava fatto. Quando hanno visto che la nostra famiglia
era a posto, che mio figlio non aveva motivi per
allontanarsi, allora le indagini sono partite in
modo efficacissimo.
Lei mi ha scritto che ha cercato di mettersi
in contatto col Ministro degli Interni, con qualche
parlamentare. Che risposta avete avuto?
Dal ministro nessuna risposta. E’ un mese
che sto cercando di contattare il prefetto, ma non
ho risposte.
Avete pensato di rivolgervi alla Commissione
Parlamentare Antimafia perché si interessasse
del vostro caso?
No.
Quindi a livello locale lo Stato vi è
stato vicino, a livello istituzionale no.
Sì, a livello locale ci sono stati vicini.
La sera del funerale c’era un fiume di persone,
non so come descriverlo. Il Maresciallo dei Carabinieri
mi si è avvicinato e mi ha detto: “Sarà
l’ultima cosa che faccio, ma gli assassini
di tuo figlio li troveremo”. Noi abbiamo un
rapporto stretto con i Carabinieri di qui, ci conosciamo
davvero tutti, quiindi quando i funzionari stanno
qui per quattro cinque anni è normale che
si entri in una certa coinfidenza. Mio figlio ha
perfino giocato a pallone con loro, lo conoscevano
bene.
Ci sono voluti due collaboratori di giustizia
per far luce sull’omicidio. Quando le capita
di sentire qualcuno che dice che i collaboratori
di giustizia non servono, voi che cosa pensate?
Sinceramente, dire che non servono non lo posso
dire. Se non fosse stato per loro, mio figlio forse
non sarebbe stato mai trovato.
Certo, hanno molti più diritti di quanti
ne abbiamo noi... però onestamente non posso
dire che non servono.
Nel nostro caso, è dovuto venire lui (uno
dei collaboratori, ndr) dal carcere per individuare
il punto preciso dove era sepolto il cadavere, per
dire “scavate là”. I carabinieri
dopo mi dissero “Lei non sa quanto abbiamo
girato, quante buche abbiamo scavato”... se
non veniva lui non si riusciva a trovare mio figlio.
Quindi io sono un po’ contrariata nei loro
confronti, perché comunque sono dei delinquenti,
ma che non servano non lo posso dire. Certo, ci
potevano pensare prima: se non lo avessero ucciso,
sarebbe stato molto meglio.
Ci sono delle associazioni locali che vi
hanno aiutato oppure avete affrontato il processo
da soli?
Associazioni locali non ce ne sono. Abbiamo fatto
tutto da soli.
Dal ’94 ad oggi pensa che la situazione
nella sua zona sia migliorata o peggiorata?
Mah, ci sono state intimidazioni, estorsioni, bombe
e un altro tentato omicidio all’epoca dell’omicidio
di mio figlio. Poi, per otto o nove anni la situazione
si è calmata. Da un anno e mezzo a questa
parte la situazione è di nuovo agitata.
Lei ha mai avuto paura che i suoi figli
potessero pensare di farsi giustizia da soli, o
peggio che in mancanza di lavoro potessero pensare
che fosse più facile la strada della criminalità?
No, mai! Guardi, non dico che io non abbia odiato
questi malviventi, però ho cercato sempre
di non educare i miei figli all’odio e alla
vendetta. E anche quando non c’é lavoro,
è meglio restare poveri ma onesti.
Ritengo di aver cresciuto bene i miei figli, quello
che è successo è stato – come
si dice – un fulmine a ciel sereno.
Cosa vi aspettate dal nostro sito?
Ci aspettiamo che ci diate una mano a far riconoscere
i diritti dei famigliari delle vittime di mafia.
Io capisco che i ministri vadano in carcere a trovare
i detenuti, che si occupino della loro situazione
e che gli facciano avere una vita migliore, anche
se io non condivido. Però, come ho detto
una volta a un convegno ad Angela Napoli, occupatevi pure
delle vittime! Noi non vogliamo finire nel dimenticatoio.
In dieci anni nessun parlamentare è mai venuto
qui a chiedermi se avessimo bisogno di qualcosa...
Per fortuna che mio figlio grande ha dimestichezza
col computer, si è dato da fare e vi ha contattati.
Concludendo, io dico: date a carcerati e collaboratori
i loro diritti, però noi famigliari di vittime
non dobbiamo finire nel dimenticatoio.
In sostanza, una richiesta di modificare almeno
alcune parti della legge che regola i benefici per
le vittime di violenza mafiosa?
Sì, certo. Io mi chiedo: un ragazzo di vent’anni
come fa ad avere tre fratelli a carico? Non so come
il governo risolverà questo problema. Loro
ci chiedono di collaborare, di fare la nostra parte
per contrastare la mafia, e noi collaboriamo...
ci siamo costituiti parte civile, ci siamo messi
in ballo. Però anche loro devono darci una
mano.
Noi abbiamo spesso l’impressione,
gestendo il nostro sito, che a livello istituzionale
non vi sia un’attenzione sufficiente nei confronti
del problema della criminalità organizzata.
In effetti è vero. Magari molti pensano che
siccome siamo calabresi, siamo tutti mafiosi! Ma
nessuno deve pensare che non ci siano persone per
bene qui da noi...
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Beni
confiscati
la realtà di chi lavora sulla confisca e il riutilizzo
dei beni appartenuti alla mafia |
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Storia
e Memoria
Eventi recenti e meno recenti, persone che non possono essere
dimenticate |
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Testimoni
Persone che hanno affrontato le mafie a viso aperto |
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Cittadini
attivi
Il problema delle mafie affrontato quotidianamente |
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Cultura
Storici, giornalisti, scrittori, punti di vista a confronto
con le mafie |
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