Intervista a Matteo Luzza

Nel 1994 viene ucciso il giovane Giuseppe Russo da un clan calabrese.
I tre fratelli ottengono l'iscrizione al collocamento in quanto famigliari di vittime di reato mafioso, ma nel 2003 il provvedimento viene revocato: la storia mette in risalto un punto controverso della legge.
Intervista al fratello del giovane ucciso.
febbraio 2004
a cura di Enrico Natoli
Come hai vissuto questa situazione?
All’epoca frequentavo il quarto anno del corso di geometra. I miei fratelli più piccoli erano alle scuole medie e quel fatto ci ha sconvolto la vita. Il 15 gennaio del ’94 eravamo tutti a casa, tranquilli, e poi vediamo che mio fratello non arrivava. Abbiamo aspettato tutta la notte, siamo andati a cercarlo ma niente. Abbiamo chiamato i carabinieri la notte stessa, e poi sono passati due mesi per ritrovare il cadavere.
Non sapevamo cosa pensare, cosa dire.

Quando avete cominciato a capire che dietro la scomparsa di tuo fratello c’era un clan mafioso?

Solo dopo che è apparso questo pentito, che tra l’altro non è neanche del nostro paese. Il racconto del pentito fu che il capo della cosca di questa zona ha chiesto al capo della cosca vicina il favore di fare questo delitto. Fra di loro, pare che le cosche si chiedano favori di questo genere.

Dalle carte processuali risulta che il capo dell’altra cosca rispose che la cosa si poteva fare, ma non nella sua zona, perché lui era latitante e un omicidio nella sua zona avrebbe attirato la presenza dei carabinieri, creando disturbo a lui e alla sua attività.
Il cadavere dunque andava lasciato nella zona del boss che aveva chiesto il favore. Il collegamento tra l’omicidio e il reato punito dall’articolo 416 bis, cioé il concorso in attività mafiosa, è proprio qui, nella richiesta di questo scambio di favori. Il boss della zona voleva mostrare a tutti, mediante quest’omicidio, che era lui che comandava.

Voi fratelli oggi avete dei lavori saltuari?

Sì, io sono geometra, i miei fratelli ragionieri. Io ho vinto un concorso temporaneo al comune per un posto di vigile urbano, un altro per il servizio informagiovani. Faccio lavori a tempo determinato. Quando troviamo lavoro, lavoriamo.

L’omicidio di vostro fratello ha creato problemi per voi nella ricerca del lavoro? Voi passate per quelli a cui la mafia ha ammazzato un fratello?
Qui tra le persone che ci conoscono non ci sono problemi in questo senso. E’ quando andiamo fuori e raccontiamo di avere avuto quest’esperienza che troviamo diffidenza. “Questi hanno avuto a che fare con un delitto di mafia”, pensa qualcuno: ma non sanno come sono andati i fatti.

Noi non abbiamo l’illusione del posto fisso, è inutile pensare a una soluzione del genere. Ma è nostra volontà far capire che questa legge è sbagliata. C’é un’incongruenza normativa che va corretta, perché se sono previsti dei benefici per i famigliari delle vittime della violenza mafiosa, non si può pensare poi che la vittima – in questo caso, mio fratello – dovesse avere a carico i fratelli perché questi benefici siano erogati.

Vogliamo sollevare il caso, sperando che il legislatore corregga la legge.

Come sei arrivato al nostro sito?

Ho fatto una ricerca sulle associazioni dei famigliari delle vittime della mafia, e nella lista è apparso il vostro sito. Il nome mi ha incuriosito, sembra una parola del nostro dialetto. Ho cercato anche altri contatti, voi siete gli unici che avete risposto.

Pensi che sia utile questo sito?

Certo! Magari ce ne fossero tanti altri! Parlando di associazioni, abbiamo contattato la sede di Libera a Lamezia , ma loro ci hanno risposto di contattare la sede centrale a Roma. Io mi sono fermato là...

Tornando alla vostra storia, Matteo, vorrei chiederti quali sono le vostre prospettive future. Ho molti amici che dalla Sicilia sono partiti per trovare lavoro in altre regioni, voi ci pensate a questa ipotesi?

Qui ad Acquaro c’é stato un periodo di fortissima emigrazione, durante gli anni ’70. Molte persone sono partite per andare a Torino, o in Svizzera, in Germania. Sette o otto famiglie non ci sono più, sono partiti tutti. In più tanti altri giovani, quasi ottocento persone. Poi il fenomeno ha rallentato. Per quello che mi riguarda, ho dei parenti al nord che mi chiedono di andare... io per ora sto qui, poi magari più in là ci penserò.

Senti, ma rispetto al problema del lavoro, tu che idea ti fai quando senti dei soldi che vengono stanziati per la costruzione del Ponte sullo stretto?
Eh, guarda, dico che non ha senso costruire il ponte quando io ci metto ore e ore per arrivare a Napoli o a Roma con l’autostrada in quelle condizioni pazzesche. Anche in treno ci si mette una vita... e adesso stanno anche togliendo alcuni treni, a giudicare da quanto scrivono i giornali. Evidentemente ci sono interessi forti, pensano cose al di sopra di quelle che possono essere le mie esigenze.

Ma prima di fare il ponte, io ad esempio farei la strada per arrivare a Vibo, perché per arrivarci da qua... non ti dico! Oppure l’autostrada, oppure un ospedale decente... quelli della Commissione Parlamentare che sono venuti di recente hanno detto che l’ospedale di vibo è il più schifoso d’Italia...

Riguardo al processo e alla vostra storia, tua madre mi diceva che di solidarietà ne avete avuta tanta.
Sì, come ti dicevo prima magari c’è qualche problema fuori da Acquaro. Ma devi pensare che per darci il risarcimento iniziale dal fondo per le vittime di mafia, è perché hanno visto che siamo persone a posto. Se avessero avuto un minimo di dubbio, non ci avrebbero dato nulla. Un caso così eclatante qui ad Acquaro non c’era mai stato.

Per noi si è trattato di una battaglia di giustizia, ecco perché abbiamo deciso di costituirci parte civile. Noi abbiamo avuto soddisfazione dallo Stato per quel che riguarda il’esito del processo, un po’ meno per quel che riguarda i benefici previsti dalla legge.

Qual era il tuo rapporto con tuo fratello? Ti ha raccontato mai di questa relazione che aveva?

No, non me ne ha mai parlato, forse anche perché la storia era all’inizio. Il boss l’ha voluta troncare subito in questo modo così eclatante.

E i vostri coetanei come si sono comportati con voi?

Ci hanno sempre sostenuto, i nostri compagni di scuola, ma anche il parroco della chiesa, ad esempio. Mio fratello faceva il muratore e l’operaio e andava spesso a lavorare in chiesa.
L’omicidio ha sconvolto tutti. La gente che ci conosceva pensava che non fosse possibile una cosa del genere. Ti racconto un episodio: nell’arringa finale del processo, l’avvocato difensore disse che questo poveretto che lui difendeva avrebbe lasciato la moglie sola con quattro figli se fosse stato ritenuto colpevole. Il Presidente della Corte lo interruppe: “Guardi, avvocato, dall’altra parte c’è una madre che non ha più un figlio. Il suo assistito lo stiamo processando per verificare la sua innocenza o colpevolezza, ma i suoi figli sono tutti vivi...”
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Indice dello speciale
Beni confiscati
la realtà di chi lavora sulla confisca e il riutilizzo dei beni appartenuti alla mafia
Storia e Memoria
Eventi recenti e meno recenti, persone che non possono essere dimenticate
Testimoni
Persone che hanno affrontato le mafie a viso aperto
Cittadini attivi
Il problema delle mafie affrontato quotidianamente
Cultura
Storici, giornalisti, scrittori, punti di vista a confronto con le mafie