Intervista a Monica Massari

Le mafie e il rapporto con la prostituzione, lo sfruttamento degli esseri umani e la situazione attuale. Ne parla la sociologa pugliese.
febbraio 2007
di Enrico Natoli e Elena Biondi
Fa eccezione la camorra campana che, secondo quanto emerso da numerose attività di indagine, ha stabilito veri e propri accordi con le reti criminali coinvolte nel sex business.
Qual è la dimensione attuale del fenomeno della prostituzione in Italia?

Fornire stime attendibili sulle dimensioni reali della prostituzione è piuttosto difficile, visto che parliamo di un fenomeno che solo in parte si manifesta visibilmente. Accanto alla prostituzione di strada, quella nota a chiunque viva in una città grande o piccola, o percorra in qualsiasi ora del giorno e della notte una strada provinciale, esistono forme molteplici di prostituzione invisibile o mascherata.

E' invisibile quel tipo di prostituzione che si svolge per lo più all'interno di appartamenti privati, clubs, luoghi di incontro e di intrattenimento; ma esiste anche una prostituzione mascherata che si cela all'interno di fantomatici saloni di massaggio, agenzie per indossatrici ed escort, hotel esclusivi o molto più prosastici uffici per il reclutamento di ballerine e cantanti che, dietro l'apparenza della fornitura di servizi di vario tipo (trattamenti di bellezza, servizi di accompagnamento di uomini d'affari, attività legate al mondo dello spettacolo), offrono prestazioni sessuali a pagamento ai propri clienti.

Sicuramente, a partire grosso modo dai primi anni Novanta, il fenomeno della prostituzione di strada ha avuto una grande crescita. Fornire dati precisi sulle dimensioni del fenomeno è divenuto, però, quasi impossibile, dal momento che il numero delle donne che si prostituiscono al chiuso è molto difficile da individuare.
Per quanto riguarda, invece, la prostituzione di strada, secondo i dati forniti da associazioni attive in questo campo agli inizi degli anni Novanta, circa il 90% delle circa 25.000 ragazze che si stimava lavorassero in strada era costituito da immigrate, nella maggior parte prive del permesso di soggiorno.

In che misura il fenomeno della prostituzione è gestito dalle mafie tradizionalmente attecchite in Italia? Ci sono differenze sostanziali tra regioni e regioni?

Le mafie tradizionali - e in particolare Cosa nostra e 'ndrangheta - hanno sempre ritenuto lo sfruttamento della prostituzione un'attività disdicevole, perché fondata sullo sfruttamento delle donne. Alla base della cultura mafiosa vi è, infatti, una visione tradizionale dell'onore femminile, depositario dell'onore familiare in senso lato.

Le mafie radicate nel Mezzogiorno non hanno rivelato, fino a oggi, un interesse a gestire direttamente i circuiti della prostituzione che sono, invece, pressoché di totale dominio delle cosiddette mafie "straniere" (in particolare di origine est-europea, balcanica e nigeriana).
Fa eccezione la camorra campana che, secondo quanto emerso da numerose attività di indagine, ha stabilito veri e propri accordi con le reti criminali coinvolte nel sex business. Tali accordi prevedono il pagamento di una sorta di affitto, da parte degli sfruttatori, per le strade occupate dalla ragazze. L'esistenza di una chiara definizione dei rispettivi ambiti di interesse ha fatto sì che, nel corso di questi ani, non siano emersi quasi mai contrasti fra gruppi criminali italiani e stranieri attivi nei medesimi territori.

Quali sono le misure adottate dai governi più recenti in tema di contrasto allo sfruttamento della prostituzione? Si sono dimostrate efficaci?

A livello internazionale, uno degli strumenti più rilevanti nella lotta alla criminalità organizzata e, in particolare, alla tratta di esseri umani che costituisce uno dei canali di reclutamento delle ragazze che si prostituiscono in Europa, è la Convenzione contro la criminalità organizzata transnazionale e, soprattutto, il Protocollo aggiuntivo in materia di traffico di esseri umani (e in particolare di donne e bambini) approvati dalle Nazioni Unite rispettivamente nel settembre e nel dicembre 2003.
Questi strumenti di cooperazione internazionale costituiscono i modelli più avanzati in tema di contrasto a cui le legislazioni dei Paesi che li hanno ratificati dovrebbero ispirarsi. E l'Italia, sotto questo profilo, dispone di misure all'avanguardia, soprattutto in materia di lotta alla tratta di esseri umani. Ovviamente resta ancora molto da fare, visto che la capacità degli organismi internazionali - quali ad esempio le Nazioni Unite - di indurre i Paesi ad adeguarsi a principi comuni nella prevenzione e nel contrasto a questi reati è ancora piuttosto debole.

Ci sono realtà, come lo sfruttamento dei minorenni che provengono dall'est europeo che esistono da anni, ma se ne parla pochissimo. Un maggiore interesse riguardo l'argomento da parte dei mezzi d'informazione potrebbe essere d'aiuto nel contrasto a questo fenomeno?

Ritengo che il ruolo svolto dai mass media sia cruciale nel favorire un'informazione adeguata sulle modalità, talvolta assai subdole, attraverso cui le reti criminali reclutano le persone - in particolar modo donne e bambini - destinate allo sfruttamento, sia nell'ambito della prostituzione, che del lavoro forzato e dell'accattonaggio.
In molti Paesi di origine delle persone coinvolte nei reticoli dello sfruttamento sono state condotte ampie campagne informative: pensiamo, ad esempio, all'Albania che in passato ha costituito uno dei principali Paesi di provenienza delle ragazze sottoposte a sfruttamento nei circuiti della prostituzione. Ma le modalità di azione adottate dai network criminali tendono a modificarsi incessantemente. E infatti la geografia dei Paesi da cui sono reclutate le persone da sottoporre a sfruttamento si è andata modificando continuamente, nel corso degli ultimi anni.

Talvolta, pur all'interno dello stesso Paese - pensiamo ad esempio alla Nigeria - basta spostarsi dalla città alla campagna per trovare condizioni sociali, culturali ed economiche assai diverse: molte ragazze nigeriane giunte in Italia ultimamente per esercitare la prostituzione   - e che risultano essere sempre più giovani - provengono dai piccoli villaggi dell'entroterra, da zone piuttosto isolate dove la capacità dei mezzi di informazione di raggiungere la gente è molto più ridotta.

Pensiamo poi ai numerosissimi minori che provengono dalla Romania e da altri Paesi dell'Est, sfruttati soprattutto nell'accattonaggio, ma anche nella prostituzione: siamo dinanzi a una compra-vendita di esseri umani dalla portata davvero impressionante. Ragazzi e ragazze vengono spesso venduti - da famiglie più o meno consapevoli di ciò che andranno a fare - a reti criminali che ne gestiscono poi lo spostamento e lo sfruttamento intensivo in vari Paesi. Dinanzi a questi fenomeni è fondamentale che vi sia un'adeguata informazione, ma anche strumenti di prevenzione più efficaci in grado di incidere sui fattori all'origine di questi mercati, prima fra tutte la povertà.

Qual è il ruolo delle mafie straniere in tema di controllo della prostituzione? Ci sono contrasti con le mafie Italiane oppure si trova il modo di gestire l'affare in modo che sia redditizio per tutti?

L'adozione di politiche migratorie di tipo restrittivo nella gran parte dei paesi occidentali, unitamente all'aumento del desiderio di migrare da parte di ampie fasce della popolazione delle aree meno sviluppate e al moltiplicarsi della domanda di servizi sessuali nei paesi di destinazione costituiscono i fattori principali che hanno favorito la nascita di organizzazioni criminali specializzate. Alcune di esse forniscono esclusivamente dei servizi di trasporto illegale da un paese ad un altro, altre si occupano di ingaggiare direttamente le ragazze in madrepatria e di rivenderle a gruppi specializzati nello sfruttamento della prostituzione, altre ancora sono in grado di gestire l'intero processo: dal reclutamento iniziale, al trasporto e all'inserimento nei circuiti del sesso commerciale nei paesi di destinazione.

I metodi di gestione delle donne avviate alla prostituzione di strada tendono ad assomigliarsi molto soprattutto per quanto riguarda il tipo di risorse a disposizione degli sfruttatori: un uso piuttosto sistematico della violenza fisica e/o psicologica, l'esercizio di un controllo più o meno totalizzante sulle donne, la riscossione della totalità o di ampie porzioni dei guadagni effettuati, la disponibilità dei documenti di identità delle ragazze, la gestione degli spazi entro cui farle lavorare - sottoponendole spesso a frequenti spostamenti -, la capacità di far lievitare il debito a proprio piacimento esigendo denaro per i costi di mantenimento (affitti, cibo, vestiario, consumi, ecc.) e così via.

Pur in contesti assai lontani, emergono infatti forti analogie. Con il passare del tempo, però, sembra che le varie organizzazioni coinvolte nella gestione e nello sfruttamento della prostituzione si siano andate specializzando sempre più, acquisendo caratteristiche proprie. Come dicevo prima, i rapporti fra mafie straniere e mafie italiane sono per lo più regolate da accordi di non ingerenza nei rispettivi affari, anche al fine di non attrarre l'attenzione delle forze dell'ordine e fare in modo, così, di poter condurre le proprie attività in tranquillità.

Le forze dell'ordine hanno i mezzi sufficienti per contrastare efficacemente il fenomeno?

Sul piano repressivo ritengo di sì. Sono ancora insufficienti o, quanto meno, non ancora diffuse in modo uniforme sul territorio nazionale le esperienze, o comunque gli strumenti, di prevenzione.
Penso che occorrerebbe maggiormente investire su progetti e attività che siano in grado, da un lato, di far sì che le donne (in particolar modo straniere) siano informate in modo adeguato sui rischi di sfruttamento in cui possono incorrere e, dall'altro, fare in modo di offrire, a coloro che hanno avuto un'esperienza di prostituzione e di sfruttamento, la possibilità di poter veramente ricostruire una proprio progetto esistenziale di inserimento sociale e lavorativo in Italia.

Chi è il cliente che si rivolge alle prostitute (uomo o donna)? E' sempre italiano? Dove nasce il bisogno dei clienti?

E' assai difficile disegnare il ritratto del cliente che si rivolge a una prostituta, visto che parliamo soprattutto di uomini che richiedono servizi sessuali a pagamento a delle donne.

Si tratta di una figura assolutamente trasversale: dal punto di vista sociale, culturale, economico, anagrafico... Uomini di tutte le età e di tutte le condizioni frequentano gli ambienti della prostituzione, visto che secondo i dati disponibili il numero dei clienti che frequenta le strade italiane è di circa 9 milioni di persone. Una cifra davvero consistente.

Secondo quanto riferiscono le stesse ragazze e le associazioni che svolgono progetti in questo settore, all'origine di questa pratica vi sono motivazioni assai eterogenee: vi è la solitudine, la difficoltà a instaurare delle relazioni con le proprie coetanee, ma anche il desiderio di una sessualità scissa dalla dimensione affettiva, di un rapporto disimpegnato, che non richiede un grosso sforzo né in termini relazionali, né in termini economici. E poi c'è sempre un desiderio di trasgressione, di fare qualcosa di proibito correndo il rischio di esser riconosciuti, il senso di onnipotenza che dà il fatto di scegliere, di comprare la donna oggetto di desiderio a cui si dà del denaro e, con ciò, si pensa di trovarsi in una relazione paritaria... disinteressandosi, nella gran parte dei casi, delle dinamiche di sfruttamento, di abuso e di violenza in cui queste ragazze si trovano.

Troverebbe sensato istituire una legislazione tesa a punire non solo chi sfrutta la prostituzione, ma anche chi ne usufruisce?

Le ipotesi di criminalizzazione dei clienti della prostituzione, adottate in altri Paesi, non mi sembra che siano una buona soluzione. Certo, è chiaro che, soprattutto nel caso della prostituzione minorile, vi debba essere una legislazione severa che punisca i clienti che, talvolta, si rivolgono a ragazze che sono poco più che delle bambine. Ma nel caso della prostituzione fra persone maggiorenni il discorso è diverso.

Anche perché talvolta - fatta eccezione per i casi di tratta, di riduzione in schiavitù e di prostituzione forzata - alcune ragazze scelgono liberamente di prostituirsi, pur cadendo poi, inevitabilmente, in dinamiche di sfruttamento davvero impensabili.
Ed è soprattutto questo il fronte che, a mio avviso, va maggiormente represso: lo sfruttamento, e cioè le organizzazioni criminali che lucrano sulla violenza, sulla minaccia, sull'annullamento di qualsiasi volontà da parte delle ragazze, sottoponendole a condizioni di lavoro aberranti.

Quando un uomo o una donna riescono a sottrarsi dallo sfruttamento come si comporta lo Stato e come la società nei loro confronti? Ci sono effettive possibilità di recupero dell'individuo per inserirlo in un'attività sociale sana e adeguata oppure l'individuo è lasciato a se stesso?

Nel 1998, in occasione dell'emanazione del Testo Unico sull'immigrazione (la legge Turco-Napolitano), è stato introdotto nel nostro sistema l'art. 18: uno strumento specifico sul versante interno contro la tratta di esseri umani, rimasto immutato anche a seguito delle recenti innovazioni legislative (legge 189/2002, Bossi-Fini).  

E' stato creato, così, il permesso di soggiorno per protezione sociale che si pone l'obiettivo specifico di aiutare la vittima del traffico di esseri umani, concedendole la possibilità di spezzare il vincolo innaturale che la lega al proprio persecutore, e permettendole di intraprendere un percorso di inserimento sociale che può essere duraturo e definitivo.

L'introduzione di questo articolo nel nostro ordinamento ha costituito un momento di svolta essenziale nell'approccio al fenomeno, consentendo di porre l'accento sull'aiuto nei confronti delle vittime e garantendo loro un maggiore sostegno sul versante dell'inserimento sociale.

Resta, ovviamente, ancora molto da fare soprattutto sul versante dell'inserimento lavorativo, oltre che sociale, di queste persone. Purtroppo il mercato del lavoro in Italia non offre ancora tante possibilità di scelta a queste ragazze che, seppur con titoli di studio elevati, si ritrovano quasi sempre a svolgere attività nel campo della cura (come colf e badanti) o della ristorazione (bar, ristoranti, hotel).

Qualcuno dice che la proibizione non può debellare nessun fenomeno di sfruttamento. Lei cosa pensa riguardo alle proposte di legalizzazione della prostituzione?

Personalmente, nel corso delle mie ricerche, ho avuto modo di entrare in contatto con alcuni gruppi di persone che si prostituiscono liberamente, senza alcuna forma di sfruttamento da parte di terzi.

Si tratta di persone che hanno scelto la prostituzione come mestiere primario o, talvolta, part-time soprattutto a causa dei guadagni che consente in tempi piuttosto brevi a persone, in alcuni casi di origine straniera, che altrimenti non avrebbero modo di trovare altre occupazioni.

Alcune di queste donne mi hanno fatto comprendere come quando si parla di prostituzione occorrerebbe tentare davvero di liberarsi da tutta una serie di condizionamenti sociali, etici e culturali che, necessariamente, ognuno di noi subisce e porsi nei confronti di questo tema in maniera laica, disincantata.

Ritengo che a queste persone debba essere garantito il diritto a gestire il proprio corpo come meglio credono, anche in forma mercificata, senza che a ciò si accompagni, sul piano sociale, la pesante opera di stigmatizzazione che, invece, quotidianamente subiscono.


Monica Massari (1971, Lecce), sociologa, ha lavorato come esperta associata presso il Centro internazionale per la prevenzione della criminalità delle Nazioni Unite di Vienna fino al 2000.
Attualmente svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia e Scienza Politica dell'Università della Calabria e collabora come consulente per alcuni organismi internazionali e organizzazioni non governative, tra le quali Libera e il Gruppo Abele.

E' autrice di studi e ricerche sul fenomeno della criminalità organizzata e dei mercati illeciti in Italia e all'estero e sugli aspetti perversi della globalizzazione. Nel corso degli ultimi anni si è dedicata allo studio delle nuove forme di razzismo e di discriminazione, con particolare attenzione alle forme di intolleranza nei confronti dell'islam e dei musulmani diffusesi in Europa dopo l'11 settembre.

Fra le sue pubblicazioni recenti, La Sacra Corona Unita. Potere e segreto (1998, Laterza), Globalizzazione e criminalità con Stefano Becucci (2003, Laterza, con S. Becucci), Transnational Organized Crime Between Myth and Reality: the Social Construction of a Threat (2003, Routledge, con altri autori), I confini globali della società criminale (2003, DeriveApprodi, con altri autori) e, infine, il volume Islamofobia. La paura e l'islam (2006, Laterza).



 
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