Il poliziotto di strada in terra di camorra

Intervista a Salvatore C.: la criminalità organizzata vista da chi la combatte ogni giorno.
gennaio 2006
di Sergio Nazzaro
E' degenerata molto la situazione, la vita umana non ha più valore. Qui si uccide per uno scippo per una rapina. Questi soggetti nella loro realtà quotidiana non riescono a focalizzare l'importanza della vita umana. Nell'ambiente in cui vivono, diventa sempre più normale uccidere per futili motivi. Che sia una guerra di camorra o uno scippo non c'è più differenza.
Un anno fa si combatteva
la guerra di camorra voluta dal clan Di Lauro. Dopo un anno e molti
arresti, i problemi rimangono i medesimi, ma è tornato il silenzio della stampa. Mentre per una dichiarazione della moglie del presidente Ciampi si spendono fiumi di inchiostro e parole. Salvatore C. è assistente capo in un commissariato della periferia napoletana.
Un'intervista per ascoltare chi vive la quotidianità del problema, senza clamori, ma ha ben definiti i contorni e le problematiche.

Da quanto tempo è in servizio e con quale grado?

“ Da venti anni, il mio grado attuale è di assistente capo”.

Siamo nella grande periferia di Napoli, con i suoi comuni limitrofi quali Frattamaggiore, Caivano, Arzano e soprattutto vicina a zone quali Secondigliano e Scampia. Da questo punto di vista e davanti ad eventi criminosi veramente eclatanti, l'opinione pubblica sembra quasi invocare un maggiore azione repressiva. Ma cosa pensa chi opera sul campo, sono sufficienti le leggi che abbiamo a disposizione oppure occorrono delle leggi speciali per combattere la Camorra?

“ No, non credo che le leggi attualmente a disposizione sia realmente efficienti, per essere realmente incisivi sui problemi che si devono affrontare. C'è bisogno di una rettifica del codice penale vasta. Il problema principale è che la maggior parte delle volte le pene se vengono inflitte, non vengono mai scontate completamente. Prendiamo per esempio un soggetto criminale facente parte di un clan che viene arrestato per un'ordinanza di custodia cautelare. Allo scadere dei due anni della custodia cautelare se non si applica la pena perché non finisce la fase dibattimentale, non si chiude il processo, si viene scarcerati e sottoposti ad obblighi domiciliari presso la propria abitazione. Cioè il criminale torna a risiedere presso il proprio comune dove esercita il suo potere con la sola presenza. Si dedica di nuovo alle sue attività criminali. Quando si accerta un reato e si individua il colpevole, bisogna infliggere una pena che non abbia scappatoie di nessun genere. Nessuna proroga, come rivolgersi al tribunale del riesame. Non si può permettere che per un piccolo cavillo importanti criminali tornino a delinquere”

Come agente di polizia non è mai capitato di inseguire sempre gli stessi soggetti, correre dietro sempre agli stessi criminali?

“ Posso raccontare di un ragazzo sottoposto agli arresti domiciliari che nel giro di sette giorni è stato arrestato personalmente da me ben quattro volte. Il padre del ragazzo implorava il pretore che non lo mettesse più agli arresti domiciliari. Ma neanche il pretore poteva fare niente, solo rimetterlo agli arresti domiciliari, seguendo il codice. Sembra assurdo ma questa è la realtà. Un ragazzo arrestato, giudicato, condannato a quattro mesi di pena sospesa, posto agli arresti domiciliari, dopo mezz'ora era già evaso! Per una settimana si è andati avanti così. Sembra una storia divertente ma non lo è affatto. E' la realtà dei fatti, certe volte”.

Con il codice penale che abbiamo, almeno in queste zone di alta densità criminale, con un tessuto sociale così disgregato, sembra quindi un'impresa ardua riuscire a venirne fuori.

“ Difficilmente ci si può riuscire. E' troppo articolato il codice e ci sono troppe scappatoie. Addirittura il patteggiamento, la riduzione di pena, induce la criminalità a continuare perché una pena vera e propria non viene mai inflitta. Per cui per i reati commessi, con tutte le possibilità delle attenuanti, diventano quasi non punibili. Rifletta sull'ultimo indultino, quel famoso indultino per cui diversi pregiudicati sono stati scarcerati. Mi sembra quasi che li premiamo. Persone giudicate che vengono scarcerate. Senza terminare la pena. Qui si parla di personaggi che delinquono nell'orbita della criminalità organizzata, a diversi livelli, ma comunque delinquono”.

Venti anni sulla strada: qual è il sentimento umano prima che professionale davanti a questo tipo di realtà?

“ Il sentimento umano è che continuo a fare il mio lavoro, anche se alle volte ti prende un profondo senso di sconforto. Come polizia giudiziaria tocca a noi costruire le indagini. E in questi luoghi per cominciarla non è mai semplice. Le fonti confidenziali sono sempre nell'ambiente criminale. Chi può dare una notizia alle forze dell'ordine? Sicuramente non una persona per bene, ma un criminale, che permette di potere guardare all'interno delle diverse organizzazioni presenti sul territorio. Si lavora sotto una pressione costante. Per noi è rischioso stare in contatto con questi personaggi. Possiamo essere visti come agenti corrotti ma, come ho detto, non si possono avere altre fonti attendibili. Bisogna quindi giustificarsi e stare attenti. Ma oltre tutti questi problemi, quando riesci finalmente ad avere una notizia concreta, che conduce a degli arresti, quando riesci a impiantare un'accusa di associazione di stampo camorristico, tutto si vede sfumare in fase processuale. Perché se il processo non si conclude è tutto vanificato. Mi è capitato di vedere boss arrestati e scarcerati diverse volte. Non è facile andare avanti così”.

Tutto questo allora giustifica il senso di insicurezza nella gente?


“ In un certo senso si. Vede noi che operiamo in questo territorio cerchiamo di instaurare un rapporto diretto con le persone. Con gli imprenditori, gli operatori economici che vengono fatti oggetto di richieste criminali, lasciando addirittura i nostri recapiti privati, cosa che non potremmo fare. Per rassicurare chi cerca di opporsi a questi ricatti. Questo scaturisce da dichiarazioni spontanee più che da denunce vere e proprie, anche perché in questo territorio un commerciante che viene a denunciare un'estorsione è un fatto raro. Siamo noi che veniamo a conoscenza attraverso diversi canali delle intimidazioni che subiscono e cerchiamo di tranquillizzare le persone, di essere vicino e poter intervenire nella maniera migliore. Cerchiamo di assicurare una nostra presenza, e non è raro che veniamo chiamati di notte sulle nostre utenze private”.

Ma c'è una possibilità di difendersi contro la morsa della camorra?

“ Una volta che si riesce ad individuare un'organizzazione e i suoi
affiliati e si conclude l'azione della polizia giudiziaria, si deve ottenere che vengono realmente inflitte e scontate le pene,altrimenti
non ha senso”.

Negli ultimi a Napoli e dintorni sembra che sia aumentato il grado di violenza, cioè non è solo il perpetrare un'azione criminosa, ma sembra che la violenza sia totalmente gratuita, uccidere per banali motivi è ricorrente, quasi un disprezzo per la vita umana.

“ E' degenerata molto la situazione, la vita umana non ha più valore. Qui si uccide per uno scippo per una rapina. Questi soggetti nella loro realtà quotidiana non riescono a focalizzare l'importanza della vita umana. Nell'ambiente in cui vivono, diventa sempre più normale uccidere per futili motivi. Che sia una guerra di camorra o uno scippo non c'è più differenza. Sono personaggi che hanno già molti reati alle spalle, e ritornando al discorso di prima, non sempre hanno scontato le proprie pene e quindi avvertono che possono continuare ad agire impunemente”.

Ma come si può mai giustificare il fatto che qualcuno prenda una pistola e spari senza pensarci minimamente?


“ Questi sono personaggi che si sentono superiori agli altri. Quando incontrano una persona per bene, si sentono in qualche modo più forti. Non badano neanche dove commettono il reato, non hanno neanche il timore di essere individuati, ed è assurdo”.

Ma questo non diventa esercizio del terrore contro le persone comuni?

“ Si è così. Napoli è una grande città, identificare le persone è difficile, dovremmo isolarli. Noi segnaliamo alla magistratura. Ad un certo punto finisce il nostro intervento e comincia quello dell'azione penale”.

Ma la magistratura si rende conto del territorio in cui opera, oppure come giudica in Valle D'Aosta giudica anche a Napoli?

“ Bisogna rendersi conto della differenza della mole di lavoro. Come dice lei una cosa è operare in un contesto come quello
della Valle D'Aosta e un altro è quello napoletano. Qui bisogna essere più incisivi possibili. Agire rapidamente anche come magistratura. Il nostro lo facciamo per quello che possiamo. Ma torno a ribadire che se arresti più volte nel giro di pochi anni, criminali che dovrebbero invece stare in galera per molti anni per uno solo dei reati commessi, questo complica tutto il quadro”

Un anno fa si scatenava la famosa guerra di camorra condotta dai Di Lauro. Che sensazione aveva, sapendo che c'era una guerra qui vicino?

“ Una brutta sensazione. Era una vera e propria guerra tra Secondigliano, Arzano, Casavatore, fino a Cardito. Ha dimostrato che se i clan hanno tempo e denaro costruiscono veri e propri eserciti, ma nel vero senso della parola. Basti pensare che sono morte un centinaio di persone, abbiamo identificato come forze
dell'ordine 400 persone, stiamo parlando di un totale di 500 persone, almeno quelle che siamo riusciti ad individuare, e sono tante: sono un esercito vero e proprio. E' difficile combattere noi quell'esercito, con i mezzi che abbiamo e come si ripete spesso non sono adeguati, anzi sicuramente sono più avanzati i loro mezzi. Gira molto più denaro. Solo Le Vele di Secondigliano vede centinaia di famiglie vivere dello spaccio di droga. Ma anche in altri piccoli comuni come a Grumo Nevano accade la stessa cosa. Un fiume di denaro che serve a potenziare le strutture criminali”.

Con quale stato d'animo entrava nella macchina di servizio un anno fa, ma anche oggi?

“ Speriamo di tornare a casa. Loro giocano sul fattore sorpresa, stanno sempre un passo avanti. Noi non possiamo affrontarli al di fuori delle regole del nostro lavoro. Un periodo difficile quello della guerra di un anno fa, ma anche oggi la situazione è molto pesante”.

Tra poco ad Afragola, territorio del clan dei Moccia verrà aperta la stazione della TAV. Questi appalti cadono spesse volte nelle mani del clan: attraverso quali vie?

“ Sono appalti da milioni di euro che fanno sempre gola e soprattutto ai grandi clan che sono presenti e radicati sul territorio da molto tempo e che riescono ad infiltrarsi dovunque con i loro prestanome, anche nelle amministrazioni locali. Sappiamo tutti che la Camorra è forte, e incute timore al popolo, il quale a sua volta elegge i propri rappresentati politici. E diventa un gioco infernale”.

Dal tuo punto di vista è possibile trovare una soluzione a questo problema, o dobbiamo tenercelo?

“ Non dobbiamo tenerci il problema, certo bisogna rendersi conto che la camorra come la mafia e altre organizzazioni criminali hanno attecchito nell'ignoranza e nella povertà e qui noi al sud non viviamo nel lusso e non abbiamo un'istruzione diffusa. Prenda
ad esempio il quartiere verde di Caivano: vivono in un degrado
inimmaginabile. Però riescono a guadagnare, purtroppo attraverso
attività illecite, perché sono abbandonati a loro stessi. Bisogna
risolvere i problemi un poco alla volta, ma tutte le parti della
società insieme, non è la polizia o i carabinieri che possono risolvere tutto”.

La sera quando torna a casa e sente i grandi discorsi in televisione o sui giornali in merito alla camorra, cosa ne pensa?

“ Mi permette l'espressione? E' un presa per il culo. Semplicemente. I problemi non si risolvono con le chiacchiere, ma con i fatti.
Cominciamo a non sperperare i soldi dei contribuenti con gli esempi che ti facevo prima. Facciamo si che l'azione della polizia giudiziaria e quella penale siano reali ed efficaci e non per cavilli vengono sprecati tempo, lavoro e soldi”.
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